domenica 3 febbraio 2013

La piccola e quotidiana compressa

È il secondo anno consecutivo che accade. Un programma che salta di nuovo. Una cosa che si può realizzare solo in pochi giorni dell’anno, e poi bisogna aspettare quello dopo.
Andare in montagna a camminare con le ciaspole ai piedi, di notte, sulla neve. Con la luna piena, ovvero: illuminati a giorno. Esperienza da fare, nella vita! E quest’anno proprio ci tenevo ad andare, dopo aver ben valutato i pro e i contro.
Poi è accaduto invece che son stato male, il giorno precedente ho dormito quasi ventiquattrore di fila, con febbre alta e forti coliche.

Sono decenni, che vivo così. Con l’incognita assoluta dei miei giorni futuri. Non so se e quando riaccadrà, anche se oramai ho individuato una quasi periodicità. Tempo perso, giornate intere che volano via tra sonno e coliche appunto, programmi che saltano, la vita si blocca. Tutto si ferma, e tutto si ripete. Anche uno starnuto può essere un supplizio. Ci convivo, mi ci sono abituato, anche se ogni volta ci sarebbe da piangere e urlare.

Dopo aver provato di tutto e udito diagnosi di vario genere - fino allo sfottìo di qualche medico che risolve con “psicosomatico” sottintendendo “matto” - tre anni fa si era finalmente individuata la causa, una rara forma di febbre ereditaria.
E quindi la cura, la sola cura che pare esistere, una compressina da prendere tutti i giorni per tutta la vita. Molto molto meglio: ricadute una, due volte l’anno, ma in forme molto leggere. Una specie di paradiso dimenticato!
Poi dai controlli periodici emerge che questa medicina sta creando danni gravi. È tossica, si sapeva. Ma non a questo livello. E quindi che fare?
Vivere meglio, ma sicuramente meno? Oppure vivere un po’ di più, magari, ma con questi intercalare continui ed estenuanti? Tutto sospeso al momento, da capire e decidere.

Debbo dire che questo star male mi ha forgiato, in qualche modo, anche se è sempre un’esperienza dolorosissima. Mi rendo conto che posso capire il dolore altrui, condividendolo in me profondamente, inevitabilmente. Quando ti senti morto, e lo sei davvero in questi momenti, tocchi davvero il fondo del pozzo. Quante volte ho chiesto: perché? Perché proprio a me? Che poi son le domande eterne dell’uomo davanti al dolore, me le son ritrovate precise anche con la separazione.

Tempo fa parlando con giovani amici, angustiati al pensiero della fine, dissi che io son morto tante volte... Ma non ho potuto spiegare, forse non era nemmeno il caso. Loro l’hanno presa come una delle mie boutade. Ma è invece realtà, dolorosa e vera. Ogni volta è morire.

Ma poi ogni volta un ritorno alla vita gioioso, una quasi resurrezione del corpo. La vita comincia, ricomincia ogni volta che riesci a stare eretto, che senti la muscolatura tornata normale, puoi dilatare i polmoni e respirare profondo.
Ogni volta è un’alba nuova del mondo. E Dio è.

(foto mia, Umbria 2009)

1 commento:

  1. E' la stessa esperienza che vivo anch'io e che è tanto difficile da spiegare, è proprio un toccare la morte e poi la risurrezione. Grazie per la condivisione così autentica; mi sento meno sola a viverlo.

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