venerdì 23 dicembre 2011

Il nome del dolore

È il quinto inverno, qui nel mio eremo.
È tornato il freddo, anche quest’anno. E devo prendere atto che il mio corpo non è entusiasta. Sarà la stanchezza, sarà che invecchio. Lo sto soffrendo più del passato.

Di recente, momenti difficili. Anche la solitudine fa la sua parte, la vita non è sempre uguale.
Una sera, in fila alla cassa del discount, accanto a me un uomo, uno qualsiasi. È stato un attimo, un lampo di luce. Mi sono sentito patetico, accanto a lui. Un uomo che veniva da lontano, un uomo che ho presunto avesse storie di dolore molto più grandi della mia. Un uomo che vedevo sereno, superiore, nella sua dignità piena. Forse erano solo i miei occhi. Ma è stato un rendermi conto della mia pochezza, del ridicolo del mio dolore. A volte mi lamento con Dio, mi appare impossibile vivere la mia storia. E buona parte dell’umanità vive in dolori ben più grandi dei miei.

Chi non ha famiglia, chi non ha lavoro, chi figli, chi affetti, chi salute, chi casa. Chi vive nelle guerre, chi nelle devastazioni. Chi nella miseria assoluta. Chi nella solitudine disperante.
E soprattutto, il dolore più grande: chi vive, sopravvive, senza Dio. E senza poter dare nome al dolore.
Io ho tante cose, seppur fortunatamente in misura ridotta (mi vergognerei, altrimenti). Vivo nell’emisfero nord del mondo, ho comunque un lavoro, una casa, un’automobile. Una famiglia bella, anche se forse non appare. La salute: ho tanti acciacchi, ma non va proprio male.

Un’amica, abbandonata dal marito, con figli minorenni. Venuta dall’est in Italia per dare un futuro ai figli. Una volta mi ha rimproverato, paragonando le nostre vite: la mia "agiatezza" e il suo pochissimo.
Un’altra amica, del sud del mondo, innamorata dell’Italia, mi pose un quesito irrisolvibile: “Perché sono nata in Brasile, e non qui in Italia, come voi?”

Un caro amico che vive una situazione familiare davvero difficile, col figlio che necessita attenzioni continue e pazienti, mi narra del suo dolore esausto, della sua fatica ormai senza speranza, e mi lascia muto.
Cosa dire?

Certo, pensavo, il mio dolore non è poco. La separazione, “questa” separazione, con la conseguente solitudine, è un dolore grande.
Ma poi mi pareva che non è nemmeno tanto, il mio dolore: tanti sulla terra ne hanno ben di più.
Ma allora il mio dolore com’è? Né poco, né tanto. Ma allora è giusto!?
Deve essere così: Dio sa e dosa, a ognuno il dolore “giusto”.

Ma come non chiedermi, allora, di quanti vivono situazioni terribili e nemmeno immaginabili: ma chi sono davanti a Dio, chi sono? Ma che forza hanno? Questa domanda spaventa.

Sempre più spesso mi accade di empatizzare, in maniera atipica forse, con persone che incontro, mi chiedo che dolore avranno, cosa le erode dentro. Qualcuno persino mi rimprovera che cerco sempre di andare oltre, di capire cause e problemi. Ma davvero credo che si debba sempre mettersi nei panni altrui, usare la sola misericordia come esclusivo metodo di analisi. Per comprendere, non necessariamente per giustificare.

E questa pratica, continua, oltre te e la tua umanità, ti porta poi a penetrare, a dare un nome al dolore, al dolore di ognuno sulla terra.
Se sai cosa è il grido del Golgota, e ci sei passato dentro, puoi capire: il nome del dolore universale è quello, sempre, da millenni.
Partecipi al dolore e collabori alla redenzione, per quanto puoi.

E tutto cambia dimensione, e tutto si spiega, e nasce e rinasce la luce che illumina qualunque oscurità.

Mi rendo conto che sono partito ragionando di dolore, son giunto alla rinascita perpetua. Ma questo è: legati intimamente e misteriosamente.
Ed ecco che già, di nuovo, arriva Natale: la nascita!

Voglio augurare a voi tutti un Natale vero, di rinascita perpetua, appunto.
Anche condividendo questo racconto ( --> Christmas) che nasce da una mia esperienza reale vissuta a Roma, nei pressi della stazione Tiburtina, alla vigilia del Natale 1997, praticamente un anno dopo la partenza di mia madre.
Rileggendolo oggi mi accorgo che, oltre le forme forse acerbe, ci si può leggere molto di me allora e dedurne un pò come vivevo dentro. Una esperienza romanzata, col solo epilogo di fantasia.
(Una versione ridotta ne è stata pubblicata su Città Nuova 24 del 2003.)

(foto mia, Roma, anni '70)

lunedì 5 dicembre 2011

E la tua sposa?

Mi è stato chiesto perché uso sempre il termine “sposa”, e mai altri. Infatti non è casuale…

Dal diario di bordo del mio “pellegrinaggio” a Santiago de Compostela, pag. 37.

. . . . . . .
3 aprile 2007,
da Palas de Rei a Melide.

Praticamente sono l’ultimo a partire. Per un fraintendimento, con Brigitte non ci ritroviamo... io credevo fosse partita, invece era al bar che mi aspettava!
Freddo polare: ghiaccio tutto intorno. Altra giornata da solo, e sono molto malridotto fisicamente. Arrivo al rifugio di Melide che è presto, ma non ce la faccio a proseguire come programmato. Sistemo alla meglio e poi vado in cerca di un bancomat, barcollante.
Mi sento chiamare da dentro la Pulperia Ezechiele. Sono Joke e Leen! Mi siedo con loro e mangio pulpo gallego (polipo cucinato alla maniera della Galizia) in questo locale che è un mito nella zona. Sono tavolate come nelle nostre osterie, a mangiare ci sono persone distinte e popolani. Due spagnoli che avranno la mia età fanno i galanti con le due giovani fiamminghe. Poi spiegherò loro la teoria, appena elaborata, del “latin dreamer”, che ha soppiantato il “latin lover”. Grandi risate!

Incontriamo poi Brigitte che prosegue, si fermerà più avanti. Anche Joke e Leen proseguono, io devo fermarmi, non ce la faccio. Ci salutiamo sulla piazza. Io sono in lacrime. Mi sento solo!
Che scemo… alle 15,42 sono sulla piazza di Melide a piangere come bambino! Ma son contento. Una bella ragazza spagnola mi sorride: è anche lei nel Cammino e forse comprende quanto provo.
Il mio cuore è inanellato di dolori. Grandi, piccoli... nulla manca. Son qui, in terra straniera, solo, in attesa del domani, sto male fisicamente, mi sento la febbre.

Leen a pranzo mi ha chiesto, candida, in italiano: “E la tua sposa?” e io “I don’t know… i am here for her!”

Ho sprazzi di grande luce, camminando. Capisco che devo crescere nella misericordia. Per anni sono stato un giustiziere. Ma Dio, il Dio del Nuovo Testamento è venuto a morire. Poteva farne a meno. E soprattutto, è morto ingiustamente.
Vedere coppie… di ogni età mi porta a pensare alla bellezza della vita in due. Da quanti anni sono solo?

In questo autunno della vita: che possiamo testimoniare che Tu sei Amore, e solo Tu puoi fare di due un corpo e un’anima sola!
Torno a dormire. Mi sento la febbre. Mi alzo in tempo per andare a messa. Il mio corpo è disfatto, il mio cuore esulta!
Cantava De Andrè: “Dai diamanti non nasce nulla, dal letame nascono i fior!”

Son qui ad offrire il mio cammino, il mio dolore stasera moltiplicato.
Tu hai un progetto, Signore: che si realizzi. Son solo come sempre, ma ancor più stasera.
E Tu solamente sei... Io vengo a Santiago da Te, questo è un pellegrinaggio vero.
Sono in una quasi apoteosi del dolore: solo, col corpo in disfacimento, addome dolorante, influenza, tendiniti varie, talloni e piedi doloranti, ernia inguinale pure… cammino gobbo, barcollo. Prende a piovere. Sono commosso, Signore Dio!

Stasera mi sento proprio nulla, e Ti sento profondamente vero: che questo nulla sia per la Redenzione!

. . . . . . .
Per la cronaca: dopo una notte molto agitata, e attorno tutti nella camerata russavano, il mattino dopo mi son svegliato che stavo meglio. Dovevo raggiungere la mia “famiglia temporanea”... ed ho percorso 33 km, piccolo record personale!

Per chi volesse saperne di più, ho già scritto del mio pellegrinaggio qui.

(foto mia - sulla via di Santiago - aprile 2007)

domenica 13 novembre 2011

La spina nel cuore


Sono qui davanti al pc e vorrei scrivere, ho molto da dire. Manco oramai da diverso tempo, e nel frattempo ho scritto tanto, ma poi alla fine pare sempre mancare il momento coagulante, il tocco finale che mi consente di pubblicare.

Credo di essere sostanzialmente deconcentrato. Una delle fasi della vita.

Ieri stavo facendo conti dei miei consumi energetici, verificavo la bolletta dell’energia elettrica. Mi son reso conto che la luce si paga: tutta la “luce” si paga. Tutta, specie quella che viene dall’alto. Si paga in sangue, in desolazione. In solitudine. Ed è un bene. È il modo per ricambiare un po’ il Cielo che scende in terra.

. . . . . . .
Domenica sono stato a camminare in montagna con un folto gruppo di amici. Un clima bellissimo, tra noi e fuori: sole, un cielo meraviglioso, tanto vento.
Un vento gelido, impietoso. Un vento che evoca paradisi lontani, pur in questo che comunque vivo nel mio presente.

Ho fatto il servizio militare nelle vicinanze di Udine, era il 1975, poco prima del terremoto. Come buona parte dei giovani italiani si finiva ai confini della patria, ove poteva sorgere il pericolo. Uno dei periodi tra i più belli della mia vita. Constatare che Dio è vero, lontano da casa, in una situazione surreale. In una terra, tra gente che ho amato e tanto amo.
E lì, in Friuli, il vento che veniva giù dalle Alpi orientali era un vento gelido, si diceva proveniente dagli Urali. Un vento che ti entrava nel cuore e faceva circolare il sangue accelerato. La nostalgia. La vita pareva dover ancora prendere il suo inizio. A vent’anni hai la storia davanti. Sei giovane, ottimista. Hai tutto nella mente, nel cuore: tutto è possibile. Poi tutto davvero accade, ben oltre la tua immaginazione. Quanto di terribile e inaspettabile.

Anni dopo, rientrato nella vita civile, ad un certo punto, e lo rivedo qui negli occhi come ieri, quel vento parve raggiungermi persino a Roma. Momenti di nostalgia, il Padre nel cuore gelido, l’Amore. Ne scrissi una specie di poesia: “Questo vento mi ricorda Udine…”.

Ecco, camminando avevo il Friuli nel cuore, qui nella mia cara Umbria di oggi. Un vento che entrava nel cuore ed evocava nostalgie, oblii, paradisi. Il sangue che scorreva rapido.
La tramontana, il vento del gelo, sempre mi apre all’Eterno, mi richiama incessante al centro del tutto, alla causa e al fine ultimo. Essì che non ho più vent’anni, sono nonno, la salute scema, è iniziata la discesa. Quasi da dire che ho la vita alle spalle. Ma nel mio presente ogni volta ritrovo la giovinezza di Dio. Le ragioni del mio ancora essere qui, in terra.

Rientrando a casa, era già notte, una luna indicibile si faceva largo tra i monti. Grande, bella, luminosa. Straziante.

Scrivo, ascolto un grande jazz. Cosa di più struggente, a sera, di un magistrale sax. È arrivato il freddo e questo sassofono mi suona dentro, nelle profondità remote.
La tramontana, la nostalgia. La spina nel cuore.

“Quanto a me, ho una spina nel cuore” dice Paolo, l’apostolo delle genti, il grande Paolo.
Anch’io ho una mia piccola spina nel cuore. La mia sposa, lontana.
Nostalgia grande, tutto canta di lei. Come non pensarla, come non desiderare il suo, il "nostro paradiso"?
Tutto talmente lontano, irrealizzabile. Un sogno? Forse un miracolo?

Parlando di miracoli, tempo fa un caro amico mi fece presente che Iddio ha le mani legate, con gli umani. Nulla può. Ci ha donato la libertà, il dono più grande, questa benedetta libertà di cui tutti qui in terra si approfitta.

Penso a Paolo che cade da cavallo sulla via di Damasco, che pare smentire il mio autorevole amico.
Non so, non capisco di teologia.
Mi limito a vivere l’oggi. Nell’attesa amante.
Un po’ come il Padre, sulla torre, col cuore dilaniato e dilatato...

(foto mia, Umbria 2006)

martedì 1 novembre 2011

Non ho parole

Son rientrato da una giornata piena, coinvolgente, bella. Di donazione direi totale (non ero il solo: in tanti, ciascuno faceva la sua parte). Un convegno con tante persone, mi si è chiesto di fare delle foto da fruire subito, appena terminato. Insomma, in tempo reale. Col digitale oggi si può fare bene.

E pensare che trentatre anni fa, in situazioni analoghe che duravano più giorni, allestii una camera oscura negli spogliatoi di un palazzetto dello sport, per lavorare in tempi rapidissimi le foto scattate in giornata. Si sviluppava e stampava di notte quanto ripreso di giorno. Le foto servivano al giornale quotidiano che veniva stampato nottetempo e poi confezionato e pronto per la distribuzione il mattino seguente alle 8. Chissà come facevamo?

Una signora mi ferma per dirmi che è stata ad osservarmi, e ha visto una luce speciale nei miei occhi, mentre ero occupato nel fotografare. Me ne ringrazia. Deve aver ragione, in qualche modo, perché sto veramente bene. Certo, il tempo fugge via, indefinibile, e io lo fermo, lo passo alla storia in un "click". Ogni foto un atto d’amore, un attimo che rendo eterno.
D'altronde so cosa vivo, come lo vivo. E non mi riconosco quasi più. O forse: comincio finalmente a conoscermi. E solo posso dire: "Abbà Padre, grazie!"

Rientro a casa, ho un istante di tristezza, un piccolo istante. Sono comunque solo.
Penso a quante volte devo aver detto nella vita, sin da giovane: “Signore dammi tutti i soli!”, ri-vivendo altrui esperienze che in me hanno lasciato segno profondo. Preso in parola! E come si potrebbe entrare nel pieno del dolore del cuore degli uomini, che in fondo sono soli tutti, se non attraverso il buco nero del proprio? Ecco, ci siamo.

Quattro anni fa, appena arrivato qui nell’eremo, nel momento più drammatico, in solitudine estrema, con casa spoglia da mettere su, senza telefono né web, con freddo terribile e col tetto che ogni tanto veniva trafitto dalla pioggia… accadde di leggere su Città Nuova di un signore che viveva solo, ma asseriva di non esserlo affatto, in realtà. Diceva che erano almeno in sei, nella sua solitudine "apparente".
Lui, la Trinità, Maria, l’angelo custode.
A me poi piace pensare che nei paraggi capiti pure qualche santo di passaggio.
Ho tanti amici oramai lissù. Se loro mi hanno in cuore come li ho io, qui c’è un traffico incredibile!

Vado a vedere la posta della giornata. Da stamani diverse mail importanti, che mi toccano.
Un’amica mi scrive: “GRAZIE ! ... del tuo esserci, del tuo crederci, del tuo offrirti!”
Da un amico lontano, e solo anch’egli, lo scritto di una sua esperienza di vita. Una storia bellissima, Iddio che si manifesta nei modi più incredibili.
Mi commuovo, inevitabile.

E non posso non chiedermi, ancora: chi sono io, per tutto questo?
Non ho parole, non ho risposte.

Forse è il nulla che avanza, quello sì, che lascia spazio al Cielo...

(foto mia, Umbria, 2006)

domenica 23 ottobre 2011

Scusate!

Tempo fa, una banale discussione che diviene accesa. C’era chi asseriva che i vecchi son tutti cattivi. Che l’avvicinarsi della morte li rende astiosi con chi rimane. Che non accettano di morire, giustamente, e sono depressi: la natura umana è cattiva, e qui si rivela appieno.

C’era di tutto. Ho dovuto e voluto dire la mia, con forza, anche. Da quel che ho visto nella vita, intanto ho imparato che non esistono i cattivi, come non esistono i buoni, come categorie assolute. Esistono “persone” che attimo dopo attimo scelgono di fare il bene, di fare il male. Con tutto quel che ne consegue.

Ma poi, specie nel caso degli anziani, va considerato che col passar degli anni magari si perdono le inibizioni, la buona educazione, il rispetto umano. Io direi che si diviene sé stessi, senza più gli abiti indossati per una vita. Come direbbe Totò: non si ha più la divisa, si diviene liberi.

Ecco, questa nuova libertà porta alla luce la vera natura dell’umano. Si vede come si è nel fondo. E si trovano sì persone esacerbate, ma quante invece sono serene, dolci, premurose?
D’altronde la sola certezza inopinabile della vita pare essere la morte, e certo col passar degli anni le probabilità statistiche aumentano. Ho l’impressione che si muoia come si è vissuto. Chi ha una coscienza comunque serena affronterà la fine ben diversamente da chi sta turbato, infelice, preso dalle cose della terra.

Nel giro di pochissimi giorni mi accadono eventi che paiono messi lì proprio in fila.

Una signora anziana, molto ricca, che conosco da anni, a messa in un giorno speciale. È piena di ori e sta cupa, avvizzita, pare in un dolore muto e senza speranza. Naturalmente non so cosa ha nel cuore, cosa vive con Dio. Non posso né voglio giudicare, ma l’impressione è di una persona infelice, e inevitabilmente mi viene da pensare alla cruna dell'ago, alla ricchezza che non genera felicità nemmeno qui in terra.

Pochi giorni dopo, incontro la minore di due anziane sorelle che conosco superficialmente. Lei mi saluta chiamandomi per nome, e io non ricordo il suo. Poi le chiedo della sorella, che so stare poco bene. Mi narra che le funziona solo una metà del corpo, a letto immobilizzata necessita di cure continue. La sento positiva, una donna che si prodiga e non lamenta del suo impegno. Mi chiedo se avrà qualcuna accanto, quando sarà la sua ora. Nel salutarmi sorride e mi lascia stupefatto: “Bisogna abbracciare… quel che viene!”. Non è rassegnata, non parla di accettare: dice abbracciare!
Pare detto da una mistica cristiana, e non da una donna del popolo. Ma deve essere la coscienza cristiana che magari inconsapevole vive nel fondo dei cuori della gente semplice.

Poi, ancora. Un amico mi racconta del suo rapporto con la suocera, pure lei molto anziana, con Alzheimer. È come una bambina. La porta fuori in macchina per distrarla, la fa passeggiare, la sera vedono la TV insieme, vicini, sul divano. È quasi incredulo, perché si rende conto che sta amando gratis, senza possibilità alcuna di tornaconto. Dico che lui si ritroverà tutto questo amore gratuito. Perché è questo che accresce l’uomo, così come il contrario lo diminuisce. Mi pare di cogliere qualcosa di lucido, brillante, nei suoi occhi.

Penso a mia madre, Anna, partita anzitempo ché doveva raggiungere papà.
In fase terminale di tumore, sotto morfina. Nascosta dalle coperte, le esce una specie di ruttino. La sento dire, ed è l’ultima sua parola che ricorderò: “Scusate!”, rivolta ai presenti.
Così è passata sulla terra, in punta di piedi, amando come ne è stata in grado.

Il Cielo di Dio è pieno di creature così, credo.

(foto mia, Umbria 2009)

martedì 11 ottobre 2011

Let it be

Mi capita di sentire storie di dolore che lasciano senza fiato. Dolore in famiglia, amiche e amici separati con problemi immani di gestione dei figli e della propria vita. Pianti senza più lacrime oramai.
E la mia prima reazione, nella condivisione attiva del dolore, è sempre quella: ci entrerei dentro, nel fare qualcosa di risolutivo, che riporti pace, serenità. Tenterei l’impossibile.
Mi sembra sia l’amore vero, concreto, con cui posso amare chi mi passa accanto in questo scorcio di eternità. Sono un interventista, il mio carattere.
E qualche anno fa venni calorosamente invitato al contrario: “Tu devi imparare a stare fermo, a lasciare che sia, a non fare…”.

Tenti di cambiare il corso degli avvenimenti, modificare la storia. E si possono fare danni pure in buona fede.
Penso a Pietro quando sguaina la spada e reagisce, in maniera inconsulta. Fa danni, va oltre. Ma reagisce: la sua natura impetuosa.

Per anni e anni ho lottato come ho potuto contro questa mia separazione che inesorabile avanzava, era una cosa assolutamente inaccettabile, la vedevo un errore, follia.

Un anziano amico mi rimbrottò addirittura: “E cosa sarà mai una separazione, con quanto accade nella vita!” Ma per me era il peggio del peggio. La mia vita che moriva.

Stare fermo, non fare: mica facile! Eppure qualcosa credo di aver imparato. Quel “Lasciare che sia!” mi ha lavorato. Ho scoperto realtà che teoricamente sapevo, ma non vivevo, non immaginavo tali. Molto distanti dal mio istinto, agli antipodi.
Ho imparato ad essere il contrario di me.

In questi anni di dolore, di situazioni al limite, in alcuni momenti estremamente difficili è parso che una presenza vicina quasi sottovoce, impercettibile, mi sussurrasse “Let it be!”: lascia che sia!

Let it be. 1969, ultima canzone dei Beatles. La storia (Wikipedia) narra che Paul McCartney abbia perso la madre Mary da bambino, e gli sia apparsa in sogno, raccomandandogli: lascia che sia, let it be… Un testo incredibilmente bello e altrimenti leggibile: quel “Mother Mary” a me e forse a tanti sembrava altro.
(Per chi volesse conoscerla, consiglio una versione splendida su youtube.com: live del 2003, concerto a Mosca sulla piazza Rossa - chiave ricerca: Let it be Moscow).


Non ribellarti, non combattere come tuo solito. Lascia che sia. Come Maria sul Golgota. Non ha urlato, non si è messa di traverso coi carnefici, non ha maledetto. Ha lasciato che accadesse. Ma Lei tanto poteva solo in virtù del suo stare in Dio, in altra dimensione.

A volte pare non esista via d’uscita, il cuore stritolato.
Mi son trovato e mi trovo ancor oggi a permettere, in me e col Padre, che sia.
Let it be, continua sovente a sussurrarmi quella voce.

Mettere la propria esistenza, ogni volta, di nuovo, nelle mani di chi sa e vede e provvede. Le sole che possono. Non le mie mani, che poco possono pur avendo grandi velleità.

Maria. Ottobre, il suo mese.
Vivere la sua leggerezza. Posarsi nel vento e lasciarsi portare…

(foto mia, settembre 2006, Umbria)

domenica 2 ottobre 2011

Di Dio, il Paradiso

Sere fa mi ha chiamato un vecchio caro amico, allarmato: “Oh, è un mese che non pubblichi: tutto bene?”
Tutto bene, benissimo. Esco da un periodo intenso, ove era arduo trovare concentrazione per scrivere qui. Un periodo in cui ho terminato una lettera che da tempo avevo in animo, e un’altra ne ho avviata. Importanti entrambe, pur completamente differenti. E poi c’è stato il matrimonio di mia figlia! Un avvenimento che posso definire molto più bello dell’immaginabile. Loro belli e bravi, come sempre. Una cerimonia molto partecipata, grazie anche al celebrante. I canti che mi commuovono, specie quando si intona “Di Dio sei il Paradiso, Ave Maria”. Una meraviglia. Come pure tutti e tutto.

Ho pianto tanto, certo. Sempre mi accade quando sento nelle mie fibre il soprannaturale fine. Quando sento che Iddio è lì, presente, palpabile. Forse è la mia sensibilità esagerata, magari un poco folle.

A sera, al termine di tutto, son rientrato a casa, nella mia solitudine solita, tanto stanco che zoppicavo, con crampi acuti alle gambe e ai piedi. E non potevo non ringraziare il Padre per la giornata: tutto andato più che bene, la mia sposa sempre più bella. E il mio cuore sempre più eroso, evidente.

Il giorno dopo, ventesimo anniversario della partenza di papà per l’altra vita: ne ho già scritto. All’epoca, in un buio pressoché assoluto, mi fu di luce un amico “Ci sono momenti in cui il Cielo e la terra si toccano”. Si toccano quando si muore, e si passa in altra dimensione, in Cielo.
Mi rendo conto che questa operazione la compio tutti i giorni, anche, col mio vivere. Quando muoio e passo in altra dimensione. Muoio a me stesso e all’istante risorgo, passo a vivere altro. A cosa servirebbe la morte, altrimenti? Quella fisica, quella spirituale. Stessa funzione, su piani diversi.

Ho ancora il canto nel cuore. Di Dio sei il Paradiso. Ave. Maria.
Maria Paradiso di Dio nel suo morire a sé, e lasciare Iddio vivere. Posso esserlo io, chiunque. Il Paradiso di Dio.
È vero, perché quando incontro qualcuno che amo, e che ama e sta felice, io ne gioisco ancor più. Figurarsi il Creatore. Come pure è vero il contrario. Il dolore che vivi dell’infelicità di chi non ama, sta male, lontano.

Anni fa interrogai un anziano filosofo, grande esperto di divino, sul dolore di Dio. Mi suonava strano, quasi contraddizione. Lui mi confermò. Dio soffre, soffre nell’Abbandono del Figlio, soffre del dolore di ogni Suo figlio. Come il Padre del figliol prodigo: sale sulla torre tutti i giorni, nell’attesa del ritorno. Scruta l’orizzonte, vigile ad ogni movimento dell’orizzonte: sarà lui che finalmente torna?

“Ma dall’esilio ci libererà
l’ostinato mio amore.”

Trovo questo tardo Ungaretti perfetto nel calare in terra, tra un uomo e una donna, l’amore del Padre verso il figlio lontano.
L’esilio soprattutto, è vero: come non pensare all’esilio dal Paradiso terrestre? Uomo e donna uniti nel matrimonio cristiano, si diviene carne dell’altro. Quel plurale "ci salverà" dice tutto in breve: la salvezza è insieme, il disegno è unico! E si vive davvero un esilio se l’altro sta altrove. Se un pezzo di te è lontano, come in un tumore dell’anima, il suo male è anche il tuo, il suo dolore seppur ignoto ai più è tuo.

Poi stai nel presente, rispetti la sua libertà, ami altro e altri, sei tutto a tutti. E pur solo, monco, col disegno deturpato, sei comunque un risorto, se vivi in Dio.

(foto mia, Umbria 2009)

venerdì 26 agosto 2011

Ma chi te lo fa fare?

Da anni seguo da vicino il web e la sua evoluzione, pur qualche volta con fatica. L’età comincia a sentirsi, e pensare che ho vissuto in prima persona gli albori dell’informatica in Italia. Il mitico Olivetti P101, le schede perforate, l’IBM 1130. Conservo da parte l’Olivetti M24, primo pc di casa: un piccolo gioiello di appena un quarto di secolo che tecnologicamente è come un millennio.

Ricordo quando sul web si cominciò a parlare di blog, e si faticava a capire cosa potesse essere nella realtà, quale la sua utilità. Oggi, per seguire un invito di amici, mi ci ritrovo dentro in pieno, lo uso come un diario condiviso, il diario della mia vita da separato al cospetto di Dio, della mia sposa, della storia.

Di recente mi è stato chiesto brutalmente: “Ma chi te lo fa fare? Sei matto? Mettere in piazza, sul web, cose talmente personali!”

Certo, è una situazione quasi da Grande Fratello. So bene di condividere con tanti, che conosco ma anche ignoti, ai quattro angoli della terra, cose che certo non direi a voce ovunque. E' il web, fai cose impensabili.
E ho tante buone motivazioni per stare qui a scrivere.

Potrei dire, per cominciare ridendoci su, ma neanche poi tanto, di uno slogan della contestazione giovanile (era il '68 o il '77? ahh, la vecchiaia!): "Il personale è pubblico". Ma non è questo.
La spinta vera mi suona dentro lontana nel tempo, dal Vangelo della mia infanzia: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date!” e la sua logica conseguenza, in questo caso: “Scrivere è credere all’Amore”.
Ma c’è dell’altro. È Ignazio Silone, in “Ed egli si nascose”, edito da Città Nuova: “Quando uno è passato per l’inferno e torna tra i vivi, ha il dovere assoluto di raccontare quello che sa”. Parla della sua vita, ma anche di me.

Sono stato molto lontano, “agli ultimi confini della terra”, che non è la Patagonia ma è la terra di nessuno ove Dio pare impossibile, ove si sopravvive adattandosi, inventandosi e quasi drogandosi di tutto. Quando neanche tu sai più chi sei, e perdi la cognizione di te, delle cose, il senso del vivere, la meta. Si può vagare così per anni, decenni, la vita. Errabondo, nel Sinai deserto, assetato, tra idoli e miraggi.

Ho la sensazione di aver fatto il giro della terra, aver visto o vissuto quanto esiste di bene e di male. Son poi tornato al punto di partenza.
Un viaggio inutile, superfluo? Verrebbe da dire di sì.
Ma ho imparato a vivere il presente, senza guardarmi indietro. Senza rimpianti, crucci, tristezze. Mi dicono che Dio mi ama così come sono. Con i miei limiti, i miei errori. Deve essere proprio vero.
Certo, un viaggio straziante, immane. Lo definisco i “miei venti anni e oltre di deserto” un po’ rifacendomi ai quaranta del popolo eletto nel Sinai. Ma è la storia dell’uomo, dell’umanità di sempre.

Viaggio non inutile, non superfluo. Generatore di vita. Ma dipende solo da me, dal mio vivere il presente. Se ne faccio tesoro sono on-line col Creatore. Se rinnego, sono in loop, ho davvero sprecato la vita.

Scrivo, mi metto continuamente in gioco qui, dinanzi al mondo intero, perché so di quanto si possa stare male lontani da sé, dal disegno di Dio, dall’Amore. Son qui per chi è lontano dalla propria vita: posso testimoniare che farcela è possibile. Occorre tanto sangue ed onestà intellettuale infinita.

Alcuni lettori mi scrivono: poesia pura, mi hai commosso, grazie.
Se pure fosse una sola persona a leggermi, con cui nasce sintonia, a cui comunico il lavoro di Dio, i piani, le scoperte, le bellezze, quello che Dio fa da queste parti… beh, già sarebbe ben speso il tempo del mio scrivere.
Che poi è un infinito rimettere la palla al centro, una Grazia che stimola il divenire.

(foto mia, Umbria 2011)

domenica 14 agosto 2011

Il pulmino a nove posti

Sabato sera, quasi ferragosto. Sono in terrazzo a scrivere, è fresco, ho indossato una vecchissima maglia. Qui da me d’estate è una meraviglia, pur essendo in una regione che soffre molto il caldo. Ho cenato con carne di pecora, come si usa in Abruzzo in questi giorni. Ovviamente in solitudine.

Sono stato fuori casa otto giorni, una vacanza un pò particolare sulle Dolomiti. Viaggiato con un pulmino a nove posti, in compagnia di tanti giovanissimi. Nostalgia nel tornare sulle montagne ove nacque il mio matrimonio, in luoghi particolarmente belli. Solo, non come sognavo tornarci dopo ben trentadue anni. Poi quando tocca a me guidare, mi rendo conto che non ho qui la mia famiglia naturale, ma ho tutti questi ragazzi. Non avendo famiglia, le ho tutte. Mi sento la responsabilità delle loro vite. “Donna, ecco tuo figlio”. I miei figli, moltiplicati.

Giorni belli, famiglia grande. Vecchi amici e nuovissimi. Legami che si rinsaldano. Famiglie unite, figli. Nostalgia dei tuoi, della carne della tua carne. Siamo alle Tre cime di Lavaredo, uno dei posti più celebrati della terra. Ho il cuore sventrato, ma certo non si vede, vivo pienamente il presente. Non posso non scrivere un sms: “I wish you were here”. Alla mia sposa, ai miei figli, alle new entry nella nostra bella martoriata famiglia.

In questi giorni poi è accaduto un fatto inverosimile. Mi accorgo di stare senza fede al mignolo, l’anello di matrimonio col nome della mia sposa inciso, di cui avevo già scritto in gennaio, qui sul blog. Sparito, perso chissà come, nell'arco di un'ora. Ci tenevo, era la cosa che in questo momento diceva al meglio del mio vivere. Un segno esterno della fedeltà. Cosa significa? Barcollo. Fare come niente fosse? Sono esterrefatto ancor oggi, cerco di interpretare il segno, non capisco.

E qualcuno coglie al volo l’occasione per ripetermi ancora di voltare pagina: il destino! Certo, non vorrebbero il mio dolore, ma manco io lo vorrei, non sono masochista. Mi ero coniugato per invecchiare insieme, nella gioia e nel dolore. Quando uno si sposa mette la sua vita nelle mani di una persona in fondo sconosciuta, a scatola chiusa.
Tempo fa sono stato affettuosamente invitato a pensare al mio futuro: “Paolo, invecchiare da soli non è bello”. Lo so, dormo solo da 8 anni. Ma andrebbe detto alla mia sposa, non dipende da me.

Nel partire tanti piangono, specie giovani. Abbracci, impegni, promesse.
Il rientro a casa è doloroso per tutti, ma per qualcuno forse di più. Dopo tanta famiglia, fratelli e sorelle, si rientra nella solitudine profonda. Stavolta mi è drammatico più del solito, un buio nuovo, confusione.

Oggi come una luce, finalmente. Era lì da un po’, ma non riuscivo a entrarci dentro: “Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove”. (2 Cor. 5,17).
Cosa sarà del mio matrimonio? La risposta è qui: si aprono nuovi scenari, devo uscire dai miei vecchi usati schemi.

Tempo fa raccomandai a dei fidanzati di volare alto: la vita, il matrimonio. Guai a entrare in stallo, e scendere di quota: si precipita. Dio offre di volare alto sempre, come nei momenti più belli dell’innamoramento iniziale, quando tutto implode dentro.

“Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così” (2 Cor. 5,16).
Altre dimensioni, altro vivere mi attende.

(foto mia, Umbria 2006)

martedì 19 luglio 2011

Piccolo antico mondo

Sono stato tre giorni al mio paese natio. Sono andato con le nuove generazioni, il mio nipotino e i suoi genitori. Una esperienza nuova, bella. Non ho guidato, finalmente non ero solo in macchina. Ho dormito nel letto, nella stanza ove sono nato, come accade da quando i miei son partiti. Finalmente la casa viva, proiettati in avanti: una sensazione di rinascita. La vita avanza, e tutto a causa di questa creatura.

L’ultima mattina ero presto in piedi, non potevo far rumore e svegliare il piccolo. Dopo il caffè sono uscito in silenzio, sulla piazza davanti casa, le panchine erano in ombra. Odore di tigli, ancora: qui la natura esplode tardi, siamo ad ottocento metri tra le montagne d’Abruzzo. Ho con me il cellulare, sto collegato col mondo in tempo reale e ne approfitto per fare meditazione on line. Mi affascina la tecnologia che avanza e magari è utile all’uomo. Poi mi metto a registrare questi pensieri che elaborerò a casa in parole scritte.

Questa piazza che oggi ha un bel giardino al centro, illuminata con gusto di notte, un tempo era al limitare dell’abitato, c’era l’aia. Mio nonno costruì qui, con e per i suoi quattro figli maschi: grandi mura “a sacco”, con cemento e tante pietre provenienti da loro terre.
Qui sull’aia avveniva la trebbiatura, c’erano stalle, ricordo la battitura dei ceci con due bastoni legati da una catenella, poi il grande setaccio. Il vento alzava polvere e pula assieme.

In questi giorni ho fatto piccole manutenzioni che non facevo da anni. Con una sensazione di declino, morte, in cose cui papà aveva dedicato la sua vita: ora abbandonate, che vedo lentamente morire. Allo stesso tempo, coi giovani in casa, sento vita che avanza, specie col piccolo splendido: io sto in mezzo tra passato e futuro, anello di giunzione.

Ho incontrato persone oramai anziane che mi hanno visto bambino, son sempre lì sull’uscio. Sapevano che ero nonno. Grandi feste al bimbo. È Il paese. Da tanti anni mi vedono di rado, sempre solo, ma nessuna chiede, forse immaginano. O forse sanno tutto, magari distorto. Il paese, anche in questo.
Questo piccolo antico mondo, ove tutto pare fermo, ove tutto nasce qui e qui si risolve, si invecchia insieme, vicini. Come i padri, come sempre. Una famiglia allargata, nel bene e nel male.

Mi sento in qualche modo in queste realtà, pur vivendo in altre dinamiche. Con figli proiettati in avanti, specie il maschio che ha scelto di lavorare oltre la terra, altre galassie addirittura. Ho dovuto scrivermi e imparare a memoria il suo campo di ricerca. Ma senza aver capito cosa sia, ovviamente.

I miei giovani ancora dormono, e io continuo qui a dettare, meditare, al fresco del mattino. Passa una mamma che spinge un passeggino. Mi saluta: buongiorno. Non so chi sia, forse l’ho vista bambina. Lei certo in me vede un forestiero, saluta per prima. È abruzzese.

Poi più tardi, a fine mattina, con mia figlia passiamo al cimitero a salutare i nostri avi, è caldo tanto, lei mi prende sottobraccio e mi dice: “Eh papà, pensa, tu in un cimitero, mamma in un altro…” e io: “Chissà, figlia mia!”.
Sono anni che ci penso, a questo piccolo particolare della sepoltura “separata”. Ma non ci credo. Come non credo a questa vita separata che pur vivo, viviamo.
Il filo d’oro che ci lega è vivo più che mai. Dipende da me, come sempre.

(foto mia, estate 2011)

giovedì 14 luglio 2011

I miracoli

Estate ormai esplosa, tanti in vacanza.
Iniziano già i rientri, e da quasi tutti sento lamentare della brevità delle ferie, del “trauma” al rientro nel riprendere la vita solita.
Dopo un periodo di bella vacanza, magari nel posto più ambito della terra, rientri nella tua realtà quotidiana e ti viene l'avvilimento. D'altronde non si può vivere di vacanza ininterrotta e se anche lo fosse terminerebbe il concetto stesso di vacanza, con la sua magia. E si entrerebbe in altro tran tran, magari dorato ma alla fine annoiante.

La realtà vera è che nulla nel tempo dura. Le estati, le vacanze, le gioie terrene si consumano ineluttabilmente.

Naturalmente la vacanza serve, è fondamentale staccare e donarsi un periodo di riposo. E il mio pensiero va alle tante persone che conosco e che non staccano mai, il più delle volte per cause economiche. A loro dedico queste poche righe, con affetto ed empatia grande. So bene cosa significhi il bisogno di vacanza, di un sano riposo.
Quest'anno per una settimana tornerò alle mie amate Dolomiti, dopo trentadue anni di assenza. Sognavo di tornarci in altre condizioni, ma questo è il vivere di oggi e bisogna andare sino in fondo, sempre.

Nei giorni scorsi un amico, a Roma, ha avuto casa svaligiata. Ovvero la cassaforte aperta, con ori della moglie, orologi di valore. Un danno grande e lui ne risente drammaticamente, vive prostrato.
Ieri sera un’amica mi raccontava del furto dei suoi pochi ori subito tanti anni or sono. Dopo la prima iniziale reazione, ne ha ringraziato Iddio. Dice che tanto era roba che non le serviva, è stata una lezione di vita.

Anni fa, discorrendo con uno studioso, lamentavo il silenzio di Dio alle mie accorate richieste di miracolo. Tutto andava male, e mi sembrava impossibile venirne fuori. Lui mi spiazzò con una sentenza senza appello: “I miracoli bisogna farseli da soli”.

Dopo tanto ho compreso e vissuto la lezione.
D'altronde l'uomo è ciò che vive: dentro e non nei paraggi di sé. Chi sei, in definitiva, oltre gli avvenimenti belli e brutti che ti circondano. Anche se certo l'ambiente esterno è importante.
Ma la verità è che si può essere felici in un carcere, in un letto di ospedale e tremendamente infelici alle Seychelles.

La sola cosa che può durare nel tempo è il paradiso che generi, che vive dentro di te.
Un paradiso vero: che non teme ladri, che nessuno e niente può sconvolgere.

(foto mia, Umbria 2009)

mercoledì 29 giugno 2011

Un corpo, un'anima sola

Liturgia del Corpus Domini: bellissimo, Mosè che pare parlare proprio a me: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore…”.
Sono stati “appena” venti i miei anni di deserto, fortunatamente. Ma ricordo bene e son qui a scriverne anche per questo motivo.

Diverso tempo fa, parlando con un’amica molto religiosa, col mio inguaribile spirito critico notavo che spesso si dicono tante parole in più, durante la messa. E lei mi apostrofò duramente: “Ma insomma, non puoi passare un’ora con nostro Signore?”. Dovetti farle presente che mi riferivo a messe feriali, ma soprattutto che ogni giorno passavo ventiquattrore con nostro Signore. Essì, ventiquattro ore. La notte in modo speciale. Sono oramai quasi otto anni che dormo solo, e per uno sposato credente anche dormire solo è dire che Dio è vero. Oltretutto: col tempo che inesorabile scorre.

Tanti dormono soli. Religiosi, single, vedove. Ma lo sposato che permane nella solitudine, specie notturna, per amore a Dio e al coniuge, in Dio, dice che Dio è vero col suo solo vivere. Quasi consacrato, quasi suora di clausura. Non esiste altro motivo al mondo per rimanere in questo stato. Fede in Dio, ma anche fiducia nel coniuge.
Confesso che in qualche modo sono avvantaggiato: so chi ho sposato. Una creatura meravigliosa, che risposerei ancora e sempre. L’altra metà del mio cielo. Conosco il suo progetto, il sogno di Dio su di lei e su di noi, in qualche modo.

La conoscenza, la sola vera: quella in Dio. Quando hai conosciuto davvero, può accadere tutto, ma conosci la vera personalità, conosci il piano di Dio sull’altro. Poi magari tutto dice il contrario, ma non conta. L’uomo e la donna tutto possono, nella libertà che Dio dona loro. Ma solo il disegno eterno dura.

Un po’ come il popolo eletto che ha vagato nel deserto per quaranta anni con nuovi dei, serpenti, vitelli d’oro. Nel dolore più grande: la perdita di Dio.
E quindi: il sogno, il bisogno di Dio. Insopprimibile. In ogni umano, ma specie in chi ne ha fatto esperienza.

“Signore, fai di noi un corpo, un’anima sola” canta stupenda una canzone. L’esigenza profonda dell’umanità, che il separato, col corpo sventrato, più di chiunque conosce e soffre.
Un grande Ungaretti recita: “Il mio supplizio è quando non mi credo in armonia”.
Il fine dell’uomo, quel che solo rende felici: nell’Uno.
Uno il cuore, uno il corpo, una l’anima.

(foto mia, Umbria, estate 2007)

giovedì 16 giugno 2011

Luna piena, con eclisse

Siamo a cena in sei, una cena importante. C’è pure il nipotino tirabaci: bello, coccoloso, garbato.
Una bella serata, si termina tardi. Nel cielo una luna quasi piena, ancora parzialmente oscurata. Dice che c’era eclisse di luna, poco fa. E noi si era impegnati in una cena, con un avvenimento così raro in cielo!

La luna, capace di smuovere i mari da lissù, mi accompagna poi nel ritorno a casa, è mezzanotte. Sta lì, anomala. Come la serata.
Penso a mio padre, alle nostre discussioni. Io, giovane razionalista, non potevo assolutamente non contestare il suo seminare e raccogliere, il suo tramutare il vino secondo i periodi lunari. Da pensionato aveva tirato sù il suo bravo orticello e si atteneva alla tradizione. E io contestavo: mi era impossibile concepire tanto potere in un lontano corpo celeste.

Invece poi col tempo ho dovuto ammettere. Il potere della luna, ma pure tante altre cose. Come ad esempio: quanto può il cuore di una donna, nel bene e nel male. Forse più della luna.

Una serata anomala, ma era la luna certamente che pilotava.
Rendersi conto che vivi realtà estreme. E che Dio ti chiede e ti offre sempre di più. Pazzesco. Il cuore di Dio, che quando lo tocchi, magari un po’ lo vivi, ti lascia stordito quasi. Il cuore di Dio. Quel cuore che ha una splendida spiegazione nella parabola del “figliol prodigo”. In questi anni ho riletto, meditato, vissuto quella storia. Anomala anch’essa. Sono io il figliol prodigo, certamente e forse sono ora un po’ pure il Padre. Quel Padre che sale tutti i giorni sulla torre e attende la persona amata, quella carne della sua carne che a stento sopravvive lontano.
Attende e ama. E più attende e più ama. E più ama, più attende. Un gioco d’amore senza fine. A braccia aperte, senza recriminare: accoglie, prepara il più grande banchetto.

Questo il cuore di Dio, che nel donare la libertà all’uomo sapeva di fare una follia, una follia d’amore. Ma che amore era, senza la libertà persino di sbagliare? In fondo sarebbe da rileggere pure la Genesi, la creazione, sotto questa ottica. Non sono teologo, quel poco che capisco mi nasce dalla vita. Ma certo: è l’una di notte, e non c’è motivo razionale che io stia qui a scrivere, per voi, con voi, ma soprattutto in me, col Padre, i moti del cuore in questa serata, anomala.
Solo testimonianza all’Amore, non altro.

Sono accadute cose anomale, stanotte. Il mio cuore che piangeva e godeva. Che comunque amava. Il plus di Dio, del suo gioco, del suo amare dalla torre.
Quando poi torno trovo un sms di Giusy, amica carissima, che sapeva della serata: “Ti ho pensato MOLTO! tvb. 1”

L’amore è pure circolare, oltretutto.

(foto mia, maggio 2011)

venerdì 3 giugno 2011

La rara felicità

Da giorni e giorni avrei da scrivere ancora, qui sul blog. Ho tanti spunti, forse troppi, non trovo concentrazione. Ci penso, ci giro intorno, ho pure scritto, ma poi ho bloccato tutto. Ho imparato che non serve scrivere "necessariamente". Si può fare e dire e scrivere di tutto. Ma solo poche cose contano, poi. E non posso e non voglio essere “cembalo sonante”. Scrivo me, di me, con voi: quasi diario dell’esistenza, pubblico, condiviso. Devo essere io, da cima a fondo. Lo sono sempre, ma qui forse ancor più. Io e Dio e il suo gioco d'amore. E solo poi posso condividere.

Tra l'altro, ho un brivido nel constatare da dove mi si legge: Emirati Arabi Uniti, Costa Rica, Singapore, tanti Stati Uniti, Federazione Russa, solo per citare i meno vicini degli ultimi giorni.

Di recente tanto vento del sud che porta, fatto rarissimo in Umbria, aria quasi marina. E penso a tre anni fa, era giugno. Mi chiamano dalla Sicilia, erano in vacanza a san Vito lo Capo: “Devi venire giù, troppo bello. Prendi il primo aereo!” Non ho grande voglia di muovermi, ma poi vinco la mia stanchezza soprattutto per farli contenti. Arrivo a Punta Raisi a metà giornata, caldissimo. Finalmente la Sicilia, sognata da anni, ma in ben altre situazioni. Ho tanti amici siciliani, e sento fortissimo il legame con questa terra ancora sconosciuta. Sono atteso all’aeroporto, si va subito al mare, la Riserva dello Zingaro. Si cammina tanto, nel sole, in orario torrido, col mare sotto. Sono stanco, senza fiato, si suda, ma è una meraviglia: poco fa ero a Roma!
Accade l’imprevedibile. Di botto una sensazione stupenda: come di sentire il profumo di Dio. Inebriante, non capisco cosa sia, da dove venga. Manco saprei descriverlo più. Si può definire un profumo? Eppoi, di Dio? Eppure la sensazione era nitida. Certamente il posto eccezionale, ma soprattutto: lì tutto nasceva da una circolazione d'amore.

Sere fa, con amici con cui in qualche modo si condivide la “famiglia”, quella più ampia della famiglia naturale. Si stanno definendo diverse cose pratiche da programmare e si è pure fatto tardi. Ad un certo punto dico qualcosa che crea silenzio assoluto. Trovo immediate risonanze. Al mio parlare, nell’amore, mi corrisponde una reazione analoga.

E dire che recentemente ho rischiato di cadere in una trappola, di scendere al “piano sotto”, al livello dell’infelicità.
Mi son trovato a subire astio. E la reazione primaria pareva esser quella di ricambiare. D’altronde: se ti si aggredisce solo perché esisti, come reagire? Ma c’era qualcosa che non mi lasciava limpido, era come un momento di nebbia fitta, in cui ti fermi ché non sai più dove sta la strada. Forte è stata la tentazione di scendere al piano sotto, e ricambiare. Ma troppe volte mi è accaduto oramai, in tanti anni: so bene che non paga.
E infatti la “rara felicità”, come direbbe Ungaretti, è altrove.
Riuscire a vedere e trattare tutti, sempre e comunque, con gli occhi e il cuore del Padre, per quanto in tuo potere. Rimanendo al piano sopra.
Chi ama regna: è vero.

(foto mia, Sicilia 2008)

lunedì 16 maggio 2011

Scalarsi dentro

Mi scrive mia nipote Elena per invitarmi a vedere su youtube una intervista a Tiziano Terzani. Ha appena visto il film dal suo libro e approfondisce sul web.
Io lo conosco da anni, seguo il suo invito. Terzani è un grande, uomo vero. Mi immergo nelle sue parole: verifico il mio vivere alla luce del suo. Capto parole di grande umana saggezza.
“Capire l’altro è divenire un po’ come lui… La sola rivoluzione possibile è quella dentro di noi. Dopo trent’anni di viaggiare fuori, dovevo tentare un altro tipo di viaggio. Dentro di me. Sono andato sull’Himalaya… e ho riscoperto la natura! Ho l’impressione che la mia piccola vita insignificante sia invece una cosa importantissima perché è parte della vita di tutto... Concentrarsi solo su se stesso. Accettare la morte come parte della vita stessa. Sono uno che ha vissuto, e credo di aver capito il senso di questa bella esperienza che è la vita. L’unico vero maestro… è dentro di noi.”
Che meraviglia. Quest’uomo ha la capacità di mettermi sempre davanti a Dio, al mio Dio. Un Dio che lui pare ignorare, farne a meno. E a me sembra invece di vedercelo dentro in pieno.

Anni fa, all’udire da persona cara: “Bisogna scavarsi dentro…” ebbi da correggere quasi: “Scalarsi dentro, casomai!”. Pare un gioco di parole, ma sono due realtà contrapposte: si sale, invece di scendere.

Scalarsi dentro: Terzani. Trovare il maestro dentro di sé, trovare l’equilibrio vero.
Lui è andato eremita sull’Himalaya dopo aver conosciuto il mondo in trent’anni di viaggi.
Io mi son fatto vent’anni di deserto duro e ora son qui nella solitudine di questo eremo pur con tanti impegni “fuori”, continuando comunque la vita di tutti i giorni.
La prima volta che mio figlio, che vive in Svizzera e non capita di frequente da noi, mise piede in questa casa in cui vivevo già da tempo, entrando in camera da letto disse d’impeto: “Papà, ma questa è la cella di un convento!”. Vero, figlio mio. Da qui: eremo.

A volte parlerei da solo. Ho cose da comunicare, ma non c’è qui nei paraggi la mia sposa, la sola che forse potrebbe sino in fondo comprendere. Un po’ lo faccio con questo scrivere, con voi che mi seguite. Ma non è proprio la stessa cosa.

Ieri hanno sepolto il padre di Elisabetta, a Roma. Ho parlato con lei la sera prima. La partenza di un genitore, specie del primo, segna sempre un momento traumatico della propria vita. Elisabetta è una cara amica, una che conosce il dolore. Non ho parole speciali da darle. Solo la mia vicinanza seppur distante, la preghiera. L’empatia.
Pare tenere bene, adesso. Forse poi ci saranno momenti difficili, quando la vita rientrerà nei ritmi quotidiani.
Stiamo sotto il sole, Signore. E c’è un tempo per gioire, un tempo per piangere.

Lessi di padre Pio che lamentava che tutti lo assillavano per il miracolo, per togliere la sofferenza. E mai nessuno che chiedeva il miracolo di accettare il proprio vivere, il proprio dolore.

Forse questo è il vero miracolo dell’esistenza. Viverla bene e ringraziarne Iddio. Comunque essa sia.
In Cielo non erano contati pure i capelli del capo?

(foto mia, punta Penia - Marmolada, agosto 1976)

lunedì 9 maggio 2011

L'avventura

In questo week end ho rallentato il ritmo, c’erano diversi lavoretti che mi attendevano, in casa e in "giardino".
Avevo un sacco di panni accumulati e ho fatto tre lavatrici una dopo l’altra. Il sole splendeva e asciugava senza posa.
E ripensavo alla mia “professionalità” nel piegare le lenzuola, nello stenderle: mia madre insegnava bene e io, bambino, aiutavo bene.

Nei giorni passati invece tante cose importanti, momenti di grande impegno.
Ma poi mi trovo bene anche al rientro in questo mondo di piccole cose.
Tutto è Dio. Tutto.

Ho viaggiato solo, come sempre. Giovedì sera, al rientro, ho partecipato al terminar del giorno. Il sole che svaniva a ovest, oltre i rilievi. Il cielo che cambiava colore. Le prime stelle, un quarto di luna che brillava.
Sono arrivato a casa che dal bosco vicino già tutti cantavano. La notte qui è un concerto stupendo, nel buio quasi assoluto. Da una parte il bosco, dall’altra il piccolo fiume. In questa stagione vivo nella musica della natura, di notte come di giorno, d'altronde.

Quest’inverno probabilmente non ho ben coperto il mio alberello di arancio amaro. Ne è venuto un mezzo disastro. Ha sofferto, si è gelato dalle punte in giù e solo una piccola parte del tronco, in basso, aveva ancora rade foglie vive.
Stavo per eliminare drasticamente tutta la parte secca. Un amico esperto mi ha detto: “Aspetta, che magari dentro è vivo e riprende! A tagliare fai sempre in tempo.”
Ho creduto alle sue parole. Sole, acqua, un poco di concime.

In questi giorni sul tronco è un fiorire di virgulti. La vita implode dalla morte.

Oggi sarebbe, è, un giorno importante. Son trenta anni di matrimonio.
Anche se la legge dello stato italiano dice che sono libero e potrei sposarmi civilmente domattina, permango nel mio matrimonio volentieri.

Faccio un bilancio, ma conosco bene tutto e ho imparato un po’ a vedere con gli occhi del Padre.
Certo il sangue non manca.
Ma è la consapevolezza che il dolore più grande chiama l’amore più grande.

Stasera in qualche modo festeggerò.

Trenta anni fa forse c'era la sensazione che la mia vita, la nostra vita, sarebbe stata una bella avventura. Ma non potevo immaginare quanto e come e a quali livelli.
E non si giunge a ciò solo per l’amore a una donna che, per quanto splendida come la mia sposa, certo non può tanto.

Grazie Padre.
Grazie sposa mia diletta.

(foto mia: "l'arancio amaro che riprende vita", maggio 2011)

mercoledì 4 maggio 2011

Cuore pesante

Accade che a volte il cuore piange.
Una giornata stancante, un sacco di cose storte.
In macchina ho una musica avvolgente, che freme e mi dice nostalgia dell’eterno.
Stride con la pace che pare evaporata, con la stanchezza.

Stasera volevo andare ad un cineforum con bella gente, ma ho dovuto constatare che non ce l'avrei fatta a rientrare all’una. Già stanco, poi mi attendono viaggi solitari, giornate impegnative.
Passo un attimo, ma proprio un attimo, a vedere il mio nipotino: splendido, cresce e cambia giorno dopo giorno.
Torno a casa: pare giungere temporale e scopro che dodici ore prima, quando sono uscito per il lavoro, ho lasciato una finestra aperta. Mi viene da ridere, perché è successo pure ieri, identico.

Avvenne tanti anni fa.
Credo nei primi tempi in cui dormivo solo. Mi ero svegliato dal raro sonno con la sensazione netta del cuore pesante. Quando senti addosso il peso del tutto, e nulla pare giovare. Era così da anni, con alti e bassi: una vita in questo tono, ti ci abitui.
Poi alla sera mi chiama il mio amico Mario, che mi dice della sua giornata: la sensazione di cuore leggero, sta contento.
Urlo. Non è possibile, gli dico. E rido con lui. Non è possibile che mi giunga una tale risposta, immediata, allineata alle mie grida di dolore.

Cuore pesante, cuore leggero. Vite e situazioni analoghe, ma una differenza abnorme.
Mario non era proprio matto, ben sapevo da cosa nasceva il suo cuore leggero. Ne avevo nostalgia, era il mio sogno inconfessato da anni.

Poi deve essere accaduto qualcosa che manco capisco.
Credo di averci lavorato ancora tanto, nelle notti insonni, nei giorni tristi.
Pare si chiami fede: credere in qualcosa che non si vede, non si tocca.

Ma poi, quando hai il cuore leggero, in un vivere che proprio non lo supporrebbe, forse stai oltre la fede. Tocchi con mano, sai quello che è vero, sai cosa è reale. Divieni testimone.

Meno male che non sempre è così. Che rimetti i piedi in terra, come stasera.
Se fosse "paradiso" continuo si perderebbe il senso del reale.
E ringrazi Iddio di avere una vita normale, uomo tra gli uomini.

Prima passando in macchina in una stradina ho scorto un dolore muto negli occhi di una anziana affacciata in finestra: pareva dire grande afflizione.
Mi son sentito dentro la solitudine, il mare di sofferenza, il peso nel cuore di ogni uomo.
Sono miei come sempre, inevitabilmente.

(foto mia: la "resurrezione" del noce, aprile 2011)

mercoledì 27 aprile 2011

27 aprile 1911

Oggi è una data importante per me e qualcun altro sulla terra. Cento anni fa nasceva Sabatino, il mio padre terreno. Partito oramai da venti anni, l’ho visto lottare energicamente per la vita, infine sopraffatto da una serie di eventi negativi.

Del corpo dovrebbe esserne rimasto nulla, anche se ho qualche dubbio.
Era troppo bello, col viso stranamente imprevedibilmente felice, lì sul letto di morte, nell’obitorio dell’ospedale dell’Aquila. Sono stato con lui in rianimazione, negli ultimi giorni, tutto il poco tempo consentito. Quando le macchine hanno cominciato a suonare, ero lì che gli stringevo la mano. Come fossi ad accompagnarlo nel trasbordo da una esistenza all’altra. Almeno questo.

Primogenito, sono nato che lui aveva già 43 anni. Siamo sempre stati due mondi lontani, pur volendoci bene. E la nostra comunicazione ne ha risentito, specie negli anni della crescita: lui rigido nel suo mondo antico, io pieno figlio dell’epoca della destrutturazione.

Ha messo tre volte la divisa da soldato, di cui due per fare guerre in terre lontane.
Ha lasciato il mondo migliore di come lo aveva trovato, cosa che alla mia generazione pare assolutamente non possibile.
Poche chiacchiere, zero smancerie e tanta concretezza, solo divenuto nonno l’ho visto intenerirsi. E coi nipoti pareva trasformarsi: forse smetteva la veste di genitore e finalmente liberava la sua affettività.
È stato uomo vero.
Conosceva bene il sacrificio e il dolore, anche se forse non arrivava a dargli un nome.
Nel suo portafogli ho poi trovato un’immagine di Maria madre.
Sulla tomba abbiamo scritto, dagli Atti: “Soltanto per mezzo di molte tribolazioni si può entrare nel regno dei cieli”.
All’esame finale penso proprio sia andato bene. Era preparato.

In un sabato pomeriggio di inizio autunno, gelido e limpido come solo i monti d’Abruzzo nella loro tramontana sanno plasmare, lo abbiamo accompagnato nell’ultimo finale viaggio. Quando siamo arrivati col corteo funebre sono rimasto impressionato dal mare di gente che lo attendeva. Ho pensato ad alta voce: “Ma tutta questa gente a festeggiare... papà sarà contento!” E mia madre: “Questo è un funerale, non una festa”. Vero: infatti bisognerebbe rendere omaggio ai vivi, non attenderne la morte.

Il cuore mi è quasi scoppiato alla sua partenza, anche se ci ero preparato da sempre. Sai che tuo padre partirà prima di te, specie se è anziano. Ma scacci sempre l’idea. Poi tocca a te, nella scala della vita. Sarai pronto? Intanto hai una famiglia cui badare, tre figli piccoli, la tua sposa, tua madre che piange giorno e notte senza tregua. E che poco dopo partirà a raggiungerlo.

Oggi, in questo assaggio di strana primavera, qui nella campagna intorno casa, vivo dentro un’esplosione di verde. I miei due grandi alberi di noce son tornati vivi e belli, dopo la spoliazione annua: il ciclo della vita si perpetua, la natura risorge dopo la morte.
Come la Pasqua nei giorni scorsi, che ogni anno torna a ricordare che la Resurrezione è un fatto terreno, per tutti, di adesso e non di sola vita futura.

(foto mia, Fossacesia 1989)

lunedì 11 aprile 2011

Aboliamo allora l'amore

Sono in ritardo sui tempi di pubblicazione consueti, e me ne scuso con quanti mi seguono.
Mi son trovato coi tempi contratti e quindi il mio scrivere ne ha risentito.
Tra l'altro ho vissuto giorni molto fuori dal comune: sono divenuto nonno e pare siano cambiate tante cose... (Ma questa è una storia che merita ben più di due fugaci parole!)

Mi ha scritto Daniela alcune belle e decisamente sofferte righe. Non condivide il mio affermare che una famiglia dissolta può essere vera e bella. E mette il dito nella piaga della non reciprocità: “ma il rapporto tra i coniugi cosa diventa?”
Bella questione, presumo lei ci viva dentro, come me d’altronde.
Può un rapporto sopravvivere se si rompe l’unione?
Quando ti sposi sai, anche se fingi di non sapere, che uno dei due morirà prima, in genere l’uomo. Per cui dovresti, a rigor di logica, sapere che entri in un “rapporto a tempo determinato”, che giustamente sogni felice e il più duraturo possibile.
La morte devi metterla in conto. È più grande di te.
Ma la separazione no e se accade il dolore ti sovrasta, ti prevarica quasi: si spezza il tuo progetto di vita, che è la tua stessa vita.
E arrivi con giustificabile amarezza alle conclusioni di Daniela: “…aboliamo allora l’amore o quel che sembra amore… che è solo illusione inventata da qualcuno lassù…”

Il separato vive il dolore più grande nella famiglia, forse anche più del vedovo. E questo pare richiedere l’amore più grande. Penso al Vangelo: “Se amate solo quelli che vi amano, che merito ne avete? Non fanno così pure i pagani?” riferito ai normali rapporti tra umani, figurarsi tra due che sposandosi si son promessi amore: “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”!
Eccolo il dolore, eccola la malattia, magari un tumore dell’anima. Ecco l’imprevisto, l’angoscia che opprime e che può annientare. Termina un matrimonio? La soluzione più ovvia e consueta pare essere: prenderne atto e guardarsi attorno.

Quando ho dovuto lasciare la casa di famiglia per venire in questo mio eremo odierno, ho rimesso la fede (o, come si dice in Portogallo, l’alleanza) al dito.
Non la portavo anche perché non entrava più all’anulare, come spesso accade. L’ho messa al mignolo e qui sta oramai da anni. Con affetto mi si è fatto notare che l’anello al mignolo è orribile. È vero: è orribile come lo è la situazione. Dice la non reciprocità, dice il dolore, l’anomalia, urla la spaccatura.
Significa: coniugato con sposa divorziata. Quasi come matto che continua a vivere un’esistenza finita.

Son passato nel dolore di Daniela. Nella prostrazione, nelle notti insonni, nella mancanza di respiro.
E il mio vivere attuale mi nasce sì dalla certezza di conoscere chi ho sposato, una creatura splendida, ma principalmente dal voler vivere sino in fondo nel progetto di Dio sul mio matrimonio.
Se ogni umano è sostanzialmente il disegno di Dio su di lui, col sacramento del matrimonio nasce un progetto di coppia, che racchiude i due singoli, li completa, li amplifica, li conduce per altre inimmaginabili dimensioni…
Sembra assurdo, ma nel momento più tragico della mia vita ho capito che questo passava attraverso la volontà della mia sposa. Ovvero, come lei mi chiedeva: la morte del tutto, il divorzio.

Il male non è mai volere di Dio, è sua permissione, avendo donato all’uomo la libertà come bene primario.
Nel tempo e nel sangue ho imparato che, se hai fede, tutto quello che Dio vuole o permette concorre al bene.
Che non significa: domani, in altra vita.
Ma pienamente: qui e ora.

(foto mia, Umbria 2006)

sabato 26 marzo 2011

Santiago

Era il 2007, di questi giorni.
Partii per Santiago de Compostela, solo come sempre. Avevo motivi molto pressanti e poi, nel tempo, ne è nato una specie di miracolo.
(Per chi volesse leggere il sunto del mio camminare, scritto un anno dopo e poi pubblicato in sintesi su CittàNuova n°17/2008, qui il link --> Santiago2007).

Rileggerlo è sempre commozione: è stato un passaggio vitale nella mia vita, in un momento decisamente drammatico. Anche se lo riscriverei daccapo nella forma, lasciando la sostanza inalterata: son passati solo tre anni, e pare un millennio. Ma la vita avanza, evidente.
Nel cercare una foto da pubblicare, confesso di aver faticato: mi son scoperto un sorridere tirato, flebile. In questa che pubblico è un po’ meglio... Questo pare lo specchio della mia vita di questi anni: basta confrontare dalle foto il sorriso, per comprendere i cambiamenti. Ma erano altri tempi, e il trauma andava metabolizzato, inevitabile. Poi certi dolori sopravvivono al tempo, anzi aumentano, e io ho scientemente deciso di non utilizzare "mezzi di distrazione".

Mi son curato con silenzio e solitudine.
Silenzio per udire finalmente Dio, il suo parlare leggero che diviene udibile solo quando tutto tace davvero, dentro e intorno.
Solitudine per ritrovare il vero Paolo, e quindi l'umanità, ma soprattutto la mia sposa nel cuore.

Nei giorni scorsi ho consigliato di fare il Cammino di Santiago a dei giovani fidanzati. Fatto però camminando soli, non "mano nella mano". Soli col mondo, nel mondo. E ritrovarsi poi alla sera, assieme, a condividere gioie e dolori della giornata. Il paradigma dell'esistenza che li attende, bella. In fondo può davvero essere un buon banco di prova. Perché il dolore nel camminare è tanto, ma si può, si deve farcela da soli. La vita di coppia poi sarà questo, e non parlo da separato solamente. In fondo questo è uno degli errori più diffusi nel matrimonio: appoggiarsi all'altro, confidare magari nelle sue qualità... e poi capitombolare assieme.
I giovani sposi non hanno vita facile, e il vivere di quest’epoca certo non aiuta, anzi: caos, rumore, stanchezza, stordimento. E diviene facile sfasare il rapporto, ritrovandosi poi in un matrimonio senza fondamenta.

Solo ora intuisco che forse l’insegnamento più vero che mi son portato via da Santiago è proprio questo, in piena controtendenza: silenzio e solitudine.

(foto di Joke, 26 marzo 2007, sulla via di Santiago)

giovedì 17 marzo 2011

Antonella e il Giappone

Alcune sere fa la mia amica Antonella, attraversando la strada nel rientrare a casa, è stata investita da un'automobile e sbalzata via riportando un trauma cranico terribile. I medici hanno dovuto con urgenza tentare di non farle esplodere gli ematomi che si erano formati nel cervello. Una situazione disperata, la vita praticamente già dentro la morte, in coma terapeutico, con prognosi riservata. Siamo stati coinvolti in tanti, e seppur fisicamente lontani, abbiamo attivato tutto quanto era in nostro potere. Nei giorni scorsi ho incontrato i figli, due ragazzi più giovani dei miei, ci siamo abbracciati e ho letto nei loro occhi una vita diversa dal solito, una luce superiore, una crescita straordinaria. Vengo poi a sapere che Antonella ha mosso qualcosa, come stesse riprendendo vita. E il vecchio amico Marcello, compagno di tante sue battaglie sin da giovane, parlandole all'orecchio pare sia stato una concausa di questa reazione vitale.

Poi, nei giorni scorsi, la immane inenarrabile apocalittica tragedia del Giappone. Non avevo subito capito la portata del dramma, finchè non ho visto qualcosa via web. Il cuore stritolato quasi. Ho pianto tanto, posso dirlo?
Il premier giapponese aveva promesso nei giorni scorsi la rinascita del paese, dopo lo tsunami. Ma il dramma potrebbe essere solo all’inizio, si prospetta una catastrofe nucleare.
Dalle macerie della seconda guerra mondiale i tre stati perdenti e distrutti, Giappone, Germania e Italia, risorsero in maniere imprevedibili. Ma chissà cosa accadrà nell’immediato futuro: presumo che il popolo giapponese non si arrenderà di sicuro, sfoderando le migliori energie, se possibile.

Dal dolore sempre può nascere il bene, dalla morte la vita, come dalla notte il giorno. Tutti sappiamo che è così, anche se poi magari ci perdiamo nel quotidiano: si vive appesi a un filo, e si finge l’immortalità.
Tanti anni fa ero a Teramo per lavoro, in ritardo, e venni fermato da un corteo funebre. La mia irrequietezza si placò a seguito di una illuminazione, assolutamente improbabile a quei tempi. Ancora non era partito mio padre, e il mio rapporto con la morte era semplicemente “evitarla”, persino nel pensiero. Il lampo fu capire che morire in fondo era un dare vita a chi rimaneva, era un ammonire che esisteva “altro”.
In sintesi, ricordo: “si muore per ricordare la vita ai vivi”.

Antonella e il Giappone: cosa li accomuna? In me li fonde “come” li ho vissuti, da questo mio piccolo pezzo di mondo che però in qualche modo inspiegabile abbraccia l’umanità, coi dolori tutti e le lacrime e la morte.
Davvero “ogni uomo è mio fratello”, come diceva papa Paolo.
Se ho il cuore che mi funziona, se sono uomo.

(fonte foto: dal web)

venerdì 11 marzo 2011

Marziano!

Riguardo alla descrizione del blog, aggiunta di recente in alto a destra sotto il titolo, mi scrive Bianca:
“Caro Paolo… la prima impressione che queste parole mi suscitavano era che il blog fosse rivolto solo a separati… e in questo mi sentivo stretta, perché non mi ci ritrovavo. Ma poi mi son resa conto che leggerti mi fa un sacco bene, come sposa, come amante, come in...separabile. E dunque il blog è anche per me, raggiunge anche me, nella mia condizione...”

Grazie Bianca, la tua perplessità mi induce a riflettere ancora e crescere.
Tu vivi una vita matrimoniale nella norma (ammesso che oggi ancora esista una norma) e quella descrizione pare posizionarti fuori “target”.
Ma è appunto giusta la tua conclusione: “in-separabili” significa anzitutto un modo di vivere il proprio matrimonio, il proprio legame di coppia, sia da sposati "conviventi” che “non conviventi”. Io infatti continuo a vivere da coniugato, pur nella mia solitudine di separato.
Per cui alla fine entrambi viviamo i nostri matrimoni nel medesimo modo. E considera che di questi tempi si vive tutti appesi a un filo: passare da conviventi a separati... è un attimo!

Ma si può vivere da sposati senza reciprocità?

Quando spiegai che rimanevo nel mio matrimonio, una amica amabilmente mi apostrofò: “Ma sei un marziano, ci sei solo tu così sulla terra!” (non è vero: siamo tanti seppur esigua minoranza).
E quando al momento del divorzio, in una giornata rimasta indelebile nella mia vita - di una rara bellezza e sostanzialmente vissuta in altra dimensione - dissi la stessa cosa al presidente del Tribunale e agli altri due giudici al suo fianco, ci fu un infinito istante di attonito silenzio…

E quindi ora bisognerebbe chiedersi cosa è il matrimonio, perché rimanerci dentro. Cosa è l’amore. Ma ne parleremo.

Certo, sto risalendo un fiume impetuoso che tutto trascina verso il mare.
Controcorrente, verso la sorgente, e mai è impresa facile.
Ma son sempre più certo che questo vivere credendo al matrimonio, rimanendoci dentro fedele, possa innescare un circuito positivo che rivela che l’amore è possibile. Specie oggi che tutto dice il contrario.

Cara Bianca, conviventi o soli, ma pur sempre “in-separabili”, tutti noi diveniamo segno di contraddizione in questa società che si sta dissolvendo, che cerca la Verità passando per il buio. Un buio che pare non abbia mai fine…

(foto mia, Monte Subasio 2009)

giovedì 3 marzo 2011

Tempus fugit

Al mattino quando suona la sveglia, e quasi sempre insonnolito devo alzarmi a prendere una compressa, spesso accade di chiedermi se già l’ho presa, poco prima. Ma no, era ieri! Ma come ieri, pare adesso…

E lì, in quel momento, mi frulla nella mente il latino “tempus fugit” (chissà da dove giunge: non sono proprio un latinista) e mi accade ogni volta di ringraziare il Padre per questo vivere. Magari rivedo in moviola qualche spezzone del film della mia esistenza, e a volte mi chiedo se questo tempo che fugge mi stia derubando della vita, se sto sbagliando tutto ancora una volta, se ho rimpianti.

Ho una sola risposta, e ce l’ho chiara: son contento.
Certo, vivo in un progetto fratturato. Ma tutto diviene quasi secondario se nel presente, in ogni momento presente, continuo a vivere proiettato fuori, nella donazione e quindi ben oltre il dolore.

Spesso accade di fare cose “insignificanti”, e penso alle suore di clausura, alle mamme di famiglia che giorno dopo giorno cucinano, lavano i piatti, stirano, e poi il giorno dopo ancora, e sempre… Esistenze sprecate?
Possono essere invece vite con un forte valore aggiunto: la storia non è dei superuomini, è di chi vive in Dio e rende eterno ogni istante.

Quando mi accingo a scrivere queste righe, cerco “tempus fugit” sul web, per verificare il mio scarso latino. Finisco a spulciare su un sito in inglese che si occupa di latino, e trovo: “Tempus fugit, amor manet”.
Appunto.

(foto mia: Umbria, febbraio 2011)

venerdì 25 febbraio 2011

Potatura

È tempo di potatura, e devo necessariamente accingermi anch’io a potare qualche alberello…
Ritrovo queste mie righe di un anno fa, che pare un millennio:

Nei giorni scorsi il mio amico Nello ha potato.
Vedo i mucchietti dei rami recisi, ben allineati come un anziano, esperto, sa.
E' un maestro Nello, nel suo campo: avrà imparato dalla consuetudine, dalla tradizione di famiglia, dal vivere.
Ha lavorato al freddo, ma non poteva certo attendere primavera. Sa che proprio in pieno inverno, al momento che tutto è morto, va reciso quel rimasuglio di vita precedente.

E certo la pianta soffre, e se potesse urlerebbe: per questo va potata a perfezione, ci vuole un bravo potatore.

Ad ogni terrestre latitudine, ciascuno sa quando è il tempo di potare, sa che potare è indispensabile, sa che una perfetta potatura è arte, e aumenterà i frutti nella buona stagione.

Deve essere vero che l'universo risponde a regole superiori, nulla è al caso.
Il mondo vegetale e il mondo umano, qui in un perfetto parallelismo.

Scoprirsi in pieno inverno, al gelo, e soprattutto potati drasticamente.
Nel silenzio, nella solitudine.
Come in certe mattine invernali in cui l'alba pare tardare, e tutto tace, nella natura.
E tutto è solo.
Anche se poi in realtà l'alba non tarda mai, ha il suo tempo, ma è la sensazione dell'uomo ansioso di tepore e luce, che la rende tale.

Poi l'alba viene, arriva primavera, esplode estate.
E si gode di fiori prima, e di frutti poi: colori, profumi, sapori.
Tutti i sensi in festa.

Ma intanto è inverno, ancora.

E il solo modo di vivere, saggio, pare sia imitare la fiducia con cui le piante si pongono nelle mani del bravo potatore.
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Oggi rileggo, mi fermo, rifletto. Son passati dodici mesi: 365 notti, e giorni.

Nulla è cambiato del mio vivere. La solitudine è sempre quella, e il dolore col tempo si acuisce, non cessa affatto.
La salute ha subito tanti attacchi, e certo un anno in più si sente.

Ma dentro c’è qualcosa di nuovo.
Il “come” vivere il dolore.
Un Paolo diverso, una consapevolezza antica e appena nata.
Quasi una primavera che segue l’inverno.

Questa drammatica potatura pare aver sortito effetti. Il sangue prende altre vie.
Ho un brivido dentro, a questo punto la posta è la vita. Il rush finale.
Tutto mi appare più grande di me, ma ci sto bene.

(foto mia: Umbria, alba del 17 gennaio 2011)

venerdì 18 febbraio 2011

"Paolo, l'amore finisce!"

Così venni rimbrottato da una cara amica, separata da anni.
Lì per lì rimasi senza parole, erano altri tempi, non ero ancora sceso nel fondo dell’immane dolore che implode nel cuore da una separazione.
Avevo praticamente vissuto per anni e anni “per” il mio matrimonio. E le cose non andavano bene.

Oggi, con occhi finalmente nuovi, mi pare di vedere chiaramente.
Pur con tutte le migliori intenzioni, il mio non era quell’amore “tridimensionale” che genera e vivifica, che permette di vivere in altra dimensione.
Ma sono stato costretto a crescere, e di questo ho ringraziato Iddio, e la mia sposa suo tramite.

Ma poi: davvero l’amore finisce?
Col sangue, nel tempo, mi son reso conto che l’amore non finisce, anzi.
L’amore inizia, comincia, ricomincia. Sempre.
E se finisce, che amore è? L’innamoramento, certo può finire. Ma son due cose completamente differenti, anche se l’innamoramento è buona miccia per far esplodere l’amore.
Quanti si son ritrovati delusi, chiedendosi chi avevano sposato?

Tempo fa ho udito un giovane sposo affermare: "Prima sposi tua moglie perchè la ami, poi ti accorgi che la ami perchè l'hai sposata". Mi son commosso. Rivoluzionario, di questi tempi. Siamo in altra dimensione, rispetto al "sentire" che pare alla base di ogni attuale ragionamento sull'amore.

E penso a mio padre e mia madre, figli di altre epoche, in cui poco si “sentiva”, molto si soffriva, tutto si donava. Magari non avranno mai avuto grandi terremoti nel cuore, però hanno vissuto l'una per l'altro, l'uno nell'altra, pur senza avere la pretesa, il sogno, di armonia perfetta.

E non posso non pensare con tenerezza a questo Van Gogh, il "Riposo pomeridiano": quasi una meditazione sul rapporto coniugale.
Un tonfo al cuore.

martedì 8 febbraio 2011

I piccioni di Nello

Fine inverno scorso, domenica mattina, presto, nebbia rada.
Sto andando a camminare, levataccia, e sono in ritardo.
Appena parto, in macchina, mi trovo sulla strada un piccione, deve essere uno dei piccioni di Nello, il mio vicino nonché anziano amico.
Io lo vedo e rallento, lui mi vede e presumo voli via, come fanno tutti i volatili davanti ad una macchina.
Rallento, e proseguo piano piano per dargli tempo. Ma non lo vedo volare. Non odo nulla. Guardo nello specchietto. Sta lì spiaccicato sull’asfalto, una macchia di piume.
Mi fermo e chiamo Nello? Ma starà dormendo ancora. Vado comunque, con una sensazione amara dentro, quasi da killer…

Quando torno trovo Nello nell’orto, e subito mi dice dell’accaduto, costernato. Questi piccioni, quattro coppie, li chiama quasi per nome, sono di famiglia. Non capisce come sia successo… io racconto l’accaduto e mi offro di ricomprare un altro piccione, maschio, proprio lì ove lui si fornisce.
Ma non è questo il problema, mi spiega.

E scopro realtà impensabili, ancora una volta il mondo animale insegna.
Il piccione femmina sta covando le uova, e attende che torni il maschio, per darsi il cambio nella cova. Il suo maschio, il padre dei piccioncini, non altri: li caccerebbe come intrusi, ladri. Per cui quelle uova son destinate a non schiudersi. Una piccola strage.

Insomma: inseparabili.
Un legame di coppia come piacerebbe a tanti di noi che viviamo nella separazione. Come insieme si era progettato e poi reciprocamente promesso il giorno del matrimonio.

Mi chiedo a chi assomigli l’umano, nel turn over degli affetti, dei legami.

In una società in cui nulla più dura e tutto si consuma, pure i matrimoni, gli amori si consumano: un tempo era "per sempre", oggi pare sia "finchè dura".
In una società liquida, che ha perso la sua solidità, insieme alla sua rigidità, pure la famiglia tende a divenire "liquida"...

domenica 30 gennaio 2011

Beati

L’altro ieri, al pronto soccorso oculistico.
Nell’attesa, seduti dinanzi a me una coppia di anziani, parlano ad alta voce. Lei ridendo rimprovera a lui che non vuole mettere l’apparecchio acustico, e deve ripetergli le cose. Poi lo aiuta a camminare, con tenerezza. Si vede come si vogliono bene, anche lui è affettuoso. Dopo terminato sono ancora lì, e spiegano ai presenti che stanno aspettando al caldo per via del bus, che ancora manca tempo per la partenza. Quando poi vanno, c’è un bello scambio di saluti coi presenti. Una signora accanto a me, quasi parlando tra sé: “Come è bello quando si è in due, ci si aiuta. E chi resta solo, invece?”
Penso sia vedova, e lì per lì sono tentato di intavolare un dialogo, anch’io sono solo, pur se in modo diverso. Sta arrabbiata tanto, si sente.
Non intervengo, però penso alle differenze sostanziali tra vedovanza e separazione, tra l’ineluttabile, come la morte che in genere non dipende dagli umani, e il "forse evitabile", come la separazione, che dipende invece dagli umani e dalla loro umanità. Però entrambe possono accaderti nella vita di coppia, ed è comunque doloroso. La morte magari la metti in conto, sai che uno dei due partirà prima, in genere l’uomo. Ma la separazione no, è sempre un trauma inaspettato. Tutte e due sono un cambio di rotta, una frattura del progetto comune, un continuare a vivere fuori programma: in solitudine.

Poi oggi mi capita di ascoltare, ancora, le Beatitudini, e di associarle alla realtà dei soli.
Poveri in spirito, afflitti, miti, assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati… alcune di queste caratteristiche sono proprio tipiche del solo, specie di chi tale rimane ritenendo appunto di essere “inseparabile”.

E il bello è che queste promesse di beatitudine non riguardano solo l’aldilà.
Qualcosa se ne può saggiare già qui, da subito.
Anzi, direi che questa è la notizia più grande.
Se l’afflizione viene consolata, se la misericordia moltiplica sé stessa, se il cuore puro apre gli occhi alla Luce, ma soprattutto: se la povertà in spirito ti porta nel regno dei cieli adesso, in questa tua vita che appare derelitta e sfortunata… allora hai certezza che le Beatitudini son vere anche poi, e stai facendo le cose giuste.

Dice Paolo, l’apostolo: “Chi è sposato viva come se non lo fosse”.
Lo consiglia agli sposi cristiani tutti.
Ovvero: vivere in altri equilibri, come già si fosse “oltre”.

Pare utopico. Ma se è possibile nel trauma della separazione, è possibile a tutti.
Ed è un affare.

(foto mia: Roma, 2008)