Mi scrive Anna, qui sul blog:
Ciao Paolo è passato un mese dal tuo ultimo scritto che mi sono riletta ora.
"cosa c’entro io che mi sarei contentato di una modesta esistenza?" scrivi ad un certo punto e io penso a me che invece ho una buona esistenza ma inseguo da sempre sogni di alta gloria.
Che dirti? Sei un dono per me in ciò che scrivi, che percepisco vero, vissuto e reale.
Ma sono convinta: un dono anche per tanti altri.
Scrivi ancora, ti prego, donaci la tua vita vera.
Per andare avanti insieme e non farci travolgere............
Ti abbraccio! Anna
Hai ragione, mia cara Anna. Mi hai commosso, e certo è tempo di riconcentrarsi qui e scrivere, ne ho tanto: giunto al termine, forse, di un periodo intensissimo in cui su altro ho dovuto concentrami. E lo scrivere del blog indietro è rimasto.
Di recente ho partecipato alla commemorazione, nel giorno della sua nascita, di una giovane deceduta un ventennio fa. Una giovane da poco proclamata beata dalla Chiesa Cattolica. Chiara Luce Badano, che a 18 anni e in breve tempo, con un tumore osseo, ha terminato la sua breve e intensissima vita con Dio nel cuore.
Conosco tante persone che ai loro 18 anni, molto probabilmente, in situazione analoga, avrebbero vissuto uguale. Persone che invece oggi paiono altrove… ma credo davvero che ognuno di noi abbia la sua storia, il suo progetto da realizzare. Nessuno può sapere quello che Dio prevede, o comunque permette, di grande e di amore in ogni essere in terra. Anche, e specie, quando tutto appare perduto e impossibile oramai. Direi quasi, ancora, del Figliol Prodigo: perché io pure questo mi sento, e sono.
Un’amica separata da tanti anni proprio oggi mi ha chiesto con molto affetto perché sono così matto, perché sono fedele a mia moglie, ancora. Se sono tuttora innamorato… ma come spiegare la dinamica: dall’innamoramento nasce l’amore, e dall’amore nasce l’innamoramento? Un circolo virtuoso, finalmente! Credo sia il circolo di Dio, che sta innamorato dell’uomo perché lo ama, non perché l’uomo sia oggettivamente amabile, anzi… lo diviene, amabile, ma è il suo cuore che lo genera!
Negli scorsi giorni ho casualmente incontrato una cara amica al supermercato. Mi parla della sua vita, in cui mi ritrovo appieno, narrandomi come vive il dolore di questa parte di esistenza. Questo dolore che ti costringe a crescere. Sì, i conti tornano, lo sapevo da tempo.
Ci sono giorni in cui il cuore è implosivo, la solitudine e il nulla pressano e avanzano e si arriva all’esatta percezione che tutto è l’esatto contrario di quanto appare, che qui anche è la presenza di Dio: in questa purificazione in cui vivi, in un equilibrio sempre nuovo, impensabile incredibile indicibile. Perché la verità è che il saper stare solo alla fine mi è solo Dio. Perché veramente Lui solo c’è e tutto il resto non conta, e tutto il resto passa e tutto il resto è già passato.
Per cui è solo esperienza di Dio che cresce, seppur nel dolore del corpo mutilato. Mi risuona dentro: “Vegliate e pregate, che lo spirito è pronto ma la carne debole”: ecco, la mia carne debole e maciullata, in cui vivo e debbo vivere.
Ma dall’altra parte ci sta la serenità e pure la felicità di fare le cose giuste - seppur troppo spesso sbagliandole -, anche se tanti paiono discuterne e non capire. Ma poco conta se sai che ciò è proprio quanto Dio vuole, o comunque permette: la tua vita su questa terra, oggi, in cui mai e poi mai avresti immaginato tali abissi e altitudini, deserti e solitudini e che soprattutto ci saresti stato dentro, sino in fondo.
Ecco, Anna cara, eccola la mia vita vera di questo periodo: aspra, forse meno semplice del solito. Perché sempre più la sensazione delle mie incapacità si trasforma in certezza. E nonostante lo sappia bene e da tempo, ogni volta devo rifare i conti col mio ego – ne è rimasto poco, ma attivissimo.
La vita vera è questa qui, stasera, sapendo di essere inadeguato, forse non capito, patetico persino per qualcuno. Stasera: riuscire a scrivere, finalmente, a te e per te, che magari è cosa buona…
(foto mia, Umbria, 2009)
giovedì 20 novembre 2014
sabato 27 settembre 2014
L'evento centrale
Qualcuno di voi che mi legge – forse dovrei dire con Manzoni, “i miei venticinque lettori”! - si sarà chiesto che fine ho fatto. Ancora non sono finito, anche se tutte le sere sono sfinito.
Ho scritto tanto in questa mia latenza, ma poi manca il momento clou della chiusura. Dedito ad altro, diverso da questo blog, ma forse importante.
Quando sei giovane – esperienza mia e di tanti – offri a Dio la tua vita, sei pronto a tutto, generoso. Hai davanti solo i massimi sistemi, non immagini le tante pochezze che ti toccheranno, le miserie dei momenti inutili – se non dannosi – in cui inevitabilmente vivrai. Hai solo il cuore grande, dilatato sul sogno. E il sogno di Dio è il più grande, è l’impossibile.
E oggi, con i sessant’anni che non mi sembrano veri, col sentirmi bimbo coi miei nipotini, più pazzariello di loro, arrivo a dire che mai avrei potuto minimamente immaginare che Dio mi avrebbe chiesto sino a questo punto. È tanto, troppo, non sono all’altezza, cosa c’entro io che mi sarei contentato di una modesta esistenza?
Eppure, guardo indietro e vedo una scia di luce che mi ha condotto. A volte pare interrotta. Pare, ma poi riprende, e sembra ancor più lucente.
Ho passato una estate bella. Il culmine: la fuggevole visita di una coppia di antichi e più che carissimi amici, nel pieno del ferragosto. Non ti senti e non ti vedi per decenni… e poi ti ritrovi e stai in cielo. Il tempo pare fermo.
Poi i festeggiamenti dei trent’anni di mia figlia (ah, come invece è vero che il tempo passa…. meno male che è galantuomo!).
Poi tanto altro, stare male un intero week end con coliche e febbre in piena assoluta solitudine, e col frigorifero praticamente vuoto. Ma qualcosa ci si inventa sempre, e soprattutto: tutto diviene occasione per rimettere il cuore a posto, ricentrare tutto sul solo che davvero conta.
E come non arrivare a dirmi, e quindi dire, che la mia esistenza - che ripeto: non cambierei con nessuno al mondo - in tutti gli accadimenti pur impensabili e dolorosi, ha un evento centrale, da cui tutto poi discende e promana.
Ed è quel fatidico giorno del matrimonio, in cui ho messo la mia esistenza nelle mani della mia sposa. Una sconosciuta, a cui affidavo il mio futuro, una creatura tutta da scoprire che diveniva la presenza primaria di Dio nella mia vita, la presenza portante, quella che mi avrebbe dato la gioia e il dolore, la salute e la malattia. Il matrimonio cristiano, vedo oggi, in cui lei diviene Dio, il "mio Dio" su misura per me. Nulla capisco di teologia, ma direi che questo è il Sacramento, questo porta a vivere già “come in Cielo così in terra”.
Come l’evento centrale della storia dell’umanità, vista da cristiano, storia cristocentrica, quando Cristo sposa l’umanità venendo in terra.
Sono martoriato da inviti - pressanti, intelligenti, amorevoli e persino silenti - a dimenticare la mia sposa. Qualcuno mi dice che soffro troppo. Direi di no, non troppo, ma nemmeno poco: soffro il giusto. E certo so di essere sempre più fragile. Perché il tempo passa, l’estate bella è già finita e nell’aria l’autunno preme potente.
Se non fosse che la vita è una ed ha un senso solo vissuta facendo le cose giuste, almeno quel poco possibile coi miei tanti limiti, sarebbe da fare come vedo in alcune situazioni. Comportamenti da fine Impero Romano, quando si presagivano le invasioni e si viveva dediti ad un “carpe diem” senza più dignità.
Debbo dire che il peso del tempo che passa, pure amplificato dalla solitudine, in qualche modo mi è leggero.
Perché il dolore cresce, insieme alla stanchezza, giorno dopo giorno.
Ma, onestamente, direi che cresce anche altro. Che è poi quel che più conta.
(foto mia, Umbria 2012)
giovedì 31 luglio 2014
Santa Maria di Collemaggio
Mancavo da tanti anni, qui, solo, nella casa che mi ha visto nascere.
Dopo la partenza di mamma, e oramai son quasi venti anni, le vicissitudini coniugali sempre più intrecciate, i figli che crescono e giustamente guardano altrove, mai era accaduto. Tante volte, ma sempre di corsa o comunque con i ragazzi.
Invece ora, quasi spinto da un bisogno inconsapevole, son qui, per tanti giorni e solo. Un nuovo equilibrio, ancora, urge.
Le motivazioni ci sono, e valide: questa casa necessita di una infinità di lavori di manutenzione “ordinaria” che sono sempre in arretrato.
In parecchi mi hanno dato del matto, che stavo qui solo e per tanto tempo. E poi già vivo tutto l’anno in campagna, nel mio eremo, nel mio consueto “silenzio e solitudine”!
Ma venire qui è stato affrontare ancor più l’ignoto, nel fondo, ritrovare le radici estreme. Qui il silenzio - specie notturno - è assoluto davvero, e sono dentro un paese. Il cielo è stracolmo di stelle ancor più, si toccano. Le mura sanno di mio padre, tutto sa di lui, come di mamma la cucina.
Il tempo si è fermato, e so che, quando sarà, debbo lasciare ai miei figli situazioni non ingarbugliate. Ci debbo lavorare, sto molto indietro.
Ho con me tanta musica lirica, alcuni film di Bergman, diversi libri. Tra questi un Montalbano terminato rapidamente, ed uno regalatomi dai miei amici Anna Maria e Berardo ai sessantanni dicendomi “In questa nuova stagione solo il presente ha valore, ed in ogni presente rimane solo quanto siamo capaci d’amare!”.
È un libro che solo ora apro e, guarda caso, parla proprio di me, oggi. Enzo Bianchi, dal suo monastero di Bose, dal suo eremo sempre così affollato, che invita a guardare “dentro”!
Ma era proprio quello che mi spingeva, evidente, ed era ciò che sentivo, vago forse, già scrivendo il precedente post.
In questa fase della vita, in cui sempre più vado dentro, mi trovo poi a proiettare fuori tanto, ovvero anche a scrivere, a proposito e forse pure eccessivo a volte, ma che comunque e sempre nasce dal bisogno di Verità.
Pare un disegno che si dispiega. Si farebbe prima a parlare, preferirei di molto. Ma con chi? La mia interfaccia naturale, la parte di me più bella, la mia sposa, non c’è.
Sono solo, scrivo. Molto faticoso e a volte doloroso, lo scrivere, credo sia esperienza comune in chi scrittore non è, come me. Però ineludibile a volte, specie quando accadono cose che ti interpellano da vicino.
Un esempio, la richiesta reiteratami da parte di una tale "RAI" che mi chiede di pagare un canone per una cosa che non conosco, non possiedo, detesto. Ovvero la televisione. Son stato costretto a scrivere, mio malgrado, una lettera per esternare la mia ripugnanza al loro arrogante assioma: “esisti, quindi hai il televisore”. Chissà se proprio non arrivano a capire, o fingono, che possa esistere gente libera, liberata dalla loro televisione?
Sono andato alla basilica di Santa Maria di Collemaggio, a L’Aquila.
Una delle meraviglie del mondo e molto poco conosciuta. C’è sepolto Celestino V, ci sta una delle poche Porte sante esistenti fuori la città di Roma.
Era chiusa, e con me tanti visitatori delusi. Pare abbia delle colonne pericolanti. Qui i lavori del dopo-terremoto sono molto indietro, come in tutta la città. Si è costruito (troppo e male: dà dolore vedere case viola quasi si fosse a Burano piuttosto che in pieno Appennino) fuori dalla città, cattedrali nei deserti, e si è lasciata morta una città stupenda. E pensare che trecento anni fa, dopo un analogo terremoto, e regnavano i famigerati Borboni, la città presto tornò alla sua antica bellezza.
Poi ho avuto invece una specie di grazia. Mi son trovato dentro una chiesa nuova, bella, accogliente, umana. Un giovane prete che era lo specchio della chiesa.
Ad una parete questo quadro.
C’è tutto, pure la mia vita. Maria presente, che tutto com-prende, nella notte del male.
(foto mia - L'Aquila, chiesa dei Santi Mario e Marta - coniugi e martiri)
mercoledì 2 luglio 2014
Abbà, Padre!
Sono in discreto ritardo sui miei programmi, in tutto, non solo nello scrivere come e quanto vorrei. Il mondo mi si è fermato più volte, in questi giorni, e ancora si fermerà. Una sensazione strana, anomala.
Sabato notte, dopo una grigliata di carne con le mie figlie, sono andato in cerca di una tabaccheria per ricomprare Toscani Garibaldi, dopo circa una dozzina d’anni che ho smesso di fumarne. Poi uno me lo son fumato in terrazza, al fresco e al buio, contemplando l'indicibile mare di stelle di giugno. Qui sotto casa tantissime lucciole in volo e rane che gracidavano: tutti maschi in cerca di accoppiamento.
Non so cosa stia accadendo.
Sarà questa guerra a cui mi preparo (ancora non dichiarata fuori, ma poco manca) in difesa del matrimonio, sarà che non ne posso più delle cose approssimate, della vita che urge e vola, delle sere solitarie. Son diverse notti che quasi non dormo, il tempo fugacissimo, ed io sto diventando un baccaglione insopportabile, ma altro non posso, né debbo.
Devo dire e fare la Verità, almeno per quanto mi risulta. Non posso tacere più.
Stamani sono andato a cercare una persona che avevo mal-trattato (avendo comunque io delle valide motivazioni) per chiedergli scusa. C’è stato un ciack. Tutto cambiato, un rapporto nuovo.
Di recente la mia amica Anna, dicendo che partiva in vacanza col marito, ha affermato che non poteva immaginare le mie vacanze (mie e dei separati “soli”), che vacanze di riposo non sono. È vero. In questo squarcio di vita sento molta stanchezza sulle spalle, forse troppa.
Mi lamento, eppure ho tanti amici molto provati dall’esistenza. Talmente provati da non più riuscire a dire “Abbà Padre!”. E dinanzi a loro mi scopro inerme e senza parole più.
Non so come sarà il tempo che mi resta. Ma vorrei viverlo nel solo presente.
Ci sono sere che è meglio non guardare il cielo
Troppa è la “tramontosa” luce che tutto inonda
Troppa la brezza che evoca paradisi impossibili
Troppo è il grano che cresce e cresce e cresce
Troppo è nell’aere il profumo del cielo
Troppo è lo sbando del cuore a tutto questo
Alla nostalgia
Al sogno della sposa
Al sogno della sposa in Dio
Al sogno di Dio tra gli sposi
Al Cielo di un tempo
conosciuto e dimenticato e superato
Al Cielo del tempo futuro
sconosciuto e inimmaginabile e forse troppo e forse impossibile...
(foto mia, Dolomiti 1979)
Sabato notte, dopo una grigliata di carne con le mie figlie, sono andato in cerca di una tabaccheria per ricomprare Toscani Garibaldi, dopo circa una dozzina d’anni che ho smesso di fumarne. Poi uno me lo son fumato in terrazza, al fresco e al buio, contemplando l'indicibile mare di stelle di giugno. Qui sotto casa tantissime lucciole in volo e rane che gracidavano: tutti maschi in cerca di accoppiamento.
Non so cosa stia accadendo.
Sarà questa guerra a cui mi preparo (ancora non dichiarata fuori, ma poco manca) in difesa del matrimonio, sarà che non ne posso più delle cose approssimate, della vita che urge e vola, delle sere solitarie. Son diverse notti che quasi non dormo, il tempo fugacissimo, ed io sto diventando un baccaglione insopportabile, ma altro non posso, né debbo.
Devo dire e fare la Verità, almeno per quanto mi risulta. Non posso tacere più.
Stamani sono andato a cercare una persona che avevo mal-trattato (avendo comunque io delle valide motivazioni) per chiedergli scusa. C’è stato un ciack. Tutto cambiato, un rapporto nuovo.
Di recente la mia amica Anna, dicendo che partiva in vacanza col marito, ha affermato che non poteva immaginare le mie vacanze (mie e dei separati “soli”), che vacanze di riposo non sono. È vero. In questo squarcio di vita sento molta stanchezza sulle spalle, forse troppa.
Mi lamento, eppure ho tanti amici molto provati dall’esistenza. Talmente provati da non più riuscire a dire “Abbà Padre!”. E dinanzi a loro mi scopro inerme e senza parole più.
Non so come sarà il tempo che mi resta. Ma vorrei viverlo nel solo presente.
Ci sono sere che è meglio non guardare il cielo
Troppa è la “tramontosa” luce che tutto inonda
Troppa la brezza che evoca paradisi impossibili
Troppo è il grano che cresce e cresce e cresce
Troppo è nell’aere il profumo del cielo
Troppo è lo sbando del cuore a tutto questo
Alla nostalgia
Al sogno della sposa
Al sogno della sposa in Dio
Al sogno di Dio tra gli sposi
Al Cielo di un tempo
conosciuto e dimenticato e superato
Al Cielo del tempo futuro
sconosciuto e inimmaginabile e forse troppo e forse impossibile...
(foto mia, Dolomiti 1979)
lunedì 16 giugno 2014
Eroe o vittima?
Estate 1980.
Eravamo due innamorati impossibilitati ad una vacanza ensamble.
Lei partì per le Dolomiti con delle amiche.
Io alla fine accettai l’invito di amici e feci un lungo viaggio sino a Barcelona. In sei, con un furgone ed una macchina. Un viaggio avventuroso. E doloroso per una separazione non voluta.
Ricordo nitida una telefonata in Italia da un bar di Sitges, forse. Dopo un paio di settimane senza comunicazione alcuna.
C’era una piazza assolata, calda, il cuore alle stelle. Parole poche, sintetiche, timide, colme.
E la fretta di tornare in Italia, e finalmente rivederla.
Fu una grande bella vacanza. Una fase molto creativa per la mia fotografia. E tanti aneddoti da raccontare. Dal caffè fatto per sbaglio con l’acqua salata di una fontanella sul mare al trovarsi nel mezzo di un accoltellamento nel centro di Marsiglia. Alle pastasciutte cotte sui marciapiedi di un qualche parco cittadino, alle tantissime risate - ci si voleva bene davvero!
Uno di noi, studente di architettura appassionato, doveva assolutamente arrivare sino a Barcelona. C’era da vedere cose di un tale Gaudì. Ci condusse recalcitranti ad un parco - Parc Guell – e ci illustrò le grandezze… di un parco fatto con spezzoni di piastrelle, tutta roba di recupero, strana, anomala. Scoppiammo in infinite risate e lo prendemmo in giro per tutto il viaggio di ritorno. Sino in Spagna per vedere quelle cose?
Tanto tempo è passato. Il nostro amico è partito presto. Aveva un appuntamento in Cielo prima del nostro tempo. Forse aveva corso già tanto. Stava avanti da sempre.
Io son tornato a Barcelona negli scorsi giorni anche pensando a lui. Ci sta la mia piccola, architetto pure lei, per un lavoro temporaneo.
Barcelona è una città incredibile. Siamo andati al Parc Guell, e vi abbiamo mangiato panini con birra sul calar del sole. Ho respirato in parte l’aria di trentaquattro anni fa. Sempre senza la mia sposa, seppur molto diverso. Questa vita mi sta passando. Va bene. Non la cambierei né la cambierò con alcuno.
Al mio compleanno mi ha scritto un vecchio amico, provocatoriamente.
Ai sessanta si possono e debbono fare bilanci. Chiede: “Come ti senti, eroe o vittima?”
Eroe proprio no, sono ben lontano.
Ma nemmeno vittima, che oltretutto vedo attorno a me tante realtà molto molto più dolorose della mia.
Mi sento come uno che fa quel che deve, semplicemente.
Che finalmente ha un po’ capito cosa deve. E si impegna a farlo, pur nei suoi limiti.
Certo, mi sento anche un miracolato che poi fa miracoli continui.
Perché dare fiducia, continuare a vedere il disegno di Dio sul proprio matrimonio dopo quattromila notti che dormi solo è un miracolo: non sono certo io, Paolo, non mi riconosco proprio…
Mi sento come uno che sta sul Golgota, nell’ora nona… come bene dipinge Igino Giordani:
“Bisogna stare davanti a lui, e quindi di fronte all’umanità che si ricapitola in lui, come Maria, la quale, mentre dintorno le folle irridono, contempla, senza crollare, il suo figlio unico, il figlio senza pari, che si strazia dissanguandosi. Ella non fugge, né sviene, per non lasciarlo solo: si fa attivamente una con lui. Ritte e ferme contro la tempesta, nell’ora decisiva, non stettero che Maria e la croce…”
Nell’ora decisiva, contro la tempesta: Maria e la croce.
(foto mia - Barcelona, giugno 2014 - Parc Guell e La Sagrada Familia)
Eravamo due innamorati impossibilitati ad una vacanza ensamble.
Lei partì per le Dolomiti con delle amiche.
Io alla fine accettai l’invito di amici e feci un lungo viaggio sino a Barcelona. In sei, con un furgone ed una macchina. Un viaggio avventuroso. E doloroso per una separazione non voluta.
Ricordo nitida una telefonata in Italia da un bar di Sitges, forse. Dopo un paio di settimane senza comunicazione alcuna.
C’era una piazza assolata, calda, il cuore alle stelle. Parole poche, sintetiche, timide, colme.
E la fretta di tornare in Italia, e finalmente rivederla.
Fu una grande bella vacanza. Una fase molto creativa per la mia fotografia. E tanti aneddoti da raccontare. Dal caffè fatto per sbaglio con l’acqua salata di una fontanella sul mare al trovarsi nel mezzo di un accoltellamento nel centro di Marsiglia. Alle pastasciutte cotte sui marciapiedi di un qualche parco cittadino, alle tantissime risate - ci si voleva bene davvero!
Uno di noi, studente di architettura appassionato, doveva assolutamente arrivare sino a Barcelona. C’era da vedere cose di un tale Gaudì. Ci condusse recalcitranti ad un parco - Parc Guell – e ci illustrò le grandezze… di un parco fatto con spezzoni di piastrelle, tutta roba di recupero, strana, anomala. Scoppiammo in infinite risate e lo prendemmo in giro per tutto il viaggio di ritorno. Sino in Spagna per vedere quelle cose?
Tanto tempo è passato. Il nostro amico è partito presto. Aveva un appuntamento in Cielo prima del nostro tempo. Forse aveva corso già tanto. Stava avanti da sempre.
Io son tornato a Barcelona negli scorsi giorni anche pensando a lui. Ci sta la mia piccola, architetto pure lei, per un lavoro temporaneo.
Barcelona è una città incredibile. Siamo andati al Parc Guell, e vi abbiamo mangiato panini con birra sul calar del sole. Ho respirato in parte l’aria di trentaquattro anni fa. Sempre senza la mia sposa, seppur molto diverso. Questa vita mi sta passando. Va bene. Non la cambierei né la cambierò con alcuno.
Al mio compleanno mi ha scritto un vecchio amico, provocatoriamente.
Ai sessanta si possono e debbono fare bilanci. Chiede: “Come ti senti, eroe o vittima?”
Eroe proprio no, sono ben lontano.
Ma nemmeno vittima, che oltretutto vedo attorno a me tante realtà molto molto più dolorose della mia.
Mi sento come uno che fa quel che deve, semplicemente.
Che finalmente ha un po’ capito cosa deve. E si impegna a farlo, pur nei suoi limiti.
Certo, mi sento anche un miracolato che poi fa miracoli continui.
Perché dare fiducia, continuare a vedere il disegno di Dio sul proprio matrimonio dopo quattromila notti che dormi solo è un miracolo: non sono certo io, Paolo, non mi riconosco proprio…
Mi sento come uno che sta sul Golgota, nell’ora nona… come bene dipinge Igino Giordani:
“Bisogna stare davanti a lui, e quindi di fronte all’umanità che si ricapitola in lui, come Maria, la quale, mentre dintorno le folle irridono, contempla, senza crollare, il suo figlio unico, il figlio senza pari, che si strazia dissanguandosi. Ella non fugge, né sviene, per non lasciarlo solo: si fa attivamente una con lui. Ritte e ferme contro la tempesta, nell’ora decisiva, non stettero che Maria e la croce…”
Nell’ora decisiva, contro la tempesta: Maria e la croce.
(foto mia - Barcelona, giugno 2014 - Parc Guell e La Sagrada Familia)
domenica 11 maggio 2014
Sessanta e poi trentatré!
Nello scorso post ho fatto qualche accenno al mio tempo in terra.
Ed ora vengo a parlarne ancora… ebbene sì, forse si intuisce già dal titolo: siamo giunti ai sessanta anni.
Ai miei quaranta avevo preparato pure gli inviti, era una bella occasione per rivedere tanti amici: mi fu impossibile.
Ai cinquanta si festeggiò in famiglia con pranzo all’Isola Maggiore, al Lago Trasimeno. E nemmeno fu facile.
Ai sessanta avevo in animo di organizzare una bella festa. Tante idee, ma poi ho dovuto fare i conti col tempo, con l’ospedale, la convalescenza. Insomma, alla fine nulla in programma. Ma tutto senza ansie particolari, in fondo era un giorno come un altro, specie nel conto dell’eternità.
Invece il sabato sera mi son trovato dentro un “compleanno a sorpresa”, in una pizzeria in città. Mia figlia tornata appositamente dalla Spagna (!!!), mio fratello venuto dal nord con la famiglia. Bravissimi, mi son detto, una bella sorpresa, una bella festa!
Poi la domenica mi dicono: allora è bel tempo, si va a fare un po’ di turismo? Bene, cerco sulla guida del Touring qualcosa che ancora non conosciamo. Appuntamento alla Madonna del bagno (che sempre ritorna!).
Dai, spicciamoci che è tardi… Beh, arrivo lì e mi trovo, nascoste per bene dentro un salone già apparecchiato per il pranzo, una infinità di persone convenute per festeggiarmi! Alcuni da vicinissimo, altri da lontano: Friuli, Abruzzo, Roma, Castelli romani. E tanti altri hanno cominciato a telefonare, a scrivere (un grazie, ancora, a tutti, davvero!). Moltissimi assenti “giustificati” per impegni più grandi di me (e meno male!).
Qualcuno si aspettava una mia commozione che non c’è stata, immediata. Ridendo ho detto che le lacrime le ho esaurite, ma la verità è che in questi anni vivo praticamente dentro una commozione quasi perenne.
Una bella messa e poi un vero banchetto, organizzato alla grande in forme familiari con tantissime cose, porchetta, Recioto e una magnifica torta opera della mia consuocera. Solo poi saprò che tanti hanno contribuito, pure qualche insospettabile (un grazie immenso... e pure a mia nuora che dall'Estremo Oriente ha preparato il video della mia vita... e specie a mia figlia e al marito che, con bue bambini piccoli da gestire e me in casa loro per dieci giorni in convalescenza, son riusciti a tessere e tirare le fila del tutto senza farmi intuire nulla!!!)
A quel punto, a messa ho fatto una specie di omelia pure io. Laica, ma sul filo. Il cuore era la cosa che più sentivo. Il cuore mio, che palpitava forte - un principio di eternità (sarà così il paradiso? che convengono tutti da ogni dove ogni giorno a festeggiarti, e tu pure fai per tutti, uguale?) - ma pure quello che aveva portato lì tutte quelle persone da lontano, qualcuno anche nel tempo. Il cuore che salva (salva l’altro ma specie te che lo usi!), il cuore che ama “oltre”, come il cuore di Dio che non è ragioniere.
Non è ragioniere come noi che, specie quando facendo un banale due più due, diciamo che un matrimonio termina perché uno dei due si distrae, oppure ha una malattia. Ma non erano queste le promesse fatte un giorno: “prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”… Era già tutto previsto: perché quindi non rispettare gli impegni?
Sessanta gli anni di vita, trentatré gli anni di matrimonio.
Qui invece una giornata normalissima, anche se questo numero mi evoca di continuo realtà particolari. Nessuno si è accorto (sembra) della ricorrenza. O forse non si riesce a dire: "buon anniversario" per un matrimonio che vive una fase dolorosa?
Già a letto, faccio un conto della vita, come spesso accade. Riaccendo la luce, scrivo poche righe sul cellulare:
E nel silenzio
Del cielo
E nel silenzio
Della terra
Ancora il nostro
Sì
Le condivido con qualcuno... Mi risponde un amico che vive realtà assolutamente diverse dalle mie: “Carissimo anche per me tra qualche giorno (il 18) sono 33! Concordo pienamente con le tue parole!”.
Realtà diverse: ma è solo apparenza, la forma è diversa. La sostanze è sempre quella di Dio, della creatura incamminata sulla Via.
(foto mia, Ciociaria 1978)
Ed ora vengo a parlarne ancora… ebbene sì, forse si intuisce già dal titolo: siamo giunti ai sessanta anni.
Ai miei quaranta avevo preparato pure gli inviti, era una bella occasione per rivedere tanti amici: mi fu impossibile.
Ai cinquanta si festeggiò in famiglia con pranzo all’Isola Maggiore, al Lago Trasimeno. E nemmeno fu facile.
Ai sessanta avevo in animo di organizzare una bella festa. Tante idee, ma poi ho dovuto fare i conti col tempo, con l’ospedale, la convalescenza. Insomma, alla fine nulla in programma. Ma tutto senza ansie particolari, in fondo era un giorno come un altro, specie nel conto dell’eternità.
Invece il sabato sera mi son trovato dentro un “compleanno a sorpresa”, in una pizzeria in città. Mia figlia tornata appositamente dalla Spagna (!!!), mio fratello venuto dal nord con la famiglia. Bravissimi, mi son detto, una bella sorpresa, una bella festa!
Poi la domenica mi dicono: allora è bel tempo, si va a fare un po’ di turismo? Bene, cerco sulla guida del Touring qualcosa che ancora non conosciamo. Appuntamento alla Madonna del bagno (che sempre ritorna!).
Dai, spicciamoci che è tardi… Beh, arrivo lì e mi trovo, nascoste per bene dentro un salone già apparecchiato per il pranzo, una infinità di persone convenute per festeggiarmi! Alcuni da vicinissimo, altri da lontano: Friuli, Abruzzo, Roma, Castelli romani. E tanti altri hanno cominciato a telefonare, a scrivere (un grazie, ancora, a tutti, davvero!). Moltissimi assenti “giustificati” per impegni più grandi di me (e meno male!).
Qualcuno si aspettava una mia commozione che non c’è stata, immediata. Ridendo ho detto che le lacrime le ho esaurite, ma la verità è che in questi anni vivo praticamente dentro una commozione quasi perenne.
Una bella messa e poi un vero banchetto, organizzato alla grande in forme familiari con tantissime cose, porchetta, Recioto e una magnifica torta opera della mia consuocera. Solo poi saprò che tanti hanno contribuito, pure qualche insospettabile (un grazie immenso... e pure a mia nuora che dall'Estremo Oriente ha preparato il video della mia vita... e specie a mia figlia e al marito che, con bue bambini piccoli da gestire e me in casa loro per dieci giorni in convalescenza, son riusciti a tessere e tirare le fila del tutto senza farmi intuire nulla!!!)
A quel punto, a messa ho fatto una specie di omelia pure io. Laica, ma sul filo. Il cuore era la cosa che più sentivo. Il cuore mio, che palpitava forte - un principio di eternità (sarà così il paradiso? che convengono tutti da ogni dove ogni giorno a festeggiarti, e tu pure fai per tutti, uguale?) - ma pure quello che aveva portato lì tutte quelle persone da lontano, qualcuno anche nel tempo. Il cuore che salva (salva l’altro ma specie te che lo usi!), il cuore che ama “oltre”, come il cuore di Dio che non è ragioniere.
Non è ragioniere come noi che, specie quando facendo un banale due più due, diciamo che un matrimonio termina perché uno dei due si distrae, oppure ha una malattia. Ma non erano queste le promesse fatte un giorno: “prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”… Era già tutto previsto: perché quindi non rispettare gli impegni?
Sessanta gli anni di vita, trentatré gli anni di matrimonio.
Qui invece una giornata normalissima, anche se questo numero mi evoca di continuo realtà particolari. Nessuno si è accorto (sembra) della ricorrenza. O forse non si riesce a dire: "buon anniversario" per un matrimonio che vive una fase dolorosa?
Già a letto, faccio un conto della vita, come spesso accade. Riaccendo la luce, scrivo poche righe sul cellulare:
E nel silenzio
Del cielo
E nel silenzio
Della terra
Ancora il nostro
Sì
Le condivido con qualcuno... Mi risponde un amico che vive realtà assolutamente diverse dalle mie: “Carissimo anche per me tra qualche giorno (il 18) sono 33! Concordo pienamente con le tue parole!”.
Realtà diverse: ma è solo apparenza, la forma è diversa. La sostanze è sempre quella di Dio, della creatura incamminata sulla Via.
(foto mia, Ciociaria 1978)
mercoledì 7 maggio 2014
Capisco, ma non mi adeguo
Tempo fa scrivevo di sentirmi sotto attacco concentrico. Una sensazione interiore che ritorna. Da più parti, più voci, autorevoli, blande, silenti, possenti. Dentro, un turbinio.
Emozioni concentriche che si moltiplicano.
Perché questa follia del rimanere dentro il matrimonio so bene che stona, e che potrei fare "altro". Come fan tutti, o quasi.
Ho coscienza che potrebbe pure essere vero che sto sbagliando tutto, ancora. E poi alla mia età ho imparato che le certezze possono essere un grande male, quindi è bene dare il benvenuto a qualche sano interrogativo.
Avere il cuore tronfio, baldanzoso, è dei giovani, di chi ancora deve vivere e sbattere la testa, quasi direi. Onestamente, oggi ho timore di chi sfoggia certezze, chi sa tutto, chi divide sempre in bianco e nero. Con gli anni, amaramente anche, impari che la vita è ben altro.
Debbo dire che tanta amarezza non me la sento. Un tempo sì, era un arrovellarsi senza pace, un girare attorno ai tanti errori, impensabili in gioventù. Parti con la vita, almeno per quanto ricordi, che sei pieno di speranze, di luci, di certezze. Poi l'esistenza prende altre direzioni. E ti senti pesi così gravi sulle spalle che rischi di rimanerci sotto.
Conosco persone eccezionali che non riescono più a liberarsi dei propri fardelli e spiccare in volo come nel profondo vorrebbero. Perché se “ti guardi” è inevitabile.
A me accadde che una donna sapiente, con l’esperienza della sua lunga e intensa vita, disse: “Ma se Dio ti ama come sei… tu perché non fai uguale?” E quindi, poi, la sola soluzione: vivere di presente. Svanisce la zavorra del passato, non temi l’incertezza del futuro.
Se oggi dovessi banalmente fare un conto del tempo che ancora mi compete, calcolando un’aspettativa di vita quanto mio padre, sono a tre quarti dell’esistenza. Se calcolo mia madre sono ancora più avanti.
La sola cosa che oggi so è di voler solo vivere delle cose giuste, ogni momento ancora. Certo, le cose giuste non è detto che siano divertenti, facili, subitamente appaganti. Capisco che è molto meno doloroso (anzi, pare “meno doloroso”) applicare i vecchi metodi del “morto un papa se ne fa un altro”, oppure “chiodo scaccia chiodo”.
Tanti anni fa in Italia avevamo un refrain in testa, da una bellissima trasmissione di Renzo Arbore: “Non capisco, ma mi adeguo”.
Io invece capisco, ma non mi adeguo.
(foto mia, Biennale Venezia 2012)
Perché questa follia del rimanere dentro il matrimonio so bene che stona, e che potrei fare "altro". Come fan tutti, o quasi.
Ho coscienza che potrebbe pure essere vero che sto sbagliando tutto, ancora. E poi alla mia età ho imparato che le certezze possono essere un grande male, quindi è bene dare il benvenuto a qualche sano interrogativo.
Avere il cuore tronfio, baldanzoso, è dei giovani, di chi ancora deve vivere e sbattere la testa, quasi direi. Onestamente, oggi ho timore di chi sfoggia certezze, chi sa tutto, chi divide sempre in bianco e nero. Con gli anni, amaramente anche, impari che la vita è ben altro.
Debbo dire che tanta amarezza non me la sento. Un tempo sì, era un arrovellarsi senza pace, un girare attorno ai tanti errori, impensabili in gioventù. Parti con la vita, almeno per quanto ricordi, che sei pieno di speranze, di luci, di certezze. Poi l'esistenza prende altre direzioni. E ti senti pesi così gravi sulle spalle che rischi di rimanerci sotto.
Conosco persone eccezionali che non riescono più a liberarsi dei propri fardelli e spiccare in volo come nel profondo vorrebbero. Perché se “ti guardi” è inevitabile.
A me accadde che una donna sapiente, con l’esperienza della sua lunga e intensa vita, disse: “Ma se Dio ti ama come sei… tu perché non fai uguale?” E quindi, poi, la sola soluzione: vivere di presente. Svanisce la zavorra del passato, non temi l’incertezza del futuro.
Se oggi dovessi banalmente fare un conto del tempo che ancora mi compete, calcolando un’aspettativa di vita quanto mio padre, sono a tre quarti dell’esistenza. Se calcolo mia madre sono ancora più avanti.
La sola cosa che oggi so è di voler solo vivere delle cose giuste, ogni momento ancora. Certo, le cose giuste non è detto che siano divertenti, facili, subitamente appaganti. Capisco che è molto meno doloroso (anzi, pare “meno doloroso”) applicare i vecchi metodi del “morto un papa se ne fa un altro”, oppure “chiodo scaccia chiodo”.
Tanti anni fa in Italia avevamo un refrain in testa, da una bellissima trasmissione di Renzo Arbore: “Non capisco, ma mi adeguo”.
Io invece capisco, ma non mi adeguo.
(foto mia, Biennale Venezia 2012)
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