venerdì 26 luglio 2013

Il corpo incompiuto

So di aver scritto un post equivoco, in qualche modo. Ma l’ultimo post, “Il baricentro”, andava scritto.
Ho prima consultato la mia alter ego, la mia carissima amica Bianca che da quando è iniziata questa avventura sul web mi legge in anteprima, mi tira le orecchie per le virgole o altro, mi da l’ok per la pubblicazione (mica sempre!). All’epoca, questa fu per me “condicio sine qua non”. Senza lei, che vive cinquecento km lontano, non avrei nemmeno iniziato. Serviva una persona esperta di lettere, disponibile a spendere tanto tempo sulle mie parole, con la passione per l’umanità, e lei era perfetta. Perfetta e puntuale, come la sua terra che tanto amo.
Le ho inviato in anteprima il post, con qualche mia perplessità. Mi ha commentato: “Che dire, pubblica .... lo senti, non lo senti, che importa: è un DONO.” Mi ha poi detto di qualche suo momento di aridità… nella scrittura (che bello, anche lei è umana!). E ha terminato: “Un abbraccione, caro Paolo. E grazie per la nostra amicizia!” Un grazie reciproco, mia cara!

Alla pubblicazione son seguite mail allarmate:
“Oh Paoletto, che succede? Cos'è questa stanchezza, questa disillusione? Ripigliati, supera il jet lag e torna tra noi vispo e sereno, nell'abbraccio della Madre e in quello dei fratelli... Con tutte le nostre spine (coniugi poco inclini alla coniugazione) e le nostre rose: amici come te! Anna”
“Deduco dalla lettura del post sul tuo blog (ammazza quante parole inglesi...) che forse il viaggio non è andato benissimo. Non ci siamo più sentiti, come stai? Come va? Batti un colpo quando hai bisogno di parlare. Questo è il mio numero:… Francesca”
“Ciao Paolo, vorrei portare un po' del tuo peso...... Sentiamoci! Maurizio”

Sono reduce da un viaggio - lungo e importante! - dall’altra parte della terra, ne sto scrivendo. Colgo l’occasione e rispondo in pubblico… per eventuali altre affettuose preoccupazioni (grazie!)
Il viaggio e tutto: andato molto benissimo! (lo so che non si può dire, ma rende bene!)
È che io adesso fatico a riprendermi, a rientrare nella vita usuale, e litigo con l’Eterno Padre: quando pare che non ce la fai più e ti manca il respiro…

Sono accadute tante cose in quelle due settimane, di vario genere, ma soprattutto: belle! E per questo ora la mia umanità fatica... ma sono momenti. Mi pareva giusto scrivere anche queste cose, perché alla fine son queste che fanno crescere, mica solo i momenti belli!
Come quando sali in montagna... la fatica è nella salita, mica nell’andare in piano! Però è poi la salita che ti fa arrivare alla vetta. Bisogna prendere coscienza che questo non è il Dio delle pianure, semmai è il Dio della salite... basti pensare al Golgota (beh, la condizione del separato un poco ci somiglia, no?!)
Poi l’Asia mica è uno scherzo… e io fatico a riprendermi, qui nell’eremo!

Comunque credo che occorra anche imparare a chiamare le cose col loro nome. Il dolore si chiama dolore. Poi lo si può vivere in tanti modi diversi. Ma dolore si chiama, ed è.
E la vita non sempre è uguale. A volte sei contento, che questo dolore della salita ti porta in alto, sulla vetta che vuoi raggiungere... altre volte ti manca il fiato e ti chiedi perché, che ci stai a fare, forse stavi meglio al mare sdraiato al sole...

Essì, la verità che è che sono uomo, non “essere angelico”, e questo scalare la montagna della vita a volte affatica, a volte dona gioie impossibili, ineffabili. Uomo col cuore che palpita: quando batte forte, quando pare scoppiare. Uomo libero che decide, con tutto quello che ne consegue, per il Dio di Gesù Cristo, quello andato a farsi crocifiggere a abbandonare per amore. Quello che dopo tre giorni e tre lunghissime notti è risorto. Risorto donando luce agli occhi della Madre che in Lui credeva, e sentiva che sarebbe risorto. Contro tutti e contro tutte le “umane” considerazioni.

D’altronde è proprio vero che “…l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due ma una sola carne…”: lo sperimentiamo in tanti in prima persona, continuando a vivere nel nostro matrimonio. Io mi trovo solo ad essere la punta dell’iceberg. E posso assicurare che il dolore, che parrebbe una cosa affettiva, della mente… è invece corporeo, ti trovi una parte di corpo mancante, stai incompiuto.
Questo il matrimonio, specie quello cristiano: realtà anche della carne, che può rendere il corpo realizzato, il corpo incompiuto.

(foto mia, Sicilia, estate 2010)

domenica 21 luglio 2013

Il baricentro

Tempo fa, dopo un periodo di latenza come questo ultimo, un amico mi ha scritto due righe, rammentando il mio compito di scrivere per il blog.
Chiede: problemi?
Beh, volevo rispondere: sì, uno solo: la vita.
Questa vita che mai è uguale a sé, che scorre vertiginosa e spaventevole, che ti inchioda e ti libera, che ti opprime ti seduce ti commuove. Ti avvicina.
Sì, alla fine questo è vivere: avvicinarsi. Un tempo si studiava al Catechismo, era una delle cose basilari: il perché della vita, a cosa serve. Oggi non so se è ancora eguale. Però mi accorgo di quanto fosse vero, e certo all’epoca mica potevo capirlo. Ma ci credevamo, semplicemente perché così ci si insegnava.
Oggi mi pare che invece tutto sia in discussione, e cosa credere più? Forse dall’esperienza, dal provare direttamente?

Più volte, cercando cose sul web, mi sono imbattuto in persone che fanno recensioni di tutto, dai cellulari alle macchine fotografiche, alle lavatrici, che commentano i film visti. Poi c’è chi scrive poesie, chi racconti, chi blog (!). Chi monta film su canzoni altrui. Chi produce video in proprio. Insomma, oggi la parola d’ordine pare sia: essere protagonisti. Non più discenti, ma direttamente coinvolti: “Non ci credo se non ne ho esperienza”. Un bel passo avanti dell’uomo nei confronti della storia, del Dio della storia. Protagonista e non più passivo. Dio è a un passo, non più realtà lontana, non più da altri mediata ma im-mediata, tangibile.

La vita, dicevo. Sono al punto che questo scrivere, che è stato una bellissima esperienza di crescita, in tutti i sensi, non mi piace più, divenuto difficile capire se sono soddisfatto e posso pubblicare, oppure devo fare ritocchi o stravolgimenti. Mi è divenuto trasparente, senza più peso, importanza. Pure gli apprezzamenti eventuali, le condivisioni.

Tutto in crisi, che meraviglia. Segno buono, si cresce, come direbbe Juan de la Cruz:

Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente. 
Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente. 
Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente. 
Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente. 
Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi. 
Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai. 
Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai. 
Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei. 

D’altronde questo mio scrivere, né professionista, né pennivendolo, è strettamente connesso al vivere. E il vivere ti cambia. Ora, dopo tanta luce, siamo ad un ennesimo silenzio di Dio, quando tutto attorno tace, pure la natura che invece fuori è esplosa in una ricca estate… e tocca ogni volta ritrovare il proprio centro, diverso da quello di ieri, non ancora quello di domani: il proprio baricentro di oggi.
Alla fine riesco a scrivere, sto qui a condividere la vita perché mi viene richiesto, ed è assolutamente giusto e bello: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

(foto mia, Umbria, estate 2011)

lunedì 24 giugno 2013

Il mistero

Siamo dentro storie di separazioni, e quindi di dolore, comunque le si guardi.
Il dolore esiste. A tutti i livelli, in tutti gli esseri viventi (quante volte diciamo che pure un ramo strappato, reciso male, genera sofferenza all’albero?).

L’uomo è il principale artefice del dolore, e il primo a soffrirne.
Poi c’è modo e modo di viverlo, il dolore subìto. I più lo riversano sul mondo accanto, generando altro dolore in un perverso meccanismo di moltiplicazione multilivello.
In fondo Caligola può essere, ed è, in ognuno di noi, in molteplici modi.

Nel Rosario, ci sono specifici i “misteri” dolorosi. Misteri, son detti. Il primo: “Padre allontana da me questo calice, ma la tua e non la mia volontà si compia!” Gesù uomo, vero uomo. Non amante del dolore, amante di Dio.
Il secondo e il terzo un poco spiegano: dolori fisici, nel corpo flagellato, dolori interiori con la corona di spine ben calcata sulla testa.
Poi al quarto si sale il Golgota. Quante cadute in quella salita? Dopo le frustate, la corona di spine, il massacro, la stanchezza indicibile: caricarsi della “propria” croce, e salire. Su in alto. Una salita in quel modo! E tutti attorno che gridano, dileggiano. Gli amici svaniti. Quelli che volevano costruire tre tende dove stanno? I tanti miracolati? E quello che mai lo avrebbe tradito?
Uno di passaggio, uno sfigato si direbbe, si ritrova costretto ad aiutare. Non c’entra nulla con quella storia di follia dilagante (chissà che fine avrà poi fatto!?).
Poi la storia termina molto più drammatica di come si è evoluta, se possibile.
Inchiodato mani e piedi, spogliato, innalzato ad essere mostrato al mondo, abbeverato d’aceto, sfottuto persino, sino alla fine. Ce ne è abbastanza per ribellarsi, no?
E invece: “Padre, perdona loro, che non sanno quello che fanno”. 
E poi quell’urlo che scuote la storia degli uomini, e che ancora l’umanità deve scoprire davvero, capire, vivere. Quel momento che cambia il corso degli eventi, che spiega il dolore, che illumina le tenebre per l’eternità.
Prima al Padre la preghiera per chi lo crocifigge, poi l’urlo che dice il distacco dal Padre. L’Abbandono. Che più morte non si può.
La gratitudine del Padre per essersi rimesso alla sua volontà?

Igino Giordani, uno che è entrato profondamente in questa storia, che certo l’ha più vissuta che studiata sui libri, dice: “Ritte e ferme, contro la tempesta, nell’ora decisiva, non stettero che Maria e la croce…”

Maria, torniamo sempre lì. Maria che aveva la sua dignità assassinata, assieme al Figlio. Lui, che viveva la morte globale, del tutto. Ma specie della sua dignità di uomo, e di Figlio di Dio.
Porlo a morire in alto, era togliergli l’ultima dignità di uomo: poteva morire in pace, avere una lacrima, un cedimento. Invece sta innalzato: testimone sino alla fine, questo il disegno. E lui risponde urlando al cielo per farsi sentire. Più dignità perdi, più attiri a te, da innalzato…

Ecco, la dignità. Una proprietà superflua per i più, ridondante, dei tempi andati. Chi ne parla più, mai? Eppure uno dei valori fondanti dell’umanità.
E quando ti viene calpestata, crocifissa, sei quell’Uomo lì del Golgota, senza magari saperlo.
La dignità dell’uomo è quella cosa che lo definisce, vorrei dire, nel suo disegno eterno, quasi cornice del quadro divino…

Partecipo oramai ai dolori di tanti amici, quasi come crocevia, concentratore di storie, anche, di dignità uccisa, calpestata.
Penso alla dignità di un amico carissimo che da decenni tenacemente vive dentro una storia quasi impossibile da spiegare e che negli scorsi giorni si è fatto migliaia di km in moto. Naturalmente: solo. Partito per dare sfogo, una volta tanto, quasi una momentanea liberazione. E tutto andato storto, che peggio (quasi) non si poteva. E poi, al ritorno, ancora sommatorie di eventi negativi, a tutti i livelli. E con dignità estrema continua ogni giorno ad affrontare l’esistenza.
Penso alla dignità dei tanti (e tantissime!) soli nella vita, e specie nella vita coniugale, che ogni giorno si trovano a vivere realtà inimmaginabili. Dignità che a volte pare subire traumatici calpestii, tali da mettere in discussione persino acclarate e importanti scelte di vita.

Quale il disegno? Non facile decifrare, non facile vivere.
Un mistero del dolore dinanzi a cui occorre tacere: in rispettoso, assoluto silenzio.

(foto mia, Spagna 1980)

venerdì 14 giugno 2013

Dio è morto

Ho dei ricordi vaghi, ma qualcosa riesco a rimettere insieme. Forse l’estate del ’67, forse del ’68: avevo tredici, quattordici anni. In una piccolissima verde splendida radura, sotto gli alberi, pomeriggi di vacanza. I primi innamoramenti. Avevamo una radiolina (oltre al modernissimo mangiadischi!), e c’erano solo le onde medie, con i tre canali nazionali. Qualcuno ci aveva detto – il passaparola, mica come oggi che l’informazione è inflazionata! – di una canzone censurata, che però si poteva sentire su Radio Vaticana, che non riuscivamo a sintonizzare. Una canzone dal titolo impossibile da pensare: “Dio è morto”. La cosa mi lasciava molto perplesso, come poteva Dio morire? Ero stato chierichetto, e addirittura presidente per ben due volte, in una importante parrocchia romana, con molto impegno, come mio solito. E quindi sapevo tutto, no?
In quegli anni Dio era concepibile solo trionfante, altro che morto! Certo, il Figlio era morto in croce, ma poi risorto… e poi questa canzone diceva Dio morto, quindi il Padre…
La curiosità era dunque forte, forse pure il gusto del proibito (ma il paradosso era che la Chiesa la metteva in onda… quindi?).

Finalmente, ma credo diverso tempo dopo, riuscii a sentire questa fantomatica canzone. Forse da qui nacque la passione per Francesco Guccini, che poi mi ha accompagnato per tutta l’adolescenza, e oltre. Le canzoni delle osterie fuori porta, degli amici che se ne vanno, l’avvelenata… e tantissime altre. Hanno cresciuto me e buona parte della mia generazione.
Oggi mi rendo conto che l’uomo Guccini aveva qualcosa che trascende, nello scrivere cose che sentivamo nostre perché erano patrimonio comune dell’umanità.
L’arte, quella cosa che parla per sempre e ad ognuno, nell’anima immortale.

Guccini, profeta involontario come tutti, si guarda semplicemente attorno, e pare che nell’incipit sia partito da una poesia di Allen Ginsberg: “Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia…”.

Di recente sono accaduti, in rapida successione, episodi che mi hanno annichilito. Mi son sentito più che morto, tornato indietro nella mia storia, inebetito. Impossibilitato a tutto. Una sensazione di errori macroscopici, spaventosa. Solo a momenti si dileguava il baratro, nel rapporto coi fratelli.

Ecco, a questo punto della mia vita, so bene che Dio è morto davvero, morto in quelle cose che canta Guccini, e tante altre.
Quante volte l’ho ucciso e uccido, accantonandolo nel mio vivere.
Quante volte lo uccidiamo, ogni giorno, ogni notte, coi nostri tradimenti, con il nostro delirio di onnipotenza.
Quante volte ci sentiamo dio costruendoci un’esistenza a nostra immagine e somiglianza.
Quante volte siamo al centro della storia e tutto ci gira attorno.
Quante volte gli erronei sono sempre gli altri e noi i sempiterni giusti.

Ma so pure, ne ho qualche esperienza (e se è possibile a me è possibile a tutti!), che Dio è risorto, è vivo, molto vivo. Una cosa incredibile davvero: dipende da me! Mi ha lasciato una libertà tale che sono io che decido se Dio è. Pazzesco, eppure.
Attimo dopo attimo della mia vita posso far vivere o morire questo Dio “che sta alla porta e bussa”. “Se uno mi ama e osserva i miei comandamenti, io e il Padre verremo a lui e prenderemo dimora in lui”: più di questo?
E poi, la cosa stravolgente è che… non è mai troppo tardi!
Basta iniziare, in questo momento, non ieri, non domani. Questo è il tempo di Dio: adesso.

(foto mia, Umbria 2011)

venerdì 24 maggio 2013

Caligola

ERRATA CORRIGE: mi ha scritto il Direttore, evento raro. Col suo garbo che ben conosco mi ha fatto una tiratina di orecchie, e a ragion veduta: nello scorso post cito Innamoramento e amore come opera di Erich Fromm… essendo invece di Francesco Alberoni! Gravissima la mia confusione, di solito ricontrollo tutto per bene, ma qui ero andato a memoria (fallace) tranquillamente. Fromm ha altri testi importanti, sempre molto in auge in quegli anni: L’arte di amare, Avere o essere… (mi sa che dovrò rileggermi tutto). Chiedo venia ai lettori (e al prof. Alberoni)!
. . .

Nel mondo della separazione di dolore ne circola sempre tanto. Di vario genere, ma molto spesso generato da torti che si subiscono. Ultimamente ho avuto una corrispondenza con un’attenta lettrice: “…passano i giorni, tra un dolore, difficoltà, rabbia. Si va avanti così, forse questa é la mia vita, la vera vita. E ho solo vissuto in una bolla di sapone. Tanti anni di matrimonio, poi la separazione. E’ mio marito nel bene e nel male. Ma siamo separati, preferisce altro. E ora come ora a me dispiace sopratutto per mia figlia che, come tutti i figli, non merita anche questo dolore e questa situazione sgradevole. Sì, perché gestire una situazione così é schifoso: non voglio che mia figlia sia il pacco postale della situazione. E mi viene mal di pancia a pensarci, e rabbia. Di recente sono ricaduta, sono tornata indietro di qualche passo, facevo progressi, ed invece... fortunatamente alcuni amici hanno ascoltato il mio ennesimo sfogo di rabbia. E’ successo un episodio spiacevole e, anche se spero il più tardi possibile, temo che la piccola venga a conoscere l’altra. Che schifo, una modernità che ho sempre accettato tranquillamente ma per gli altri, non riguardo a me stessa. Alle volte penso che sarebbe forse più facile per me se fossi anche io" moderna". Chissà cosa Dio ha in serbo per me… insomma, una situazione senza svolta. La strada é sempre la stessa, dura, difficile. Piena di amarezze e difficoltà. E poi rammarico, sensi di colpa verso la bambina. Credo proprio di aver sbagliato, ero accecata, innamorata e ingenua. Aver creduto che il suo fosse un amore maturo e per sempre. Adesso mi sembrano tutte cavolate, cose da favole. Ma la vita é altra cosa. Rileggo spesso la tua mail. Anche ora, sempre sul fatto "sta male chi fa il male"… perché in questi giorni se ne è andato a fare un viaggetto, a divertirsi con la sua nuova vita, e poi a me piange che non ha soldi, che ama nostra figlia…”

Anni fa, ero a teatro. Uno spettacolo d’avanguardia, creato da un amico regista. Un lavoro difficile, molto elaborato e benissimo riuscito. Ad un certo punto una frase che mi trafigge: “Ognuno si arrangia come può...” Era stata la mia vita per anni! Chiedo lumi, è tratta dal Caligola di Albert Camus. Non lo conosco, lo cerco: “Ciascuno conquista la sua purezza come può… E’ strano. Quando non uccido mi sento solo… non mi sento bene che tra i miei morti. Quelli sono veri. Sono come me… Io vivo, uccido, uso il potere forsennato del distruttore… Questa è la felicità: questa insopportabile liberazione, questo disprezzo universale; il sangue, l’odio intorno a me…”

Subito pensai ad una persona molto potente, che ben conoscevo, che nonostante una notevole intelligenza viveva col cuore eroso dalla rabbia cercando soluzione nel seminare il male. Impossibile, infatti non aveva mai pace. Sopravviveva con malvagità, ossessionato dal cercare sempre il male altrui.

Mi trovo ultimamente sempre più spesso ad asserire che “chi fa il male sta male”. Mi sembra lapalissiano, ed invece tante persone quasi provano un senso di invidia per chi “se ne frega”, commette il male, semina dolore. Mi si ribatte che sta male chi lo subisce, il torto! Evidente, ma credo non ci sia paragone: tra il generare dolore e il subirlo, sta peggio chi lo genera. Sembra strano a dire, ma posso assicurare che è così. Dipende da come si vive il dolore subìto, non altro.
E poi, onestamente: pensare che “chi fa il male sta bene, beato lui” significa dire che Dio non è. Negare il bene, negare Dio-Amore. D'altronde è pure vero il contrario: chi fa il bene sta bene, può stare bene.

Gandhi dice: “Non posso farti del male senza ferirmi, siamo una cosa sola”. 
Siamo una cosa sola?! E allora cosa è possibile ancor più col sacramento?

(foto mia, Umbria 2008)

giovedì 9 maggio 2013

L'innamoramento e l'amore

Una domenica di pioggia, siamo fuori stagione, son costretto a cambiare programmi. Mi invento di fare un dolce per i ragazzi, in base a quanto ho disponibile.
Poi incidentalmente, tra una telefonata e un’altra, sul web mi trovo sotto gli occhi un titolo che non posso sorvolare: Non mi sposerò più. È di un blog ove si commenta un libro appena uscito, scritto da una giornalista che presumo stia vivendo dentro questa follia. Mi sento molto coinvolto e cedo alla tentazione di scrivere, dissentendo da quanto leggo: “…no a quei giuramenti assoluti su un sentimento che invece è tanto fragile… Bastava non essere sposati, bastava non credere in un ideale romantico”.

Ho la sensazione che in giro ci sia un poco di confusione. Perché dire “solo” di un sentimento, riguardo al matrimonio? Certo che è fragile, anzi fragilissimo: come può tenere in piedi una vita insieme? Questa società pare aver dimenticato l’altro aspetto del matrimonio, che è l’impegno. Ovvero: l’amore.
La mia generazione, tantissimi anni fa, parve apprendere molto dall’Erich Fromm di “Innamoramento e amore” (di cui non ricordo praticamente nulla) ma già il titolo dice tutto, comunque.
Oramai ci si ferma sempre e solo alla prima parte, l’innamoramento che, appunto, è altro dall’amore. Fondamentale nell’inizio di una relazione, ma se poi non si evolve in amore? E come è possibile vivere assieme un’esistenza?

Tempo fa mi trovai nel pieno di un’ennesima discussione tra due persone a me care. Reciprocamente si dicevano, anzi si urlavano, che se quarant’anni prima avessero saputo come era fatto l’altro… e tutto terminava con la classica imprecazione: ”Maledetto il giorno che ti ho sposato!”

Mi piace ricordare un grande uomo, Spartaco Lucarini. E una sua frase, tra le tante: “Il matrimonio comincia quando non si ama più la moglie solo perché piace, ma perché è la moglie”. Sembra una provocazione, specie di questi tempi. È la perfetta antitesi al “sentimento” imperante. Ma da quel che capisco direi che è proprio quanto serve, e troppo spesso manca, ai rapporti coniugali (e lo comprendo molto bene, dormendo solo da quasi dieci anni... non proprio una tranquilla passeggiata).

Che poi questa cosa va spiegata bene, e forse manco si comprende, se non si vive. Perché ad un certo punto l’amore produce innamoramento: dopo il passaggio sentimento / impegno… ritorna pure il sentimento! Il frutto dell’amore è infatti l’innamoramento, ovvero il sentimento profondo che non teme oblii né maremoti del cuore. Ovvero la realizzazione piena, che è sentimento e impegno, innamoramento e amore…

Il blog di cui sopra ha, tra i vari commenti: “Matrimonio stranezza sociologica. Mi appare una stranezza senza capo né coda. Privarsi della propria libertà. Volersi privare del proprio per spartirlo con qualcuno. Non solo i soldi, ma soprattutto lo spazio e il tempo. Se si è sposati, immagino che almeno un po’ di tempo insieme bisogna passarlo, inevitabilmente. Addirittura spartire il letto. Mi prenderebbe l’ansia e la claustrofobia solo a dover dividere la stanza, figuriamoci il letto. Non si è signori e padroni neanche di una stanza e di un letto. Razionalmente, credo che alcuni si sposano (o convivono) quando pianificano di avere figli, perché è già pesante in due, figuriamoci da soli. Forse alcuni si sposano perché si usa, come scrivono parecchi commentatori, ma anche ciò mi è incomprensibile. In fin dei conti è bello che siamo tutti diversi e ognuno con i propri gusti e stranezze”. 

Già tanti anni fa, Alberto Sordi, alla ricorrente domanda sul suo non sposarsi, soavemente rispondeva: “Cheee? E che mi metto una sconosciuta dentro casa?” Praticamente, un precursore dei tempi.

Ma certo che sposarsi oggi è follia piena, evidente. Non ci sono più le certezze (?!) di un tempo, di solidità, di fedeltà, del “per sempre”. E forse è ancora più bello e più vero sposarsi oggi.
Auguri a chi lo fa, controcorrente. Ma soprattutto: testa sulle spalle, consapevolezza estrema, sincerità assoluta, disillusione e tanta capacità al sacrificio. E il “per sempre” può realizzarsi. Con grande gioia e pienezza di realizzazione. 

Altrimenti chiamatemi, che vi spiego tutto (beh, quasi!) il negativo che può esservi tra un uomo e una donna. E come farlo divenire positivo.
Insieme. E per sempre.

(foto mia, Assisi 2009)

giovedì 2 maggio 2013

Le cose di prima

È diverso tempo che non pubblico. Ne ho coscienza piena, e un quasi senso di colpa, sottile, che tutti i giorni mi rammenta di questo mio impegno.
Vero che potrei scrivere più rado, e più spesso.
Forse il web richiede più questo che il mio scrivere elaborato, figlio di sentimenti e situazioni del cuore. Vedremo.

In questo periodo di latenza ho scritto diversi post, dopo non chiusi come avrei voluto. Son lì, sospesi. Poi il pensiero che dovevo scrivere, che c’era qualcuno che da qualche parte aspettava di leggermi, cosa bellissima e piacevole, alla fine soffocava tutto divenendo una responsabilità troppo grande. Insomma, una inconcludenza insolita, che però vedo positiva. Un concentrarsi sulla vita, sino in fondo.
Mi trovo impegnato in cento cose. Non ultimo: sto, lentamente purtroppo, rimettendo in funzione la mia vecchia camera oscura, son circa trentacinque anni che attende. Ma forse i tempi son davvero maturi. Torno alla fotografia analogica, al mio amato bianco e nero in cui avevo acquisito una certa maestria. Controcorrente, rispetto al dilagante digitale, che mi è comunque oramai insostituibile per tanti “usi generali”.

Oltretutto ho vissuto giornate estremamente difficili, in cui il peso del quotidiano sembrava intollerabile. Situazioni forse banali che però divenivano ingestibili. E alla fine rendersi conto di dover in qualche maniera rigenerarsi a vita nuova, ancora una volta. Mai si è arrivati, sempre si ricomincia. E qualche volta un poco di più. Nuovi equilibri interiori, nuovi orizzonti, sempre meno confinati.

Ma ho consapevolezza piena della vita: la mia, le nostre vite, che stanno rapidamente passando. Vite non facili a volte, con spaccature profonde e forse senza guarigione. Per me auguro che alla fine solo contino tutti i milioni di “momento presente”, di istanti susseguitisi nella mia storia in cui ho messo Iddio prima di tutto il resto.

Negli scorsi giorni una canzone di Roberto Vecchioni mi pareva molto vicina al mio vivere, “Le rose blu” (facile ascoltarla su youtube). E il suo presentarla ad un concerto (è riferita ad un figlio, ma la leggo più in generale): «Adesso farò una cosa che non è nemmeno una canzone.. è molto di più... ed è una cosa nata in un momento di grande sofferenza nella vita di uno dei miei figli... Non credo che esista al mondo un dolore più grande di vedere soffrire una persona che si ama... soprattutto se è un figlio... Te ne stai lì... ti chiudi... il sangue che scorre... i nervi si accavallano... i muscoli fermi... E allora mandi una preghiera che sembra una bestemmia... o una bestemmia che sembra una preghiera... all’unica cosa che pensi che ti possa ascoltare... che poi si chiama Dio... e devi dare a Dio tantissimo per avere in cambio qualcosa per tuo figlio... non gli puoi dare in cambio solo la vita... è troppo facile... e allora gli dai in cambio tutto quello che hai vissuto... che è differente... come se non avessi mai amato... mai sognato... mai cantato... mai visto una donna... mai visto un bambino... mai visto la primavera... mai visto il mare... come se non fossi mai nato... oppure fossi nato ma come un lombrico... un verme... una schifezza di essere... e gli chiedi in cambio... per questo dare via tutto... quell’altra cosa... Perché arriva un momento che non te ne frega niente della bellezza della poesia... e i sogni... e di tutte le piccole cose importanti che hanno fatto la tua esistenza…»

Poi, dalla liturgia domenicale, l’Apocalisse di Giovanni: “E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». 
E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»”.

(foto mia, Norcia 2007)