30 settembre 2007, anche allora era domenica. Cinque anni son trascorsi da quando, obtorto collo, lasciai la casa ove ero convinto che sarei giunto sino alla fine dei miei giorni. Una casa antica e bella che credo di aver amato più di tutti i suoi (tanti) abitanti prima di me. È così: penetro nelle cose, restaurare un mobile o sverniciare una vecchissima persiana… tutto può essere frutto d’amore.
Anni prima passarono da noi degli amici che vivono a Milano, lui architetto. La loro figlia più piccola, limpida, partendo disse tutta soddisfatta alla mamma “Questa è la casa più bella che ho mai visto!”
Se mi volto indietro non posso non chiedermi: come ho potuto farcela? Giungere qui con l’autunno che premeva, tutto da rifare, c’era solo un letto pieghevole, un vecchio tavolo da esterni con sedie di plastica rosse. Qualche pentola. Pensavo di dover comprare i mobili della cucina, e solo poi mi resi conto che avevo da parte i pensili della casa dei miei, degli anni ’60, in formica. Chissà perché mi aspettavano, come se questo evento fosse già scritto… e comunque oggi il vintage è di moda! Proprio di recente una giovane architetta, impattando con questo mio eremo ha esclamato: “Una casa bohemienne, da artisti!”
Poi pian piano ho affrontato e risolto tanti particolari. Mi son ritrovato con energie inimmaginabili davvero. Anche se oggi per la verità sento la stanchezza sopraffarmi, sempre più spesso. Una stanchezza che viene da lontano, e non è solo quella fisica del faticare da solo e con la prospettiva della solitudine.
Quando penso ai misteri dolorosi del Rosario, quella serie di eventi sanguinosi accaduti nell’arco di poche ore… mi chiedo come abbia potuto, l’uomo Gesù Cristo, arrivare sino alla crocifissione in quel crescendo inenarrabile di stanchezza che si sommava ai dolori di vario genere che gli venivano inflitti. Come non sia rimasto sotto il peso della croce nel salire il Golgota… poi l’apparizione del Cireneo, l’aiuto preciso per giungere sino al momento finale e cruciale, a quel grido che avrebbe cambiato (cambia, cambierà!) la storia, per sempre.
Senza niuna impazienza sognerò
Mi piegherò al lavoro
Che non può mai finire,
E a poco a poco in cima
Alle braccia rinate
Si riapriranno mani soccorrevoli,
Nelle cavità loro
Riapparsi gli occhi, ridaranno luce,
E, d’improvviso intatta
Sarai risorta, mi farà da guida
Di nuovo la tua voce,
Per sempre ti rivedo.
- Roma, 24 maggio 1959 -
Giuseppe Ungaretti: ancora lui, sempre lui. Mi accompagna dai miei quindici anni, quando una sua raccolta di poesie divenne il mio secondo Vangelo. E forse qui tutto era già scritto: la mia vita compresa in questi due poli, questo generatore di corrente vitale tra Cielo e terra.
In questi giorni continuamente mi rincorrono queste parole, scritte dal poeta dopo la scomparsa della sposa Jeanne. Scomparsa, morte, trapasso: realtà che per un separato sono pane quotidiano, ma ancor più. In fondo quando ti coniughi puoi arrivare a mettere in conto la morte, ma non certo l'abbandono.
E pensare che al momento di sposarmi avevo vicino un caro amico che aveva subito un incidente dieci anni prima, e da allora vive in carrozzella. Sposandomi mi resi conto che la creatura che avevo accanto, a cui stavo promettendo tutto me stesso, poteva il giorno dopo subire un incidente e rimanere tutta la vita immobilizzata. Cosa avrei fatto? Ho detto il mio sì incosciente anche con questa prospettiva davanti. In fondo “l’amore è forte come la morte”, no? Poi di tutto è accaduto, amore e non. La nostra vita non è stata una passeggiata, forse non lo è mai.
A un certo momento mi son ricordato di quel mio sì, per sempre: carrozzella, tumore, morte. E l'abbandono, inaspettato. Come puoi viverlo “amore”?
La sola possibile risposta, ogni giorno di più, è in quell'Abbandono sul Golgota: altre non ne trovo.
(foto mia, Umbria 2006)
venerdì 5 ottobre 2012
mercoledì 12 settembre 2012
Riciclare la monnezza?
Ero in terrazzo, stava imbrunendo rapidamente. Ho sentito freddo, molto freddo. Brividi potenti. Stavo febbricitante, anche, di una febbre antica che ogni tanto ricompare. Come se in certi momenti ci fosse necessità di maggior combustibile! Per decenni ho lottato, ho urlato, quando il male era più frequente. Ora pare andare meglio, grazie ad un medicinale classificato “tossico”. Insomma, curo una cosa e forse ne rovino altre. Vediamo dai prossimi esami clinici come fare in futuro.
Tra l'altro, proprio in questi giorni, con l’autunno oramai incipiente, e coi profumi attorno che volgono decisamente al fresco, mi chiedevo, ancora, del senso del vivere. Il tempo accelerato: vedo che tanti vivono questa sensazione con ansia profonda. Che non è certo sbagliato: il tempo non torna indietro, ogni attimo è assolutamente importante. Potrebbe tutto terminare a breve: e quindi?
In questi anni in cui mi pare che tutto sia accaduto, ho vissuto anche l’angoscia del tempo che fugge, ne ho già scritto. Ma poi ogni ansia si è sedata nel presente, nella vita nuova che nasce di continuo se cerchi, e magari un poco ti riesce, di vivere in altra dimensione. Vorrei dire quella dello Spirito, ove tutto si ferma e si moltiplica, si perde e si ritrova: non più Paolo, ma ben altro…
Ho la “fortuna” grande di avere molti amici, sparsi sul globo (anzi, forse più amiche, a questo punto). Con loro telefonate fugaci a volte, di aggiornamento del nostro cammino. Come in una famiglia vera, ci si vuole bene col cuore. E a volte mi danno qualche spunto per riflettere e scrivere. Mi si racconta di una persona che cita la “monnezza” (scusate, ma in romanesco rende molto meglio! In italiano è: immondizia): la monnezza riciclata, questo è il futuro! Più monnezza si ricicla, più energia pulita si produce: fenomenale! Io ho già cominciato. Come non pensare al grande De Andrè, col suo letame che fa nascere i fiori, al posto dei freddi e mortiferi diamanti? De Andrè, un uomo che in questi anni sto riscoprendo nella sua limpida umanità. Uno che è entrato nel cuore dell’uomo e ne ha posto in luce la parte che non muore. Un grande.
Poi forse manca il “come” rendere il letame fonte di vita. Una formula universale, valida per tutti gli esseri umani. Beh, la pietra filosofale esiste, la soluzione totale è qui: la monnezza riciclata, l’energia pulita! Se dal dolore nasce amore, se (+dolore = +amore), se incanalo la mia monnezza, il mio letame, le mie tante lacrime nel circuito virtuoso che diviene amore…
Già, mi si obbietta, ma chi te lo fa fare? Sei davvero matto a reagire in positivo quando ricevi un torto piuttosto che renderlo moltiplicato! E la giustizia allora?
Beh, “confesso che ho vissuto”, fatemelo dire con Pablo Neruda, stavolta ci vuole. Ho vissuto questo per tanti anni: non porta da nessuna parte, ti aumenta la tristezza, ti uccide dentro. L'inferno: stai male, sempre peggio. Perché la svolta vera alla fine è farsi del bene, amarsi, solo poi viene l’amare l’altro. E in questo modo fai bene a te stesso e al mondo. Geniale, no?
Circa 25 anni fa un amico carissimo aprì con altri soci un pub nel centro di Roma. Si chiamava: Hell and heaven. Inferno e paradiso. Si entrava al piano strada, e c’erano bei locali luminosi, ariosi, con pareti credo celesti: il paradiso. E con pochi avventori. Stavano tutti al piano sotto: nell’inferno. Pareti dipinte di nero (davvero, eh!) con poche candele accese. Buio pesto, sensazione opprimente. L’occhio faceva fatica ad abituarsi a quel buio, poi qualcosa si vedeva.
Questo amico dice di sé: “Sempre al massimo, nel bene e nel male!”. Ed è vero. Come aver cercato Dio agli ultimi confini della terra, nel buio esistenziale, nella mancanza della Luce. Come l’uomo di oggi, in pieno. A volte c’è stato molto vicino, mi sembra, ma ancora non pare aver trovato la pietra filosofale, il convertitore dei rifiuti. So che produrrà grande energia, prima o poi.
I miei amici! Persone che vivono magari borderline, alcuni proprio sul filo del rasoio, altri come me che stanno lavorando alla cerniera tra il cuore dell’uomo e quello di Dio. Tra dolore e Amore. Tra terra e Cielo, inferno e paradiso.
Mi rendo conto che questa cerniera è la cosa più rilevante in assoluto che potrei lasciare ai miei figli. La "soluzione" al dolore: esiste eredità più importante?
Non so se ci sono riuscito, sinora. Ma spero di vivere ancora un po’...
(foto mia, Abruzzo 2006)
Tra l'altro, proprio in questi giorni, con l’autunno oramai incipiente, e coi profumi attorno che volgono decisamente al fresco, mi chiedevo, ancora, del senso del vivere. Il tempo accelerato: vedo che tanti vivono questa sensazione con ansia profonda. Che non è certo sbagliato: il tempo non torna indietro, ogni attimo è assolutamente importante. Potrebbe tutto terminare a breve: e quindi?
In questi anni in cui mi pare che tutto sia accaduto, ho vissuto anche l’angoscia del tempo che fugge, ne ho già scritto. Ma poi ogni ansia si è sedata nel presente, nella vita nuova che nasce di continuo se cerchi, e magari un poco ti riesce, di vivere in altra dimensione. Vorrei dire quella dello Spirito, ove tutto si ferma e si moltiplica, si perde e si ritrova: non più Paolo, ma ben altro…
Ho la “fortuna” grande di avere molti amici, sparsi sul globo (anzi, forse più amiche, a questo punto). Con loro telefonate fugaci a volte, di aggiornamento del nostro cammino. Come in una famiglia vera, ci si vuole bene col cuore. E a volte mi danno qualche spunto per riflettere e scrivere. Mi si racconta di una persona che cita la “monnezza” (scusate, ma in romanesco rende molto meglio! In italiano è: immondizia): la monnezza riciclata, questo è il futuro! Più monnezza si ricicla, più energia pulita si produce: fenomenale! Io ho già cominciato. Come non pensare al grande De Andrè, col suo letame che fa nascere i fiori, al posto dei freddi e mortiferi diamanti? De Andrè, un uomo che in questi anni sto riscoprendo nella sua limpida umanità. Uno che è entrato nel cuore dell’uomo e ne ha posto in luce la parte che non muore. Un grande.
Poi forse manca il “come” rendere il letame fonte di vita. Una formula universale, valida per tutti gli esseri umani. Beh, la pietra filosofale esiste, la soluzione totale è qui: la monnezza riciclata, l’energia pulita! Se dal dolore nasce amore, se (+dolore = +amore), se incanalo la mia monnezza, il mio letame, le mie tante lacrime nel circuito virtuoso che diviene amore…
Già, mi si obbietta, ma chi te lo fa fare? Sei davvero matto a reagire in positivo quando ricevi un torto piuttosto che renderlo moltiplicato! E la giustizia allora?
Beh, “confesso che ho vissuto”, fatemelo dire con Pablo Neruda, stavolta ci vuole. Ho vissuto questo per tanti anni: non porta da nessuna parte, ti aumenta la tristezza, ti uccide dentro. L'inferno: stai male, sempre peggio. Perché la svolta vera alla fine è farsi del bene, amarsi, solo poi viene l’amare l’altro. E in questo modo fai bene a te stesso e al mondo. Geniale, no?
Circa 25 anni fa un amico carissimo aprì con altri soci un pub nel centro di Roma. Si chiamava: Hell and heaven. Inferno e paradiso. Si entrava al piano strada, e c’erano bei locali luminosi, ariosi, con pareti credo celesti: il paradiso. E con pochi avventori. Stavano tutti al piano sotto: nell’inferno. Pareti dipinte di nero (davvero, eh!) con poche candele accese. Buio pesto, sensazione opprimente. L’occhio faceva fatica ad abituarsi a quel buio, poi qualcosa si vedeva.
Questo amico dice di sé: “Sempre al massimo, nel bene e nel male!”. Ed è vero. Come aver cercato Dio agli ultimi confini della terra, nel buio esistenziale, nella mancanza della Luce. Come l’uomo di oggi, in pieno. A volte c’è stato molto vicino, mi sembra, ma ancora non pare aver trovato la pietra filosofale, il convertitore dei rifiuti. So che produrrà grande energia, prima o poi.
I miei amici! Persone che vivono magari borderline, alcuni proprio sul filo del rasoio, altri come me che stanno lavorando alla cerniera tra il cuore dell’uomo e quello di Dio. Tra dolore e Amore. Tra terra e Cielo, inferno e paradiso.
Mi rendo conto che questa cerniera è la cosa più rilevante in assoluto che potrei lasciare ai miei figli. La "soluzione" al dolore: esiste eredità più importante?
Non so se ci sono riuscito, sinora. Ma spero di vivere ancora un po’...
(foto mia, Abruzzo 2006)
venerdì 3 agosto 2012
Della morte e della vita...
Manco da questo mio scrivere da molto più del mese che è passato dall’ultimo post. Mi appare un tempo infinito. L’estate è giunta col peso insopportabile della solitudine, col sogno, e bisogno, di novità - che non giungono.
Anche questo narrare della mia vita mi era divenuto stringente. Una cosa per me importante davvero, e poi il rispetto e l'affetto per i tanti che mi leggono, ma che non può e non deve limitare la libertà. Fatica a concentrarmi e puntualizzare e narrare: alla fine ho dovuto, e pure voluto, perdere tutto. Azzerare, fare silenzio.
Non avevo programmato ferie, e invece una circostanza mi ha ispirato a cambiare programmi e partire, solo, ovviamente. Una settimana di “vacanza” tra i miei monti d’Abruzzo. Prima di partire mi si era raccomandato il riposo, fondamentale. Ma per uno sposato, stare soli è il contrario del riposo. Manca il paradiso del rapporto col coniuge. Un divorziato poi! Spiegavo che andavo soprattutto a fare lavoretti, le manutenzioni e le pulizie che necessitano in una casa poco abitata. Mio padre è partito da venti anni, e si vede in tutte le cose.
Ho passato giornate incredibili. Tanti contrattempi e imprevisti che significano perdite di tempo. Il cancello che non si voleva più aprire, una lampada apparentemente morta, altre cosette di questo genere, ragnatele da pulire. Ma son stato bene seppur solo, la cosa che certo più mi pesa in questo scorcio di vita. Specie il viaggiare in solitudine: opprimente. E io starei sempre in giro, mi piace guidare, vedere, conoscere.
Alla fine debbo constatare, ma già lo sapevo, il potere dell’equilibrio interiore, a volte raro e difficile, che nasce dal sapere che fai le cose giuste, seppur nei tanti tuoi limiti. Senza montarti la testa, ma nella semplice serenità del momento presente.
Il risultato è che ho lavorato senza mai fermarmi, e mi son pure riposato, uno stacco reale: rientrato al lavoro non ricordavo la mia password di accesso al sistema!
Domenica mattina presto, vado al cimitero a salutare i miei che lì riposano. Non ho programmi, pieno relax, giro a curiosare tra le tombe. Nella mia gioventù, tanti secoli fa, mi accadeva ogni tanto di fare visita al cimitero di Roma, il grande Verano, specie nella parte monumentale, il Pincetto. Tombe di nobili, di grandi della terra, tanto marmo, busti, epigrafi. Quel che furono. In quel silenzioso turbinio di cose andate, morte, dimenticate, mi accadeva di ritrovare, rinsaldare, il rapporto col mio Dio. Perché toccavo con mano la fatuità del tutto. Mi ritrovavo nel tempo eterno, quello che solo conta, lontano dai rumori della Roma agitata e quotidiana.
Giro per questo piccolo cimitero di paese di montagna, non è il Pincetto, anzi. Questi volti che mi scrutano dalle foto non parlano di grandi gioie terrene. Dicono drammi, solitudine, desolazione. Leggo soprattutto dolore silenzioso, ignoto al mondo, perso per sempre.
Solo mio padre pare cantare, dalla sua foto. La feci mentre da nonno rideva agli scherzetti dispettosi che gli faceva la mia piccola. E davvero, non mi risulta abbia poi riso molto in vita. Ma lo abbiamo ricordato così. Questo il suo essere soprannaturale, forse.
Rientrato dalle ferie, al mattino presto, incontro gente trafelata che corre al lavoro. Mi rendo conto che ognuno sta col proprio fardello, chi ben visibile, chi oscuro. Mi sorge il ricordo di un esercizio della mente, e dello spirito, che facevo da bambino: alzarsi in alto, guardare il mondo, e le corse affannose degli umani, da lissù. Si riequilibra tutto, ogni cosa prende il suo giusto posto, e peso. Il dolore che tutti accomuna, la fatica del vivere. Le gioie anche. Tutti sotto lo stesso cielo, come piccole formiche attivissime nel proprio piccolo mondo, ma ignare di quanto accade poco oltre. Solo alzandosi, sempre più alzandosi, si può cogliere il filo d’oro che lega le esistenze, le piccole e grandi storie personali e quotidiane.
Poi nel cielo scorgo un aereo, altissimo, nel blu di una mattinata estiva tersa e non ancora bollente, quasi una conferma. Questo affannarsi continuo, correre. Ma per dove, per cosa?
La giusta risposta è in una telefonata di qualche giorno prima. Una cara amica mi narra di quanto le diceva un anziano e molto sapiente uomo di Dio: “Ma ti rendi conto che tu, nonostante tutto, continui ad amare?”
(foto mia, estate 2012)
Anche questo narrare della mia vita mi era divenuto stringente. Una cosa per me importante davvero, e poi il rispetto e l'affetto per i tanti che mi leggono, ma che non può e non deve limitare la libertà. Fatica a concentrarmi e puntualizzare e narrare: alla fine ho dovuto, e pure voluto, perdere tutto. Azzerare, fare silenzio.
Non avevo programmato ferie, e invece una circostanza mi ha ispirato a cambiare programmi e partire, solo, ovviamente. Una settimana di “vacanza” tra i miei monti d’Abruzzo. Prima di partire mi si era raccomandato il riposo, fondamentale. Ma per uno sposato, stare soli è il contrario del riposo. Manca il paradiso del rapporto col coniuge. Un divorziato poi! Spiegavo che andavo soprattutto a fare lavoretti, le manutenzioni e le pulizie che necessitano in una casa poco abitata. Mio padre è partito da venti anni, e si vede in tutte le cose.
Ho passato giornate incredibili. Tanti contrattempi e imprevisti che significano perdite di tempo. Il cancello che non si voleva più aprire, una lampada apparentemente morta, altre cosette di questo genere, ragnatele da pulire. Ma son stato bene seppur solo, la cosa che certo più mi pesa in questo scorcio di vita. Specie il viaggiare in solitudine: opprimente. E io starei sempre in giro, mi piace guidare, vedere, conoscere.
Alla fine debbo constatare, ma già lo sapevo, il potere dell’equilibrio interiore, a volte raro e difficile, che nasce dal sapere che fai le cose giuste, seppur nei tanti tuoi limiti. Senza montarti la testa, ma nella semplice serenità del momento presente.
Il risultato è che ho lavorato senza mai fermarmi, e mi son pure riposato, uno stacco reale: rientrato al lavoro non ricordavo la mia password di accesso al sistema!
Domenica mattina presto, vado al cimitero a salutare i miei che lì riposano. Non ho programmi, pieno relax, giro a curiosare tra le tombe. Nella mia gioventù, tanti secoli fa, mi accadeva ogni tanto di fare visita al cimitero di Roma, il grande Verano, specie nella parte monumentale, il Pincetto. Tombe di nobili, di grandi della terra, tanto marmo, busti, epigrafi. Quel che furono. In quel silenzioso turbinio di cose andate, morte, dimenticate, mi accadeva di ritrovare, rinsaldare, il rapporto col mio Dio. Perché toccavo con mano la fatuità del tutto. Mi ritrovavo nel tempo eterno, quello che solo conta, lontano dai rumori della Roma agitata e quotidiana.
Giro per questo piccolo cimitero di paese di montagna, non è il Pincetto, anzi. Questi volti che mi scrutano dalle foto non parlano di grandi gioie terrene. Dicono drammi, solitudine, desolazione. Leggo soprattutto dolore silenzioso, ignoto al mondo, perso per sempre.
Solo mio padre pare cantare, dalla sua foto. La feci mentre da nonno rideva agli scherzetti dispettosi che gli faceva la mia piccola. E davvero, non mi risulta abbia poi riso molto in vita. Ma lo abbiamo ricordato così. Questo il suo essere soprannaturale, forse.
Rientrato dalle ferie, al mattino presto, incontro gente trafelata che corre al lavoro. Mi rendo conto che ognuno sta col proprio fardello, chi ben visibile, chi oscuro. Mi sorge il ricordo di un esercizio della mente, e dello spirito, che facevo da bambino: alzarsi in alto, guardare il mondo, e le corse affannose degli umani, da lissù. Si riequilibra tutto, ogni cosa prende il suo giusto posto, e peso. Il dolore che tutti accomuna, la fatica del vivere. Le gioie anche. Tutti sotto lo stesso cielo, come piccole formiche attivissime nel proprio piccolo mondo, ma ignare di quanto accade poco oltre. Solo alzandosi, sempre più alzandosi, si può cogliere il filo d’oro che lega le esistenze, le piccole e grandi storie personali e quotidiane.
Poi nel cielo scorgo un aereo, altissimo, nel blu di una mattinata estiva tersa e non ancora bollente, quasi una conferma. Questo affannarsi continuo, correre. Ma per dove, per cosa?
La giusta risposta è in una telefonata di qualche giorno prima. Una cara amica mi narra di quanto le diceva un anziano e molto sapiente uomo di Dio: “Ma ti rendi conto che tu, nonostante tutto, continui ad amare?”
(foto mia, estate 2012)
mercoledì 4 luglio 2012
Dieci ragazze per me!
“Ho visto un uomo che moriva per amore. Ne ho visto un altro che più lacrime non ha…”
Cantava Lucio Battisti forse quaranta anni fa, mi trovo a cantare io ripartendo da un distributore di benzina in un tardo pomeriggio di caldo africano.
Ho avuto un incontro praticamente shockante, quell’incontro che sogni ma poi temi. Incontri la tua sposa che ti chiama, sorride, e tu hai un colpo al cuore. Pochi istanti, belli, si parla dei figli, e poi si prosegue, ciascuno per la sua vita. Lei torna da un pomeriggio di donazione, io sto andando a fare qualcosa, quel che posso: la figlia ammalata, il nipotino, il genero.
E mi chiedo, e chiedo al Cielo, perché farmela incontrare, di nuovo. Morirò infartuato, lo so. Forse dovrei non vederla più, mai più. Il mio povero cuore sfibrato, che prima o poi implode...
A forza di "morire a me stesso", da anni, credevo davvero di essere "morto", e invece mi scopro sempre più vivo, con tutti i sensi allertati. Forse sono semplicemente normale (è questa alfine la bellezza?)
Ma intanto il cuore sta sotto pressione.
“Dieci ragazze per me posson bastare” cantava Battisti, “voglio dimenticare!”: la filosofia del chiodo scaccia chiodo, come dicevo nell’ultimo post. Ma lo stesso Battisti poi ammette: “ma io muoio per te”!.
Sere fa, avevo ospiti a cena. Mi son trovato quasi contestato nel mio parlare di dolore. Come se dovessi bypassarlo, risolverlo voltando pagina. Come se il dolore fosse argomento tabù, da evitare di parlarne addirittura. Come fan tutti, come pare norma oramai.
Rivendico invece il valore del dolore. Questo mio dolore che nel tempo mi ha costretto, quasi, a ritrovarmi, a trovarmi, a crescere, a scoprirmi uomo umano, vero. Che mai fa piacere, ma sempre può trasformarsi in amore, direttamente proporzionale, anzi forse esponenziale.
Ecco: non esiste alternativa, bisogna evidentemente andare sino in fondo, ognuno nella propria storia. Storia di dolore e amore insieme, sempre.
Mi giungono email dopo l’ultimo post:
“Stremata. Esattamente la condizione in cui mi sento ora dopo che lui ha cambiato ancora i turni e mi ha detto che non sa che farci per i miei impegni.”
“Caro Paolo, con le tue parole arrivi a toccare le parti più profonde del mio cuore... sembra che quello che scrivi sia fatto su misura per me... Sono anche io stremata, perché mi sto avviando a vivere da separata... pregheremo tanto per il nostro papy, che sta annaspando in acque tempestose senza orientamento alcuno.”
Voglio dedicare questo scrivere alla mia sposa, in primis, ma anche ai tanti e soprattutto tantissime che vivono col cuore squarciato, forse sperando il “voglio dimenticare”, che hanno continuamente la sensazione di non farcela più, e magari la lusinga delle “dieci ragazze per me”.
A tutte le creature che nel silenzio e nel sangue, giorno dopo giorno, ma soprattutto notte dopo notte, con la loro vita, dicono, ancora, ogni volta, che Dio è possibile, è più, è oltre. Che Dio alfine è proprio il contrario di quanto si credeva, e forse ci hanno persino insegnato.
Il Dio di questa epoca è il nostro Dio: quello crocifisso, abbandonato, morto. E poi disceso agli inferi, per tre giorni e tre notti. E infine risorto. Risorto!
E chi più di noi?
(Foto mia, giugno 2012)
Cantava Lucio Battisti forse quaranta anni fa, mi trovo a cantare io ripartendo da un distributore di benzina in un tardo pomeriggio di caldo africano.
Ho avuto un incontro praticamente shockante, quell’incontro che sogni ma poi temi. Incontri la tua sposa che ti chiama, sorride, e tu hai un colpo al cuore. Pochi istanti, belli, si parla dei figli, e poi si prosegue, ciascuno per la sua vita. Lei torna da un pomeriggio di donazione, io sto andando a fare qualcosa, quel che posso: la figlia ammalata, il nipotino, il genero.
E mi chiedo, e chiedo al Cielo, perché farmela incontrare, di nuovo. Morirò infartuato, lo so. Forse dovrei non vederla più, mai più. Il mio povero cuore sfibrato, che prima o poi implode...
A forza di "morire a me stesso", da anni, credevo davvero di essere "morto", e invece mi scopro sempre più vivo, con tutti i sensi allertati. Forse sono semplicemente normale (è questa alfine la bellezza?)
Ma intanto il cuore sta sotto pressione.
“Dieci ragazze per me posson bastare” cantava Battisti, “voglio dimenticare!”: la filosofia del chiodo scaccia chiodo, come dicevo nell’ultimo post. Ma lo stesso Battisti poi ammette: “ma io muoio per te”!.
Sere fa, avevo ospiti a cena. Mi son trovato quasi contestato nel mio parlare di dolore. Come se dovessi bypassarlo, risolverlo voltando pagina. Come se il dolore fosse argomento tabù, da evitare di parlarne addirittura. Come fan tutti, come pare norma oramai.
Rivendico invece il valore del dolore. Questo mio dolore che nel tempo mi ha costretto, quasi, a ritrovarmi, a trovarmi, a crescere, a scoprirmi uomo umano, vero. Che mai fa piacere, ma sempre può trasformarsi in amore, direttamente proporzionale, anzi forse esponenziale.
Ecco: non esiste alternativa, bisogna evidentemente andare sino in fondo, ognuno nella propria storia. Storia di dolore e amore insieme, sempre.
Mi giungono email dopo l’ultimo post:
“Stremata. Esattamente la condizione in cui mi sento ora dopo che lui ha cambiato ancora i turni e mi ha detto che non sa che farci per i miei impegni.”
“Caro Paolo, con le tue parole arrivi a toccare le parti più profonde del mio cuore... sembra che quello che scrivi sia fatto su misura per me... Sono anche io stremata, perché mi sto avviando a vivere da separata... pregheremo tanto per il nostro papy, che sta annaspando in acque tempestose senza orientamento alcuno.”
Voglio dedicare questo scrivere alla mia sposa, in primis, ma anche ai tanti e soprattutto tantissime che vivono col cuore squarciato, forse sperando il “voglio dimenticare”, che hanno continuamente la sensazione di non farcela più, e magari la lusinga delle “dieci ragazze per me”.
A tutte le creature che nel silenzio e nel sangue, giorno dopo giorno, ma soprattutto notte dopo notte, con la loro vita, dicono, ancora, ogni volta, che Dio è possibile, è più, è oltre. Che Dio alfine è proprio il contrario di quanto si credeva, e forse ci hanno persino insegnato.
Il Dio di questa epoca è il nostro Dio: quello crocifisso, abbandonato, morto. E poi disceso agli inferi, per tre giorni e tre notti. E infine risorto. Risorto!
E chi più di noi?
(Foto mia, giugno 2012)
mercoledì 13 giugno 2012
La Madonna del Bagno
Al mio post “Dopo aver stra-amato? Si ama ancora!” giunge il commento di Anna, con la sua consueta e pungente lucidità: “A volte stra-amare strema. E allora si sta sulla nuda terra, e si cerca di dissolversi in humus fertile per altre piante, i figli, gli amici. Oppure, e questo vale per gli stremati più casalinghi, forse meno forti, allineati ai granelli di polvere sul parquet, con i quali ci si sente affini, si sta ad attendere uno straccio che raccolga e ricomponga in una qualche forma, fosse anche un ciuffo peluccoso.”Stremati. Più che vero. Come può un separato non conoscere lo stremo? Nella totalità dell’essere, che significa tutto, anima e corpo. Poi a volte può bastare un tramonto, un sorriso, uno stato d’animo, un’amicizia vera, una carezza del Cielo ad alleviare lo stremo. Penso a chi da anni e anni vive in questa situazione. A chi non ha più lacrime da versare. A volte si giunge al “chiodo scaccia chiodo”, ovvero al rimpiazzo, visto che il muro del coniuge tiene e appare inscalfibile… chi può dire, sapere, giudicare? Il lavorio del Nemico è continuo, tenace, preciso al millimetro. Può apparire vincente, ma il tempo credo lavori per Dio. E a noi si sta chiedendo l’amore più grande, il permettere tutto, anche l’altrui inferno.
Conosco bene lo “stremato”. Specie in certi inizi estate, come quest’anno. Mi trovo in crisi persino con la progettualità. Al lavoro mi hanno chiesto il piano ferie! Son caduto dalle nuvole… e chi pensava che già era ora di programmare un minimo di svago, riposo? Ma dove, come, e soprattutto: con chi? Il solo riposo sarebbe con e nella “carne della mia carne”, finalmente, dopo anni e anni e anni e anni...
Mi sono incontrato, fugacemente, il tempo di una rapida visita, con i miei testimoni di nozze, in un santuario qui in Umbria famoso e un pò particolare. La Madonna del Bagno, costellato di ex voto a volte bellissimi che sono ognuno un pezzo d’arte: ceramiche che raccontano e sintetizzano il “miracolo”.
Qui, correva l’anno 1657, avvenne che un uomo, raccogliendo da terra un frammento di ceramica raffigurante la Madonna col bambino in braccio e ponendolo in alto, incastonato in un alberello, quasi a crearne un altare per venerazione, chiese a Maria la grazia della guarigione della moglie.
Accadde che poi tornando a casa trovò la moglie guarita. Guarita!?
Questo in estrema sintesi. Sono andato a verificare sul web. Ho trovato, tra l’altro, una prece di qualche tempo fa, evidentemente di una figlia, che pare precisa per il “nostro” mondo: “Gesù fa che la mamma e il papà si rimettano insieme”. Valentina F.
Conoscevo già la storia del santuario, ma mi son trovato in questa circostanza a sentirla ancor più mia.
Qui, con i miei testimoni di nozze. E poi, lasciandoli che proseguivano per Roma, al vedere le mani che salutavano dai finestrini, mi è esploso il pianto: il cuore funziona… il mio, quello di altri! È vero, sto stremato, a Roma si dice “stare fuori come un balcone”. Così è. Ma come potrebbe altrimenti?
Mi scrive un amico, anch’egli separato: “Sono appena rientrato a casa, reduce da una pizza con i miei figli; da qualche anno usiamo trovarci insieme in occasione dell'anniversario di matrimonio ed è stata una bella serata, uno di quei momenti in cui ti viene da dire: sono così contento che adesso potrei anche morire”.
Certo, nel nostro piccolo, ma questo è: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine: prendete e mangiate, questo è il mio corpo”.
Foto mia, dal Santuario della Madonna del Bagno, Casalina di Deruta, Perugia, Italy
giovedì 24 maggio 2012
Incommensurabili
Scusate il ritardo. Da giorni vorrei pubblicare ma poi non riesco.
Sono reduce da un’esperienza importante, un poco anomala e proprio bellissima.
Ho trascorso un week end, quarantotto ore piene, con amici di antica data, in un bel casale di montagna qui in Umbria. Persone che non vedevo magari da anni, alcune che tra loro non si conoscevano. Altre che si son ritrovate con indicibile gioia. Chi arrivava, chi partiva. Un “convenire” al buio: nessuno sapeva chi avrebbe trovato.
Sono accadute cose che hanno superato le più belle aspettative che potevo pur avere. Il tempo è parso fermarsi e dilatarsi, ne ho completamente smarrita la cognizione. Non il fare, ma l’essere, finalmente.
Qualcosa di incredibile, di nuovo e di antico è accaduto. Il Cielo. Abbiamo toccato, ancora, che l’Amore è. È possibile, è vero. Due o più.
Realtà che conoscevamo già. Ma questi momenti di convergenza sono cosa buona e forse pure necessaria, di questi tempi.
Nulla abbiamo fatto di particolare, anzi il maggior tempo trascorso in cucina, intorno al nostro grande Massimo, cuoco provetto.
Proprio nei giorni precedenti con un’amica si parlava del paradiso, e lei mi faceva presente che un conto è sentirne parlare, altro viverlo personalmente, il paradiso…
Poi, giunti al termine e partito per ultimo, mentre lentamente, sotto la pioggia, scendevo dal nostro piccolo “Tabor”, e non ne avevo proprio voglia, mi rendevo conto che nulla sarebbe stato più come prima, nulla. Una pietra miliare nel cuore.
Son rientrato all’eremo che non mi reggevo in piedi dalla stanchezza. Ma anche, dal vedere e vivere tutto con nuovi occhi, come rientrato da altri mondi…
Thomas Stearns Eliot pare averlo scritto per me, oggi:
Noi non smetteremo di esplorare.
E la fine di tutto il nostro esplorare sarà arrivare là dove siamo partiti.
E scoprire quel luogo per la prima volta.
Poi per giorni ho quasi faticato a tornare al vortice della vita “normale”.
Ho incontrato una vecchia conoscente. Lei sa che mia moglie ha divorziato, che sono solo. Mi scruta attentamente, dice che mi trova bene, mi vede tutto arzillo, e chiede se sto con qualcuna. Dico no, sono sposato, per cui solo come sa. La vedo incredula, ma posso solo confermare. Certo che mi trova bene, ma non è la presenza di un’altra donna.
Un’amica, anche lei abbandonata, mi scrive: “Sto vivendo veramente un incubo perché mio marito me le fa vedere di tutti i colori” e poi: “…la cosa tristissima è il vedere tutte le famiglie unite mentre noi da soli senza papy” e ancora: “sto rileggendo le pubblicazioni sul tuo blog: mi fai compagnia spesso!”.
È che la vita non è mai uguale, e ti pare di vivere in un vortice molto oltre le tue possibilità.
Il Tabor svanisce, e altro accade.
Momenti di stanchezza grande, forse anche questa primavera strana, piove di continuo. E poi la solitudine, migliaia di notti da solo, e sai che “la morte è già qui, poco prima”, come dice il poeta.
E invece continui a credere, a dire, a fare, a dare, a pensare, a volere.
Il cuore del tuo cuore altrove, il tuo corpo dilaniato, tutti sparsi per il mondo.
Essere nulla, e nulla sapere più. E tutto sogni, speri, credi, copri, ami. La carità?
Ma è follia, ti dicono! La norma, la norma è altro: la tua sposa se ne va? Meglio: sai quante donne puoi trovare, ancora, prima che la vita svanisca? Piuttosto: spicciati!
Il sole sta tramontando, ancora una volta, in cielo una luce incredibile, e sei solo.
Un profumo indicibile nell’aria, l’estate che quasi esplode, e sei solo.
Fai due somme: abissi e gioie incommensurabili. Chi sei Padre? Chi sono io per tutto questo?
Ti rendi conto di essere davvero “out”, fuori norma. Ma deve essere la fede. Sì, la fede. Fede in un Dio che sai e a volte non tocchi, specie in certi momenti in cui il cuore abbaia alla luna, il sangue si confonde con quello dell’umanità, il dolore non sai più come dirlo. Solamente il silenzio perdura.
Fai un’altra telefonata, nasce dall’amore, gesto piccolo e forse insignificante. Cuci, unisci altrui vite, rammendi lontane storie. È il cuore di Dio, alfine, che permea la terra attraverso te, le tue vene dissanguate che facilitano un rapido benefico passaggio. Sei canale.
Beh, mica poco, se ci rifletti bene.
(Foto mia, Umbria, maggio 2012)
Sono reduce da un’esperienza importante, un poco anomala e proprio bellissima.
Ho trascorso un week end, quarantotto ore piene, con amici di antica data, in un bel casale di montagna qui in Umbria. Persone che non vedevo magari da anni, alcune che tra loro non si conoscevano. Altre che si son ritrovate con indicibile gioia. Chi arrivava, chi partiva. Un “convenire” al buio: nessuno sapeva chi avrebbe trovato.
Sono accadute cose che hanno superato le più belle aspettative che potevo pur avere. Il tempo è parso fermarsi e dilatarsi, ne ho completamente smarrita la cognizione. Non il fare, ma l’essere, finalmente.
Qualcosa di incredibile, di nuovo e di antico è accaduto. Il Cielo. Abbiamo toccato, ancora, che l’Amore è. È possibile, è vero. Due o più.
Realtà che conoscevamo già. Ma questi momenti di convergenza sono cosa buona e forse pure necessaria, di questi tempi.
Nulla abbiamo fatto di particolare, anzi il maggior tempo trascorso in cucina, intorno al nostro grande Massimo, cuoco provetto.
Proprio nei giorni precedenti con un’amica si parlava del paradiso, e lei mi faceva presente che un conto è sentirne parlare, altro viverlo personalmente, il paradiso…
Poi, giunti al termine e partito per ultimo, mentre lentamente, sotto la pioggia, scendevo dal nostro piccolo “Tabor”, e non ne avevo proprio voglia, mi rendevo conto che nulla sarebbe stato più come prima, nulla. Una pietra miliare nel cuore.
Son rientrato all’eremo che non mi reggevo in piedi dalla stanchezza. Ma anche, dal vedere e vivere tutto con nuovi occhi, come rientrato da altri mondi…
Thomas Stearns Eliot pare averlo scritto per me, oggi:
Noi non smetteremo di esplorare.
E la fine di tutto il nostro esplorare sarà arrivare là dove siamo partiti.
E scoprire quel luogo per la prima volta.
Poi per giorni ho quasi faticato a tornare al vortice della vita “normale”.
Ho incontrato una vecchia conoscente. Lei sa che mia moglie ha divorziato, che sono solo. Mi scruta attentamente, dice che mi trova bene, mi vede tutto arzillo, e chiede se sto con qualcuna. Dico no, sono sposato, per cui solo come sa. La vedo incredula, ma posso solo confermare. Certo che mi trova bene, ma non è la presenza di un’altra donna.
Un’amica, anche lei abbandonata, mi scrive: “Sto vivendo veramente un incubo perché mio marito me le fa vedere di tutti i colori” e poi: “…la cosa tristissima è il vedere tutte le famiglie unite mentre noi da soli senza papy” e ancora: “sto rileggendo le pubblicazioni sul tuo blog: mi fai compagnia spesso!”.
È che la vita non è mai uguale, e ti pare di vivere in un vortice molto oltre le tue possibilità.
Il Tabor svanisce, e altro accade.
Momenti di stanchezza grande, forse anche questa primavera strana, piove di continuo. E poi la solitudine, migliaia di notti da solo, e sai che “la morte è già qui, poco prima”, come dice il poeta.
E invece continui a credere, a dire, a fare, a dare, a pensare, a volere.
Il cuore del tuo cuore altrove, il tuo corpo dilaniato, tutti sparsi per il mondo.
Essere nulla, e nulla sapere più. E tutto sogni, speri, credi, copri, ami. La carità?
Ma è follia, ti dicono! La norma, la norma è altro: la tua sposa se ne va? Meglio: sai quante donne puoi trovare, ancora, prima che la vita svanisca? Piuttosto: spicciati!
Il sole sta tramontando, ancora una volta, in cielo una luce incredibile, e sei solo.
Un profumo indicibile nell’aria, l’estate che quasi esplode, e sei solo.
Fai due somme: abissi e gioie incommensurabili. Chi sei Padre? Chi sono io per tutto questo?
Ti rendi conto di essere davvero “out”, fuori norma. Ma deve essere la fede. Sì, la fede. Fede in un Dio che sai e a volte non tocchi, specie in certi momenti in cui il cuore abbaia alla luna, il sangue si confonde con quello dell’umanità, il dolore non sai più come dirlo. Solamente il silenzio perdura.
Fai un’altra telefonata, nasce dall’amore, gesto piccolo e forse insignificante. Cuci, unisci altrui vite, rammendi lontane storie. È il cuore di Dio, alfine, che permea la terra attraverso te, le tue vene dissanguate che facilitano un rapido benefico passaggio. Sei canale.
Beh, mica poco, se ci rifletti bene.
(Foto mia, Umbria, maggio 2012)
mercoledì 25 aprile 2012
Agli ultimi confini della terra
Giornata molto particolare, tutto si evolve in pochissimo tempo.
Mi trovo a leggere una nota di forte dolore e nostalgia grande negli occhi, nel profondo di persona molto cara. So che devo vivere il silenzio assoluto, dopo tanto parlare, e pure sproloquiare, a volte.
Torno a casa che sta imbrunendo, il cuore silente e sereno. Solo il presente, comunque sia.
Nel frattempo mi è giunto sms di una cara amica lontana, finalmente riesco a leggere: “Oggi sento forte la mancanza del mio sposo… da quando ne parlo con te, è come se fosse rinato il desiderio che lui torni. Non è un bene perché ho faticato a rassegnarmi x trovare pace. Ma mi chiedo se ha un senso oltre…”
Beh, non posso non telefonarle subito. Sta cenando, insieme ai bambini. Ma le dico quel che sto vivendo, il mio cuore. Oramai vivo nudo, poche cose sono mie solamente, condivido, faccio circolare. Tutto contribuisce se è amore. Sangue che circola in questo grande corpo martoriato che è questa piccola comunità di abbandonati.
Poco dopo altro sms: “Grazie della telefonata! Mi hai aiutato a staccarmi dal pensiero che mi stava trascinando a fondo! :-)”
Nel frattempo mi giungono due mail che mi danno gioia, mi telefona un'altra amica che, dopo cenato, sta camminando nella Roma notturna. Come non piangere?
Mi chiedo, ancora, chi sono io per trovarmi al crocevia del tanto amore che sta circolando.
Tantissimi anni fa, era questa stagione, stavo vivendo col cuore liquefatto. Innamorato, perso in colei che sarebbe poi stata la mia sposa, per sempre. Reciproco, bellissimo, lei pure completamente rapita. Eravamo una bella coppia, ci dicevano, e sentivamo stima e affetto vero da tanti attorno.
Negli anni è accaduto di tutto, e di impensabile. Le forze degli inferi si sono scatenate.
Una famiglia bella e sotto pressione estrema. Abbiamo vacillato, non è stato facile. Maria è stata comunque presente sempre, in piedi sul nostro Golgota. Protesa al Cielo, penso abbia pianto, in silenzio. Ma lì è rimasta, per anni.
Nel frattempo, credo ad una seduta di terapia di coppia, mi venne chiesto perché avevo scelto lei, cosa mi aveva fatto innamorare. Credo di aver farfugliato, non sapevo, avevo perso la ragioni del mio amore.
Oggi so, posso gridare ai venti: ho sposato colei che mi mancava, la parte più bella di me, la mia realizzazione, il mio dover essere. In lei sola posso cantare, e sono.
Poi qualcosa è avvenuto che ha definitivamente squassato tutto. Le mie prime notti in solitudine. Con fatica e dolore, ma alla fine vincente, notte dopo notte e tra le lacrime, ho ricostruito dentro di me il “Credo”. In quel momento era l’atto di fede più grande, dire: "Credo, credo in Dio fatto uomo, abbandonato, disceso agli inferi, risorto".
Mi è parso, mi pare sempre più, di essere stato agli “ultimi confini della terra”. Sono stato in buona compagnia, insieme a tanti.
Qualcuno doveva andare. Siamo andati.
Oggi, anche questo modesto scrivere è rendere testimonianza alla Luce.
E non so più del dolore passato, la vita è molto oltre.
(foto mia, Umbria, 27 dicembre 2011)
Mi trovo a leggere una nota di forte dolore e nostalgia grande negli occhi, nel profondo di persona molto cara. So che devo vivere il silenzio assoluto, dopo tanto parlare, e pure sproloquiare, a volte.
Torno a casa che sta imbrunendo, il cuore silente e sereno. Solo il presente, comunque sia.
Nel frattempo mi è giunto sms di una cara amica lontana, finalmente riesco a leggere: “Oggi sento forte la mancanza del mio sposo… da quando ne parlo con te, è come se fosse rinato il desiderio che lui torni. Non è un bene perché ho faticato a rassegnarmi x trovare pace. Ma mi chiedo se ha un senso oltre…”
Beh, non posso non telefonarle subito. Sta cenando, insieme ai bambini. Ma le dico quel che sto vivendo, il mio cuore. Oramai vivo nudo, poche cose sono mie solamente, condivido, faccio circolare. Tutto contribuisce se è amore. Sangue che circola in questo grande corpo martoriato che è questa piccola comunità di abbandonati.
Poco dopo altro sms: “Grazie della telefonata! Mi hai aiutato a staccarmi dal pensiero che mi stava trascinando a fondo! :-)”
Nel frattempo mi giungono due mail che mi danno gioia, mi telefona un'altra amica che, dopo cenato, sta camminando nella Roma notturna. Come non piangere?
Mi chiedo, ancora, chi sono io per trovarmi al crocevia del tanto amore che sta circolando.
Tantissimi anni fa, era questa stagione, stavo vivendo col cuore liquefatto. Innamorato, perso in colei che sarebbe poi stata la mia sposa, per sempre. Reciproco, bellissimo, lei pure completamente rapita. Eravamo una bella coppia, ci dicevano, e sentivamo stima e affetto vero da tanti attorno.
Negli anni è accaduto di tutto, e di impensabile. Le forze degli inferi si sono scatenate.
Una famiglia bella e sotto pressione estrema. Abbiamo vacillato, non è stato facile. Maria è stata comunque presente sempre, in piedi sul nostro Golgota. Protesa al Cielo, penso abbia pianto, in silenzio. Ma lì è rimasta, per anni.
Nel frattempo, credo ad una seduta di terapia di coppia, mi venne chiesto perché avevo scelto lei, cosa mi aveva fatto innamorare. Credo di aver farfugliato, non sapevo, avevo perso la ragioni del mio amore.
Oggi so, posso gridare ai venti: ho sposato colei che mi mancava, la parte più bella di me, la mia realizzazione, il mio dover essere. In lei sola posso cantare, e sono.
Poi qualcosa è avvenuto che ha definitivamente squassato tutto. Le mie prime notti in solitudine. Con fatica e dolore, ma alla fine vincente, notte dopo notte e tra le lacrime, ho ricostruito dentro di me il “Credo”. In quel momento era l’atto di fede più grande, dire: "Credo, credo in Dio fatto uomo, abbandonato, disceso agli inferi, risorto".
Mi è parso, mi pare sempre più, di essere stato agli “ultimi confini della terra”. Sono stato in buona compagnia, insieme a tanti.
Qualcuno doveva andare. Siamo andati.
Oggi, anche questo modesto scrivere è rendere testimonianza alla Luce.
E non so più del dolore passato, la vita è molto oltre.
(foto mia, Umbria, 27 dicembre 2011)
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