domenica 23 ottobre 2011

Scusate!

Tempo fa, una banale discussione che diviene accesa. C’era chi asseriva che i vecchi son tutti cattivi. Che l’avvicinarsi della morte li rende astiosi con chi rimane. Che non accettano di morire, giustamente, e sono depressi: la natura umana è cattiva, e qui si rivela appieno.

C’era di tutto. Ho dovuto e voluto dire la mia, con forza, anche. Da quel che ho visto nella vita, intanto ho imparato che non esistono i cattivi, come non esistono i buoni, come categorie assolute. Esistono “persone” che attimo dopo attimo scelgono di fare il bene, di fare il male. Con tutto quel che ne consegue.

Ma poi, specie nel caso degli anziani, va considerato che col passar degli anni magari si perdono le inibizioni, la buona educazione, il rispetto umano. Io direi che si diviene sé stessi, senza più gli abiti indossati per una vita. Come direbbe Totò: non si ha più la divisa, si diviene liberi.

Ecco, questa nuova libertà porta alla luce la vera natura dell’umano. Si vede come si è nel fondo. E si trovano sì persone esacerbate, ma quante invece sono serene, dolci, premurose?
D’altronde la sola certezza inopinabile della vita pare essere la morte, e certo col passar degli anni le probabilità statistiche aumentano. Ho l’impressione che si muoia come si è vissuto. Chi ha una coscienza comunque serena affronterà la fine ben diversamente da chi sta turbato, infelice, preso dalle cose della terra.

Nel giro di pochissimi giorni mi accadono eventi che paiono messi lì proprio in fila.

Una signora anziana, molto ricca, che conosco da anni, a messa in un giorno speciale. È piena di ori e sta cupa, avvizzita, pare in un dolore muto e senza speranza. Naturalmente non so cosa ha nel cuore, cosa vive con Dio. Non posso né voglio giudicare, ma l’impressione è di una persona infelice, e inevitabilmente mi viene da pensare alla cruna dell'ago, alla ricchezza che non genera felicità nemmeno qui in terra.

Pochi giorni dopo, incontro la minore di due anziane sorelle che conosco superficialmente. Lei mi saluta chiamandomi per nome, e io non ricordo il suo. Poi le chiedo della sorella, che so stare poco bene. Mi narra che le funziona solo una metà del corpo, a letto immobilizzata necessita di cure continue. La sento positiva, una donna che si prodiga e non lamenta del suo impegno. Mi chiedo se avrà qualcuna accanto, quando sarà la sua ora. Nel salutarmi sorride e mi lascia stupefatto: “Bisogna abbracciare… quel che viene!”. Non è rassegnata, non parla di accettare: dice abbracciare!
Pare detto da una mistica cristiana, e non da una donna del popolo. Ma deve essere la coscienza cristiana che magari inconsapevole vive nel fondo dei cuori della gente semplice.

Poi, ancora. Un amico mi racconta del suo rapporto con la suocera, pure lei molto anziana, con Alzheimer. È come una bambina. La porta fuori in macchina per distrarla, la fa passeggiare, la sera vedono la TV insieme, vicini, sul divano. È quasi incredulo, perché si rende conto che sta amando gratis, senza possibilità alcuna di tornaconto. Dico che lui si ritroverà tutto questo amore gratuito. Perché è questo che accresce l’uomo, così come il contrario lo diminuisce. Mi pare di cogliere qualcosa di lucido, brillante, nei suoi occhi.

Penso a mia madre, Anna, partita anzitempo ché doveva raggiungere papà.
In fase terminale di tumore, sotto morfina. Nascosta dalle coperte, le esce una specie di ruttino. La sento dire, ed è l’ultima sua parola che ricorderò: “Scusate!”, rivolta ai presenti.
Così è passata sulla terra, in punta di piedi, amando come ne è stata in grado.

Il Cielo di Dio è pieno di creature così, credo.

(foto mia, Umbria 2009)

martedì 11 ottobre 2011

Let it be

Mi capita di sentire storie di dolore che lasciano senza fiato. Dolore in famiglia, amiche e amici separati con problemi immani di gestione dei figli e della propria vita. Pianti senza più lacrime oramai.
E la mia prima reazione, nella condivisione attiva del dolore, è sempre quella: ci entrerei dentro, nel fare qualcosa di risolutivo, che riporti pace, serenità. Tenterei l’impossibile.
Mi sembra sia l’amore vero, concreto, con cui posso amare chi mi passa accanto in questo scorcio di eternità. Sono un interventista, il mio carattere.
E qualche anno fa venni calorosamente invitato al contrario: “Tu devi imparare a stare fermo, a lasciare che sia, a non fare…”.

Tenti di cambiare il corso degli avvenimenti, modificare la storia. E si possono fare danni pure in buona fede.
Penso a Pietro quando sguaina la spada e reagisce, in maniera inconsulta. Fa danni, va oltre. Ma reagisce: la sua natura impetuosa.

Per anni e anni ho lottato come ho potuto contro questa mia separazione che inesorabile avanzava, era una cosa assolutamente inaccettabile, la vedevo un errore, follia.

Un anziano amico mi rimbrottò addirittura: “E cosa sarà mai una separazione, con quanto accade nella vita!” Ma per me era il peggio del peggio. La mia vita che moriva.

Stare fermo, non fare: mica facile! Eppure qualcosa credo di aver imparato. Quel “Lasciare che sia!” mi ha lavorato. Ho scoperto realtà che teoricamente sapevo, ma non vivevo, non immaginavo tali. Molto distanti dal mio istinto, agli antipodi.
Ho imparato ad essere il contrario di me.

In questi anni di dolore, di situazioni al limite, in alcuni momenti estremamente difficili è parso che una presenza vicina quasi sottovoce, impercettibile, mi sussurrasse “Let it be!”: lascia che sia!

Let it be. 1969, ultima canzone dei Beatles. La storia (Wikipedia) narra che Paul McCartney abbia perso la madre Mary da bambino, e gli sia apparsa in sogno, raccomandandogli: lascia che sia, let it be… Un testo incredibilmente bello e altrimenti leggibile: quel “Mother Mary” a me e forse a tanti sembrava altro.
(Per chi volesse conoscerla, consiglio una versione splendida su youtube.com: live del 2003, concerto a Mosca sulla piazza Rossa - chiave ricerca: Let it be Moscow).


Non ribellarti, non combattere come tuo solito. Lascia che sia. Come Maria sul Golgota. Non ha urlato, non si è messa di traverso coi carnefici, non ha maledetto. Ha lasciato che accadesse. Ma Lei tanto poteva solo in virtù del suo stare in Dio, in altra dimensione.

A volte pare non esista via d’uscita, il cuore stritolato.
Mi son trovato e mi trovo ancor oggi a permettere, in me e col Padre, che sia.
Let it be, continua sovente a sussurrarmi quella voce.

Mettere la propria esistenza, ogni volta, di nuovo, nelle mani di chi sa e vede e provvede. Le sole che possono. Non le mie mani, che poco possono pur avendo grandi velleità.

Maria. Ottobre, il suo mese.
Vivere la sua leggerezza. Posarsi nel vento e lasciarsi portare…

(foto mia, settembre 2006, Umbria)

domenica 2 ottobre 2011

Di Dio, il Paradiso

Sere fa mi ha chiamato un vecchio caro amico, allarmato: “Oh, è un mese che non pubblichi: tutto bene?”
Tutto bene, benissimo. Esco da un periodo intenso, ove era arduo trovare concentrazione per scrivere qui. Un periodo in cui ho terminato una lettera che da tempo avevo in animo, e un’altra ne ho avviata. Importanti entrambe, pur completamente differenti. E poi c’è stato il matrimonio di mia figlia! Un avvenimento che posso definire molto più bello dell’immaginabile. Loro belli e bravi, come sempre. Una cerimonia molto partecipata, grazie anche al celebrante. I canti che mi commuovono, specie quando si intona “Di Dio sei il Paradiso, Ave Maria”. Una meraviglia. Come pure tutti e tutto.

Ho pianto tanto, certo. Sempre mi accade quando sento nelle mie fibre il soprannaturale fine. Quando sento che Iddio è lì, presente, palpabile. Forse è la mia sensibilità esagerata, magari un poco folle.

A sera, al termine di tutto, son rientrato a casa, nella mia solitudine solita, tanto stanco che zoppicavo, con crampi acuti alle gambe e ai piedi. E non potevo non ringraziare il Padre per la giornata: tutto andato più che bene, la mia sposa sempre più bella. E il mio cuore sempre più eroso, evidente.

Il giorno dopo, ventesimo anniversario della partenza di papà per l’altra vita: ne ho già scritto. All’epoca, in un buio pressoché assoluto, mi fu di luce un amico “Ci sono momenti in cui il Cielo e la terra si toccano”. Si toccano quando si muore, e si passa in altra dimensione, in Cielo.
Mi rendo conto che questa operazione la compio tutti i giorni, anche, col mio vivere. Quando muoio e passo in altra dimensione. Muoio a me stesso e all’istante risorgo, passo a vivere altro. A cosa servirebbe la morte, altrimenti? Quella fisica, quella spirituale. Stessa funzione, su piani diversi.

Ho ancora il canto nel cuore. Di Dio sei il Paradiso. Ave. Maria.
Maria Paradiso di Dio nel suo morire a sé, e lasciare Iddio vivere. Posso esserlo io, chiunque. Il Paradiso di Dio.
È vero, perché quando incontro qualcuno che amo, e che ama e sta felice, io ne gioisco ancor più. Figurarsi il Creatore. Come pure è vero il contrario. Il dolore che vivi dell’infelicità di chi non ama, sta male, lontano.

Anni fa interrogai un anziano filosofo, grande esperto di divino, sul dolore di Dio. Mi suonava strano, quasi contraddizione. Lui mi confermò. Dio soffre, soffre nell’Abbandono del Figlio, soffre del dolore di ogni Suo figlio. Come il Padre del figliol prodigo: sale sulla torre tutti i giorni, nell’attesa del ritorno. Scruta l’orizzonte, vigile ad ogni movimento dell’orizzonte: sarà lui che finalmente torna?

“Ma dall’esilio ci libererà
l’ostinato mio amore.”

Trovo questo tardo Ungaretti perfetto nel calare in terra, tra un uomo e una donna, l’amore del Padre verso il figlio lontano.
L’esilio soprattutto, è vero: come non pensare all’esilio dal Paradiso terrestre? Uomo e donna uniti nel matrimonio cristiano, si diviene carne dell’altro. Quel plurale "ci salverà" dice tutto in breve: la salvezza è insieme, il disegno è unico! E si vive davvero un esilio se l’altro sta altrove. Se un pezzo di te è lontano, come in un tumore dell’anima, il suo male è anche il tuo, il suo dolore seppur ignoto ai più è tuo.

Poi stai nel presente, rispetti la sua libertà, ami altro e altri, sei tutto a tutti. E pur solo, monco, col disegno deturpato, sei comunque un risorto, se vivi in Dio.

(foto mia, Umbria 2009)

venerdì 26 agosto 2011

Ma chi te lo fa fare?

Da anni seguo da vicino il web e la sua evoluzione, pur qualche volta con fatica. L’età comincia a sentirsi, e pensare che ho vissuto in prima persona gli albori dell’informatica in Italia. Il mitico Olivetti P101, le schede perforate, l’IBM 1130. Conservo da parte l’Olivetti M24, primo pc di casa: un piccolo gioiello di appena un quarto di secolo che tecnologicamente è come un millennio.

Ricordo quando sul web si cominciò a parlare di blog, e si faticava a capire cosa potesse essere nella realtà, quale la sua utilità. Oggi, per seguire un invito di amici, mi ci ritrovo dentro in pieno, lo uso come un diario condiviso, il diario della mia vita da separato al cospetto di Dio, della mia sposa, della storia.

Di recente mi è stato chiesto brutalmente: “Ma chi te lo fa fare? Sei matto? Mettere in piazza, sul web, cose talmente personali!”

Certo, è una situazione quasi da Grande Fratello. So bene di condividere con tanti, che conosco ma anche ignoti, ai quattro angoli della terra, cose che certo non direi a voce ovunque. E' il web, fai cose impensabili.
E ho tante buone motivazioni per stare qui a scrivere.

Potrei dire, per cominciare ridendoci su, ma neanche poi tanto, di uno slogan della contestazione giovanile (era il '68 o il '77? ahh, la vecchiaia!): "Il personale è pubblico". Ma non è questo.
La spinta vera mi suona dentro lontana nel tempo, dal Vangelo della mia infanzia: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date!” e la sua logica conseguenza, in questo caso: “Scrivere è credere all’Amore”.
Ma c’è dell’altro. È Ignazio Silone, in “Ed egli si nascose”, edito da Città Nuova: “Quando uno è passato per l’inferno e torna tra i vivi, ha il dovere assoluto di raccontare quello che sa”. Parla della sua vita, ma anche di me.

Sono stato molto lontano, “agli ultimi confini della terra”, che non è la Patagonia ma è la terra di nessuno ove Dio pare impossibile, ove si sopravvive adattandosi, inventandosi e quasi drogandosi di tutto. Quando neanche tu sai più chi sei, e perdi la cognizione di te, delle cose, il senso del vivere, la meta. Si può vagare così per anni, decenni, la vita. Errabondo, nel Sinai deserto, assetato, tra idoli e miraggi.

Ho la sensazione di aver fatto il giro della terra, aver visto o vissuto quanto esiste di bene e di male. Son poi tornato al punto di partenza.
Un viaggio inutile, superfluo? Verrebbe da dire di sì.
Ma ho imparato a vivere il presente, senza guardarmi indietro. Senza rimpianti, crucci, tristezze. Mi dicono che Dio mi ama così come sono. Con i miei limiti, i miei errori. Deve essere proprio vero.
Certo, un viaggio straziante, immane. Lo definisco i “miei venti anni e oltre di deserto” un po’ rifacendomi ai quaranta del popolo eletto nel Sinai. Ma è la storia dell’uomo, dell’umanità di sempre.

Viaggio non inutile, non superfluo. Generatore di vita. Ma dipende solo da me, dal mio vivere il presente. Se ne faccio tesoro sono on-line col Creatore. Se rinnego, sono in loop, ho davvero sprecato la vita.

Scrivo, mi metto continuamente in gioco qui, dinanzi al mondo intero, perché so di quanto si possa stare male lontani da sé, dal disegno di Dio, dall’Amore. Son qui per chi è lontano dalla propria vita: posso testimoniare che farcela è possibile. Occorre tanto sangue ed onestà intellettuale infinita.

Alcuni lettori mi scrivono: poesia pura, mi hai commosso, grazie.
Se pure fosse una sola persona a leggermi, con cui nasce sintonia, a cui comunico il lavoro di Dio, i piani, le scoperte, le bellezze, quello che Dio fa da queste parti… beh, già sarebbe ben speso il tempo del mio scrivere.
Che poi è un infinito rimettere la palla al centro, una Grazia che stimola il divenire.

(foto mia, Umbria 2011)

domenica 14 agosto 2011

Il pulmino a nove posti

Sabato sera, quasi ferragosto. Sono in terrazzo a scrivere, è fresco, ho indossato una vecchissima maglia. Qui da me d’estate è una meraviglia, pur essendo in una regione che soffre molto il caldo. Ho cenato con carne di pecora, come si usa in Abruzzo in questi giorni. Ovviamente in solitudine.

Sono stato fuori casa otto giorni, una vacanza un pò particolare sulle Dolomiti. Viaggiato con un pulmino a nove posti, in compagnia di tanti giovanissimi. Nostalgia nel tornare sulle montagne ove nacque il mio matrimonio, in luoghi particolarmente belli. Solo, non come sognavo tornarci dopo ben trentadue anni. Poi quando tocca a me guidare, mi rendo conto che non ho qui la mia famiglia naturale, ma ho tutti questi ragazzi. Non avendo famiglia, le ho tutte. Mi sento la responsabilità delle loro vite. “Donna, ecco tuo figlio”. I miei figli, moltiplicati.

Giorni belli, famiglia grande. Vecchi amici e nuovissimi. Legami che si rinsaldano. Famiglie unite, figli. Nostalgia dei tuoi, della carne della tua carne. Siamo alle Tre cime di Lavaredo, uno dei posti più celebrati della terra. Ho il cuore sventrato, ma certo non si vede, vivo pienamente il presente. Non posso non scrivere un sms: “I wish you were here”. Alla mia sposa, ai miei figli, alle new entry nella nostra bella martoriata famiglia.

In questi giorni poi è accaduto un fatto inverosimile. Mi accorgo di stare senza fede al mignolo, l’anello di matrimonio col nome della mia sposa inciso, di cui avevo già scritto in gennaio, qui sul blog. Sparito, perso chissà come, nell'arco di un'ora. Ci tenevo, era la cosa che in questo momento diceva al meglio del mio vivere. Un segno esterno della fedeltà. Cosa significa? Barcollo. Fare come niente fosse? Sono esterrefatto ancor oggi, cerco di interpretare il segno, non capisco.

E qualcuno coglie al volo l’occasione per ripetermi ancora di voltare pagina: il destino! Certo, non vorrebbero il mio dolore, ma manco io lo vorrei, non sono masochista. Mi ero coniugato per invecchiare insieme, nella gioia e nel dolore. Quando uno si sposa mette la sua vita nelle mani di una persona in fondo sconosciuta, a scatola chiusa.
Tempo fa sono stato affettuosamente invitato a pensare al mio futuro: “Paolo, invecchiare da soli non è bello”. Lo so, dormo solo da 8 anni. Ma andrebbe detto alla mia sposa, non dipende da me.

Nel partire tanti piangono, specie giovani. Abbracci, impegni, promesse.
Il rientro a casa è doloroso per tutti, ma per qualcuno forse di più. Dopo tanta famiglia, fratelli e sorelle, si rientra nella solitudine profonda. Stavolta mi è drammatico più del solito, un buio nuovo, confusione.

Oggi come una luce, finalmente. Era lì da un po’, ma non riuscivo a entrarci dentro: “Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove”. (2 Cor. 5,17).
Cosa sarà del mio matrimonio? La risposta è qui: si aprono nuovi scenari, devo uscire dai miei vecchi usati schemi.

Tempo fa raccomandai a dei fidanzati di volare alto: la vita, il matrimonio. Guai a entrare in stallo, e scendere di quota: si precipita. Dio offre di volare alto sempre, come nei momenti più belli dell’innamoramento iniziale, quando tutto implode dentro.

“Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così” (2 Cor. 5,16).
Altre dimensioni, altro vivere mi attende.

(foto mia, Umbria 2006)

martedì 19 luglio 2011

Piccolo antico mondo

Sono stato tre giorni al mio paese natio. Sono andato con le nuove generazioni, il mio nipotino e i suoi genitori. Una esperienza nuova, bella. Non ho guidato, finalmente non ero solo in macchina. Ho dormito nel letto, nella stanza ove sono nato, come accade da quando i miei son partiti. Finalmente la casa viva, proiettati in avanti: una sensazione di rinascita. La vita avanza, e tutto a causa di questa creatura.

L’ultima mattina ero presto in piedi, non potevo far rumore e svegliare il piccolo. Dopo il caffè sono uscito in silenzio, sulla piazza davanti casa, le panchine erano in ombra. Odore di tigli, ancora: qui la natura esplode tardi, siamo ad ottocento metri tra le montagne d’Abruzzo. Ho con me il cellulare, sto collegato col mondo in tempo reale e ne approfitto per fare meditazione on line. Mi affascina la tecnologia che avanza e magari è utile all’uomo. Poi mi metto a registrare questi pensieri che elaborerò a casa in parole scritte.

Questa piazza che oggi ha un bel giardino al centro, illuminata con gusto di notte, un tempo era al limitare dell’abitato, c’era l’aia. Mio nonno costruì qui, con e per i suoi quattro figli maschi: grandi mura “a sacco”, con cemento e tante pietre provenienti da loro terre.
Qui sull’aia avveniva la trebbiatura, c’erano stalle, ricordo la battitura dei ceci con due bastoni legati da una catenella, poi il grande setaccio. Il vento alzava polvere e pula assieme.

In questi giorni ho fatto piccole manutenzioni che non facevo da anni. Con una sensazione di declino, morte, in cose cui papà aveva dedicato la sua vita: ora abbandonate, che vedo lentamente morire. Allo stesso tempo, coi giovani in casa, sento vita che avanza, specie col piccolo splendido: io sto in mezzo tra passato e futuro, anello di giunzione.

Ho incontrato persone oramai anziane che mi hanno visto bambino, son sempre lì sull’uscio. Sapevano che ero nonno. Grandi feste al bimbo. È Il paese. Da tanti anni mi vedono di rado, sempre solo, ma nessuna chiede, forse immaginano. O forse sanno tutto, magari distorto. Il paese, anche in questo.
Questo piccolo antico mondo, ove tutto pare fermo, ove tutto nasce qui e qui si risolve, si invecchia insieme, vicini. Come i padri, come sempre. Una famiglia allargata, nel bene e nel male.

Mi sento in qualche modo in queste realtà, pur vivendo in altre dinamiche. Con figli proiettati in avanti, specie il maschio che ha scelto di lavorare oltre la terra, altre galassie addirittura. Ho dovuto scrivermi e imparare a memoria il suo campo di ricerca. Ma senza aver capito cosa sia, ovviamente.

I miei giovani ancora dormono, e io continuo qui a dettare, meditare, al fresco del mattino. Passa una mamma che spinge un passeggino. Mi saluta: buongiorno. Non so chi sia, forse l’ho vista bambina. Lei certo in me vede un forestiero, saluta per prima. È abruzzese.

Poi più tardi, a fine mattina, con mia figlia passiamo al cimitero a salutare i nostri avi, è caldo tanto, lei mi prende sottobraccio e mi dice: “Eh papà, pensa, tu in un cimitero, mamma in un altro…” e io: “Chissà, figlia mia!”.
Sono anni che ci penso, a questo piccolo particolare della sepoltura “separata”. Ma non ci credo. Come non credo a questa vita separata che pur vivo, viviamo.
Il filo d’oro che ci lega è vivo più che mai. Dipende da me, come sempre.

(foto mia, estate 2011)

giovedì 14 luglio 2011

I miracoli

Estate ormai esplosa, tanti in vacanza.
Iniziano già i rientri, e da quasi tutti sento lamentare della brevità delle ferie, del “trauma” al rientro nel riprendere la vita solita.
Dopo un periodo di bella vacanza, magari nel posto più ambito della terra, rientri nella tua realtà quotidiana e ti viene l'avvilimento. D'altronde non si può vivere di vacanza ininterrotta e se anche lo fosse terminerebbe il concetto stesso di vacanza, con la sua magia. E si entrerebbe in altro tran tran, magari dorato ma alla fine annoiante.

La realtà vera è che nulla nel tempo dura. Le estati, le vacanze, le gioie terrene si consumano ineluttabilmente.

Naturalmente la vacanza serve, è fondamentale staccare e donarsi un periodo di riposo. E il mio pensiero va alle tante persone che conosco e che non staccano mai, il più delle volte per cause economiche. A loro dedico queste poche righe, con affetto ed empatia grande. So bene cosa significhi il bisogno di vacanza, di un sano riposo.
Quest'anno per una settimana tornerò alle mie amate Dolomiti, dopo trentadue anni di assenza. Sognavo di tornarci in altre condizioni, ma questo è il vivere di oggi e bisogna andare sino in fondo, sempre.

Nei giorni scorsi un amico, a Roma, ha avuto casa svaligiata. Ovvero la cassaforte aperta, con ori della moglie, orologi di valore. Un danno grande e lui ne risente drammaticamente, vive prostrato.
Ieri sera un’amica mi raccontava del furto dei suoi pochi ori subito tanti anni or sono. Dopo la prima iniziale reazione, ne ha ringraziato Iddio. Dice che tanto era roba che non le serviva, è stata una lezione di vita.

Anni fa, discorrendo con uno studioso, lamentavo il silenzio di Dio alle mie accorate richieste di miracolo. Tutto andava male, e mi sembrava impossibile venirne fuori. Lui mi spiazzò con una sentenza senza appello: “I miracoli bisogna farseli da soli”.

Dopo tanto ho compreso e vissuto la lezione.
D'altronde l'uomo è ciò che vive: dentro e non nei paraggi di sé. Chi sei, in definitiva, oltre gli avvenimenti belli e brutti che ti circondano. Anche se certo l'ambiente esterno è importante.
Ma la verità è che si può essere felici in un carcere, in un letto di ospedale e tremendamente infelici alle Seychelles.

La sola cosa che può durare nel tempo è il paradiso che generi, che vive dentro di te.
Un paradiso vero: che non teme ladri, che nessuno e niente può sconvolgere.

(foto mia, Umbria 2009)