Era quaranta anni fa, all’alba di uno dei primi giorni d’autunno.
Arrivai nel profondo nord col cuore proteso fuori, ben disposto. Pur dopo una notte in bianco in un allucinante viaggio in treno. Al bar della stazione bevevano bicchieri di vino bianco e grappa, io sconcertato bevvi il primo cappuccino in terra di confine.
Mi attendevano tredici mesi di servizio militare.
Quella mia partenza era stata a lungo discussa, coi miei amici. Avrei voluto essere obiettore, ma all’epoca era complicatissimo. Sprecavo un anno abbondante di vita per fare cose che mi apparivano scemenze, specie a quei vent’anni. Poi invece, insieme, venne fuori che si “doveva” andare. Si doveva, come tutti, cittadini soggetti alle leggi dello stato.
Partii col cuore leggerissimo e onestamente debbo dire di avere vissuto una esperienza in-raccontabile e forse pure incomprensibile.
Perché lì mi fu chiaro, chiarissimo, quanto contano nella vita i rapporti. I rapporti tra le persone. Le persone, che sono prima di qualunque cosa. E quindi la donazione, eventuale, con il cuore “oltre”.
Militare in una caserma che poi venne abbattuta nel post terremoto dell’anno dopo. Ma la cosa particolare era che lì vicino, in città, c’era gente che viveva come me. Abbiamo insieme vissuto qualche mese in forte simbiosi, specie con qualcuno di loro. Poi, a pochi chilometri dalla mia caserma era militare un altro nostro "consimile", che aveva il padre ministro nel governo dell’epoca. Quando non ci muovevamo insieme per la città, avevo la sua macchina a disposizione, un Dyane 4 che si accendeva con uno stratagemma, manco servivano le chiavi. Con questo miracolo a quattro ruote andavo in città quando serviva, costruivo con questi amici il mondo nuovo in cui credevamo fermamente e forse pure in modo puerile. Ma fu cosa seria, molto seria.
Era la nostra vita che metteva solide radici (“le radici sono importanti!”).
Ero il solo della mia caserma che non sognava il trasferimento vicino casa.
Un giorno, alla fila per il pranzo, mi cercarono, convocato d’urgenza al comando di Compagnia. Incredibile: ventiquattrore dopo dovevo essere a Roma. E chi lo aveva chiesto mai? Il capitano addirittura mi chiese se potevo in qualche modo far trasferire pure lui…
Dovetti lasciare un mondo in crescita, rapporti che promettevano, una terra e gente bellissime: si apriva un nuovo capitolo della vita.
Qualche anno dopo, era appena nato il mio primogenito, ad una scuola un po’ speciale ritrovai l'amico con cui avevo allora più costruito. Eravamo un bel gruppo, furono quindici giorni di vita convissuta ai massimi livelli. Massimi davvero.
Poi anni lontani, io feci il giro del mondo. Dovevo farlo.
Adesso, in epoca recente, per varie comunanze, ho conosciuto la moglie. Lei è ora la mia “caporedattrice invisibile”, che legge in anteprima quanto scrivo qui e mi rilascia il primo nihil obstat. Un passaggio importante, questo riscontro con una persona appassionata ed esperta di buone lettere. Col cuore e con la mente presenti, “sul pezzo”.
Sono insieme venuti al mio sessantesimo compleanno, erano i più lontani.
All’ultimo post lei ha commentato “finalmente ho letto... Tiene il filo... parte lontano (dal Giappone...) e arriva all'essenza... ma tiene... Al di là della forma, alla quale sono ormai abituata: virgole, non virgole... subordinate che iniziano dopo un punto... ma questo è il tuo stile ed ha finito per piacermi!”
Dopo il post mi ha scritto pure lui: “ciao Paolino. Solo 2 pensieri-titoli che mi frullano leggendo le tue righe.
Una seria, l'altra forse un po’ meno...
1) Oggi nel commento al Vangelo (la donna che perdeva sangue...) il celebrante diceva che il "miracolo" non è Gesù che la guarisce nella salute, ma la donna che, per un DONO di DIO, pur nel BUIO, nella PROVA, CREDE all'Amore. Oggi a messa sentendo questa affermazione sentivo Gesù mi parlava dentro e... mi sono commosso in lacrime.
2) Ma com'è possibile che a qualcuno possa piacere La grande bellezza??? Aiutami a capire. cmq ti abbraccio da fratello.”
Non faccio il critico cinematografico. Forse La grande bellezza mi piace perché tanto mi ci trovo dentro. Mi piacerebbe averlo fatto io (anche se qualcosa lo avrei fatto diverso)!
Mi tocca nel profondo, come tanti anni fa accadde con Palombella rossa (un film che piace a pochissimi, pur essendo - per me, ovvio - un capolavoro). Come La tigre e la neve, in epoca più recente.
La grande bellezza: la cercavamo pure noi. Ma non nella Roma caput mundi del film… io la trovai in una squallida caserma, e oggi, direi quasi, qui in questo solitario eremo.
La grande bellezza è pure in questa storia nostra, al limite del credibile.
La grande bellezza è dentro di noi, amico mio, fratello.
E poi lo sai meglio di me, no?
(foto mia, Umbria - estate 2015)
PS: Questo post, con questo titolo, meritava una foto apposita.
Ho pensato ai girasoli che qui da me, proprio ora, sono nel massimo fulgore, poi appassiscono.
Dato che la luce è importante (come le radici!), sabato mattina ho messo la sveglia come andassi al lavoro. Una levataccia per fermare in fotografia la breve storia di bellezza dei girasoli.
(La risoluzione permette, volendo, di utilizzarla come sfondo per desktop. La foto è scaricabile: click con tasto destro sulla foto e poi “salva immagine con nome”).
mercoledì 8 luglio 2015
domenica 28 giugno 2015
Le radici
L’estate è qui.
Ho dovuto prenderne atto ed occuparmi, molto, anche della terra, dello spazio che ho attorno e che necessitava urgenti attenzioni. Poi tante altre vicissitudini. Con una sensazione di stanchezza diffusa, che comunque riscontro in tanti. Forse serve una bella vacanza!?
Qualcuno mi ha fatto presente che sono un desaparecido, qui sul web. Vero. Le fasi della vita non sono mai uguali, ma già lo sapevo. In questo periodo ho anche scritto tanto, forse troppo, senza mai concludere. Una sorta di blocco, molto sereno.
Nel settembre scorso sono andato in Giappone a trovare mio figlio e la sua sposa. Tante ore di viaggio: tra un sonnellino, leggere e scrivere ascoltando musiche sconosciute, c’era tempo pure per vedere qualche film. Volavo con Alitalia, e quindi c’era una scelta ampia di film in italiano. Ho scovato un film di cui avevo vagamente sentito qualcosa. E aveva pure preso l’Oscar: La grande bellezza. Un film che mi ha affascinato e coinvolto sin dall’inizio, tanto che me lo son rivisto pure al ritorno. Poi tutte le notizie possibili anche su youtube. Finché una sera, che ero alla ricerca di qualche cartoon per i nipoti, l’ho trovato in DVD ad un prezzo allettante. E quindi l’ho visto e rivisto, nella sua magia che trascende persino alcune parti onestamente per me malfatte, come l’episodio della “santa”.
Ma alla fine ben venga pure questa forzata vicenda, se permette di esplicitare il filo che tutto lega - questo è quanto ci leggo io, col mio vissuto - nel proclamare: “le radici sono importanti”!
Non mangio e presumo non mangerò radici, nemmeno ne farò infusi, come dice quella specie di cardinale in Rolls Royce.
Ma le radici sono davvero fondamentali, e me ne sono accorto nei venti anni di duro deserto interiore quando le radici esistenziali parevano, anzi erano, proprio dissolte. Poi, in un momento culmine di dolore, la ricerca delle radici è sfociata nel ricostruire dentro di me il Credo. Ricostruire davvero, parola dopo parola, nelle prime notti solitarie dopo anni di matrimonio. Lo avevo dentro, sperso in qualche parte irraggiungibile all’apparenza, sopravvissuto a una ventina di anni di lontananza.
Ma le radici ci stavano. E una parola dopo l’altra, in una notte insonne dopo l’altra, sono giunto alfine a poter dire il mio Credo interamente e con grande gioia. Che assumeva un significato davvero nuovo, nel contesto impensabile del momento.
Credo. Credo in questo Dio della Chiesa di Roma, nonostante - anzi: proprio! - per quello che sta avvenendo, per il sangue immane in cui vivo (e non potevo immaginare che si sarebbe centuplicato). Un'alba imprevista e nuova, finalmente!
In questo periodo ho trovato anche tanti nuovi amici. Uno di loro mi ha poi scovato qui sul blog, e mi ha scritto: “Ciao Paolo, mi sta passando il forte risentimento verso mia moglie!!!! IO SONO CATTOLICO APOSTOLICO ROMANO. Così, con questa convinzione sono tornato da Roma. E nel mio percorso “arduo” ho comprato un libro del catechismo e fatto un download del catechismo di Pio XI. Proprio stamattina pensavo che abbiamo la medesima idea del sacramento del matrimonio. INDISSOLUBILE!!!”
Un caro amico, che non vedo da una vita - circa trenta anni, di recente mi scriveva della sua salute. Un tempo faceva il presentatore in importanti convention, oggi fa il malato. Ma, mi dice, sempre Dio è.
Un amico con problemi di lavoro ed una famiglia numerosa e monoreddito cui pensare, mi confida che ha dovuto ri-centrare la sua vita solo in Dio, mollando tutte le "cose da fare", pure sante e buone.
Domenica scorsa, al mattino presto, ero ancora in dormiveglia, squilla il telefono e whatshapp mi consegna un pensiero di Igino Giordani, che arriva proprio preciso: "Cristo venne per darci una vita e una vita più abbondante. E ci diede i mezzi per conseguirla: mezzi che si riducono ad un fatto solo: AMARE. Ami ed hai la vita. Ami di più ed hai una vita più abbondante."
(foto mia - Umbria 2015)
Ho dovuto prenderne atto ed occuparmi, molto, anche della terra, dello spazio che ho attorno e che necessitava urgenti attenzioni. Poi tante altre vicissitudini. Con una sensazione di stanchezza diffusa, che comunque riscontro in tanti. Forse serve una bella vacanza!?
Qualcuno mi ha fatto presente che sono un desaparecido, qui sul web. Vero. Le fasi della vita non sono mai uguali, ma già lo sapevo. In questo periodo ho anche scritto tanto, forse troppo, senza mai concludere. Una sorta di blocco, molto sereno.
Nel settembre scorso sono andato in Giappone a trovare mio figlio e la sua sposa. Tante ore di viaggio: tra un sonnellino, leggere e scrivere ascoltando musiche sconosciute, c’era tempo pure per vedere qualche film. Volavo con Alitalia, e quindi c’era una scelta ampia di film in italiano. Ho scovato un film di cui avevo vagamente sentito qualcosa. E aveva pure preso l’Oscar: La grande bellezza. Un film che mi ha affascinato e coinvolto sin dall’inizio, tanto che me lo son rivisto pure al ritorno. Poi tutte le notizie possibili anche su youtube. Finché una sera, che ero alla ricerca di qualche cartoon per i nipoti, l’ho trovato in DVD ad un prezzo allettante. E quindi l’ho visto e rivisto, nella sua magia che trascende persino alcune parti onestamente per me malfatte, come l’episodio della “santa”.
Ma alla fine ben venga pure questa forzata vicenda, se permette di esplicitare il filo che tutto lega - questo è quanto ci leggo io, col mio vissuto - nel proclamare: “le radici sono importanti”!
Non mangio e presumo non mangerò radici, nemmeno ne farò infusi, come dice quella specie di cardinale in Rolls Royce.
Ma le radici sono davvero fondamentali, e me ne sono accorto nei venti anni di duro deserto interiore quando le radici esistenziali parevano, anzi erano, proprio dissolte. Poi, in un momento culmine di dolore, la ricerca delle radici è sfociata nel ricostruire dentro di me il Credo. Ricostruire davvero, parola dopo parola, nelle prime notti solitarie dopo anni di matrimonio. Lo avevo dentro, sperso in qualche parte irraggiungibile all’apparenza, sopravvissuto a una ventina di anni di lontananza.
Ma le radici ci stavano. E una parola dopo l’altra, in una notte insonne dopo l’altra, sono giunto alfine a poter dire il mio Credo interamente e con grande gioia. Che assumeva un significato davvero nuovo, nel contesto impensabile del momento.
Credo. Credo in questo Dio della Chiesa di Roma, nonostante - anzi: proprio! - per quello che sta avvenendo, per il sangue immane in cui vivo (e non potevo immaginare che si sarebbe centuplicato). Un'alba imprevista e nuova, finalmente!
In questo periodo ho trovato anche tanti nuovi amici. Uno di loro mi ha poi scovato qui sul blog, e mi ha scritto: “Ciao Paolo, mi sta passando il forte risentimento verso mia moglie!!!! IO SONO CATTOLICO APOSTOLICO ROMANO. Così, con questa convinzione sono tornato da Roma. E nel mio percorso “arduo” ho comprato un libro del catechismo e fatto un download del catechismo di Pio XI. Proprio stamattina pensavo che abbiamo la medesima idea del sacramento del matrimonio. INDISSOLUBILE!!!”
Un caro amico, che non vedo da una vita - circa trenta anni, di recente mi scriveva della sua salute. Un tempo faceva il presentatore in importanti convention, oggi fa il malato. Ma, mi dice, sempre Dio è.
Un amico con problemi di lavoro ed una famiglia numerosa e monoreddito cui pensare, mi confida che ha dovuto ri-centrare la sua vita solo in Dio, mollando tutte le "cose da fare", pure sante e buone.
Domenica scorsa, al mattino presto, ero ancora in dormiveglia, squilla il telefono e whatshapp mi consegna un pensiero di Igino Giordani, che arriva proprio preciso: "Cristo venne per darci una vita e una vita più abbondante. E ci diede i mezzi per conseguirla: mezzi che si riducono ad un fatto solo: AMARE. Ami ed hai la vita. Ami di più ed hai una vita più abbondante."
(foto mia - Umbria 2015)
mercoledì 15 aprile 2015
L'essenziale è invisibile!
Prima domenica dopo Pasqua.
Il Vangelo ripropone il famoso episodio di Tommaso, l’incredulo. Uno fuori dal coro, mentre tutti credono. Ha sempre fatto una pessima figura, a mia memoria.
Un giovane frate ne parla all’omelia. Inquadra tutto da un altro punto di vista. Finalmente qualcosa di nuovo. E di incredibilmente attuale.
I discepoli sono nella paura, chiusi dentro quattro mura, tra di loro. Solo Tommaso manca: è uscito! Andava nel “mondo di fuori”… non aveva paura, stava oltre.
E quando torna, pragmatico, vuole toccare. E tocca il Figlio di Dio risorto. Tocca con mano.
Come non vedere la modernità in Tommaso, l’uomo del ventunesimo secolo? L’uomo che esce dalla sua terra e va, che deve poi toccare con mano e credere per sua esperienza diretta e non per sentito dire?
Mi ci trovo appieno, e ci vedo gente che ben conosco.
Scrivevo del più lungo inverno.
Un inverno più che altro interiore. Ma pienamente nella norma, direi. L'inverno che è una delle stagioni, dell'anno e dell'esistere. L'inverno che non è roba da poco, o da scartare, o da evitare. L’inverno che permette al seme di crescere e generare, al buio e all’umido, sotterrato, dimenticato, invisibile. E soprattutto: impensabile, incomprensibile. La stagione senza cui non esisterebbe la primavera, e poi la fioritura e poi la raccolta dei frutti.
Eh sì, il miracolo che ogni anno si ripete nella natura, incessante. Sotto gli occhi di tutti seppur invisibile. Sarei tentato di citare il Vangelo del chicco di grano. Ma non oso, non so. Però di certo l’inverno si sente, l’ho sentito molto quest’anno, specie in questa fine stagione. Una serie ininterrotta di mazzate in testa. Questo silenzio dello scrivere qui ne è testimonianza. Ma quando hai le energie altrove dedicate, non puoi fare altro che occuparti del vivere del momento presente. Tutte mazzate che riconducono, oggi ne tiro le somme, alla mia scelta di vivere nel mio matrimonio, ancora, e ancor più ogni giorno.
So bene che è poca cosa rispetto ai problemi che l’umanità oggi vive: la solitudine di un matrimonio e, mi si consenta, non solo del mio ma dei tanti - invisibili, impensabili - che nel mondo abbondano. Ma è la mia vita, la sola vita che ho, che posso e debbo vivere fino in fondo davanti a Dio. Nella prospettiva direi dell’eterno e non del contingente di oggi. Perché altrimenti sarebbe inevitabile cadere nel carpe diem. Cosa che ho già in qualche modo vissuto e mi ha lasciato decisamente, amaramente, insoddisfatto.
Non ricordo se ne ho già qui scritto, di certo ne ho parlato tante volte.
Il giorno del matrimonio era con noi un amico carissimo che stava in carrozzella da undici anni, a seguito di un incidente stradale. Guardando lui ebbi un pensiero d’allarme quasi: e se domani questa creatura che sto sposando ha un incidente pure lei? Sono in grado di rimanerle accanto, nel “per sempre” che, forse pure incoscientemente, sto promettendo, davanti a Dio e davanti agli uomini? Dissi il mio sì in una consapevolezza nuova.
Poi non ci sono state malattie, incidenti stradali, ma qualcosa forse di molto peggio - e lo dico con molto rispetto del dolore “fisico” di tanti, che un po’ conosco pure quello. Il peggio è la separazione, lo strazio di questo rapporto interrotto. Il sangue che sgorga dal “un solo corpo” sventrato, dalla solitudine del cuore, dal tempo che inesorabile scorre mentre non esiste “reciprocità” coniugale.
Ma vorrei dire: e se la mia sposa avesse un tumore, potrei abbandonarla? Se stesse in carrozzella, fuggirei altrove?
Sono stato recentemente redarguito - presumo a causa di un equivoco - perché, mi si rimprovera, Dio non vuole il dolore. Beh, è evidente, lo so molto bene. E certo ne farei volentieri a meno. Dio è amore: non è una novità, la prima lettera di Giovanni lo proclamava chiaro già venti secoli or sono. Il Dio cristiano è Trino, solo amore in circolo, reciprocità. E il dolore nasce sempre fuori dalla “volontà di Dio”. Nasce sempre dagli errori umani, che in cattiva, e persino in buona fede, generano e propagano sangue. Ne so qualcosa, sia in termini attivi che passivi. E so di parlare relativo: la mia esperienza. Ma come non dire della forza generatrice del dolore, della forza redentrice del sangue? Certo, dipende da come si vive, dipende dal vissuto di ciascuno, i fattori in ballo sono tanti e non si può assolutizzare. Nemmeno Dio lo fa. E la parabola dei talenti pare dirlo a chiare lettere.
Però esiste un mondo che è oltre il tangibile, come direbbe il Piccolo Principe: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. Come la vita del seme sottoterra, al buio, sconosciuto, silente, dimenticato...
(foto mia - Umbria 2011)
sabato 21 febbraio 2015
Il più freddo inverno
Capita di ripensare ai tanti miracoli vissuti, specie nei primi tempi, qui nell’eremo, nella nuova vita da solo.
Ho incredibilmente ricordi vaghi e stavo davvero come uno cui è appena passato sopra un carro armato. Non so proprio come ho potuto vivere quegli anni. E forse nemmeno si può capire. Espropriato di tutto il vissuto, anche la casa andava tutta inventata, dai bicchieri ai mobili, tutto. Avevo qualcosa di biancheria di mia madre, e pure qualcosa delle nonne (lenzuola centenarie oramai!).
Mi giunse inizialmente il grande dono di un letto matrimoniale con tanto di materasso da Alfonso e Patrizia. A loro avanzava, ma forse no: era il modo per farmelo accettare.
Ma il dramma vero era il tetto, ci pioveva in parecchi punti e solo dopo due inverni ho potuto sistemarlo, quando finalmente è arrivato un ulteriore prestito, oltre il mutuo iniziale.
Una mattina d’inverno nel sottotetto, la mia camera da letto, il termometro segnava 4 gradi. Decisi di andare a dormire al piano sotto, era un poco meglio. Poi la notte mi svegliai che mi girava tutto, vomito. Dal cellulare non riuscivo a chiamare nessuno: non vedevo. Se mi alzavo cadevo.
Forse era giunto il mio momento. Prima o poi arriva, sempre. Certo qualcuno mi avrebbe cercato, prima o poi.
A Maria, sempre presente, dissi che tutto era nelle sue mani. Sereno, caddi nel sonno, ma poteva essere altro.
Poi all’alba quasi, presi conoscenza e con dolore riuscii ad alzarmi barcollante ma senza cadere. Chiamai diverse persone, ma solo un amico, dopo tanto, si svegliò. Venne a prendermi col suo fuoristrada e mi accompagnò in ospedale.
I medici al pronto soccorso parevano scettici, poi una dottoressa pensò di farmi camminare dritto e con gli occhi chiusi… e caddi. Ricovero immediato in Neurologia.
Mi venne a cercare il primario, cortesissimo:"signor Paolo, sembrerebbe un ictus, però dobbiamo fare altra indagine per avere conferma".
Su un immenso monitor guardai insieme a due medici tutto il mio cervello. Non era ictus.
Venni poi dimesso con una diagnosi col punto interrogativo, dato che nulla si capiva chiaramente. Presunto problema al sistema auricolare. Forse pure il freddo aveva la sua parte. Ma forse pure lo stress.
Comunque tornai a casa il 24 dicembre. Si festeggiò Natale in qualche modo. Scrissi una lettera ai figli.
Questo inverno attuale è oggettivamente molto meno freddo dei passati, eppure vivo un freddo glaciale, più che mai. Forse la solitudine, forse gli anni. Certo, non sono fatto per vivere solo. Bambino e poi giovane trepidante, sognavo la fine della mia solitudine come in una grande liberazione, sino a quando a ventisette anni siamo divenuti due in uno.
La bellezza dell’insieme. La unicità, la profondità. Il cuore proteso oltre.
Poi il sangue, la solitudine vera. Il freddo reale.
Un solo disegno che si dispiega, nel tempo, nell’inimmaginabile, sino a questo scrivere.
Mi è giunta una mail, riguardo a Margherita C.: “…ti scrivo, ora, non per approfondire il tema del vangelo e dell'Amore come rivoluzione pacifica e colorata che può cambiare il mondo, probabilmente ciò tornerà così evidente in questi tempi bui, ma per ricambiare il dono che sempre porti, ovunque tu ti esprima, quasi un carisma personale che Dio ti ha donato, ed è il dono di rivestire di carne umana l'Invisibile.
Alcuni anni fa, come fugge veloce il giorno! -, organizzasti un rendez vous con alcuni protagonisti di quegli anni, con alcune figure, per me ancora notevoli, di quell'avventura della mia adolescenza; evento cui fui anch'io invitato.
Ad un certo punto… per me fu un'improvvisa illuminazione, si aprirono le porte della percezione, in un istante compresi con tutto l'essere ciò che fino allora avevo assorbito senza averne una piena comprensione, oppure solo una comprensione mentale: la bellezza, l'intensità, la grandiosità per noi di quei nostri anni… concludo ringraziandoti per avermi ancora una volta riportato a quegli anni, a quell'atmosfera, a quel vissuto nei solchi del Vangelo; ma, soprattutto… di avermi ricordato quanto collettivamente abbiamo vissuto e costruito, creduto e sperato, dato e ricevuto amore fraterno, sperimentato per lunghi tratti un modo diverso di essere società, comunità, relazioni significative in movimento, persone amate e accolte sine qua non…
Non ci saranno fallimenti personali o collettivi che potranno rendere nullo l'autentico vissuto.
Ciao, Paolo. Il Signore ti sostenga nel martirio dell'amore. Fino ad oggi c'è riuscito! E sii memoria viva, ancora.”
(Foto mia, Umbria 2015)
mercoledì 4 febbraio 2015
Margherita C.
Correva l’Anno Domini 1970.
Nel pieno dei miei 16 anni.
La prima contestazione giovanile era ancora nell’aria, le istanze rivoluzionarie e il bisogno di cambiare il mondo erano cosa di tutti i giorni. Nelle scuole si scioperava per tutte le ragioni possibili (e pure impossibili).
Avevo vissuto un ’68 tutto mio, lo avevo molto radicato dentro. Ricordo le mie angustie agli omicidi di Martin Luther King e di Bob Kennedy. La giustizia sociale, ma soprattutto - e mai se ne parlava: l’amore come soluzione finale. Il Vangelo. È di quegli anni il mio leggerlo e rileggerlo, quasi a impararlo tutto. Poi ci stavano Giuseppe Ungaretti e Ignazio Silone. Non erano Vangelo nudo e crudo, ma tutto di loro sempre lì mi riconduceva.
Forse mi nacque allora, ma decisamente inconscio, quanto affermai tanti anni dopo ad una caro e sapiente amico durante una passeggiata nei boschi svizzeri: “Sento il bisogno di far incontrare, di far toccare Cielo e terra”. E lui: “Figlio mio, e a chi non piacerebbe?”
A sedici anni avevo già vissuto… tanto. E quello fu un anno proprio difficile.
Corsi anche il rischio di cambiare modalità di lotta, che tanto pareva impossibile cambiare pacificamente. La sola rivoluzione che alfine rischiava di apparire concretizzabile era quella cruenta. Ricordo che in casa litigavo con i miei vecchietti di continuo, tutte le occasioni erano buone. Eravamo mondi davvero lontani.
Nel mio palazzo abitava una anziana signora, Margherita C., classe 1900. Mai sposata, aveva affetto per me e mio fratello. A Natale avevamo sempre suoi regali. Un suo LP di Jimi Hendrix devo ancora averlo qui in giro… sarà inorridita nel comprarlo!?
Un giorno, incontrandomi, mi disse di una rivista cui era abbonata e che desiderava farmi leggere, poteva interessarmi. Si chiamava Città Nuova, ed era proprio strana, anomala. A me capitava di leggere altre riviste, credo Panorama, forse pure l’Espresso. Ma questo giornale era davvero particolare. Positivo, si parlava di vita vissuta, di Vangelo possibile e comunitario. Impossibile!? Io avevo oramai forti antipatie per i “cristiani della domenica”, e qui invece gente che parlava di Vangelo come le proprie tasche.
Ero sotto shock: questa la vita che sognavo, più leggevo e più ero affascinato. Attendevo trepidante che mi arrivasse la rivista. Certo avrei dovuto parlare con questa gente, ma la sola via era andare direttamente al giornale.
Erano altri tempi davvero, ed ero proprio giovane. Stavo titubante: vado, non vado, quando trovai una serie di indirizzi. Anche a Roma, anche nei miei paraggi (trenta minuti abbondanti a piedi).
Erano i primi di luglio, telefonai. Appuntamento il giorno dopo con un certo architetto. Mi presentai puntualissimo. Lui poi mi raccontò, e quanto ci abbiamo riso - è poi stato mio testimone di nozze, che vedendo alla porta un giovanetto pensò che capitava inopportuno, dato che aspettava il "signor Ricci" e non poteva dividersi!
Beh, chiarito il qui pro quo… ricordo solo che ci fu una specie di rapimento in Cielo.
Avevo trovato il Tutto, era lì la pietra filosofale, il fine di ogni mia ricerca di Verità. La Verità dei 16 anni, almeno quella dei miei tempi: una cosa seria.
Tornai a casa con una sensazione forte, e la ricordo molto nitida: se ne fossi stato capace avrei fatto capriole, ruote, piroette, salti mortali, invece che camminare... Ma li facevo comunque nel cuore festante.
Ai primi agosto ci stava un convegno di questa gente all’Aquila…. Era preciso per me! Mai mi avrebbero permesso di andare altrove, ma lì quasi giocavo in casa! Avevo qualche piccolo risparmio: ricordo che attraversai Roma, sino a viale Trastevere, e con diecimila lire acquistai una tendina canadese, quella più economica possibile. Mi attrezzai alla meglio e partii.
Ai bordi del campo sportivo dell’istituto Salesiano piazzai la mia tendina e vissi la settimana incredibile che cambiò il mondo, il mio mondo.
La prima svolta fu che in casa cessarono quasi di colpo i litigi. Evidente che dipendeva da me, tutto sempre dipende da me. Certo, le cause magari stavano sempre lì, ma era il mio vivere diverso che cambiava tutto.
Dopo ben 45 anni, questo mio ricordare di stasera nasce dall’esigenza, improvvisa ma ineluttabile, di ricordare Margherita C. Non so quando sia partita, oggi avrebbe 115 anni.
A lei giungano queste righe: le sono dedicate con gratitudine.
Ho con lei un debito grande, devo ringraziarla ancora. Ma certo riuscirò a farlo direttamente… è solo questione di tempo.
(Foto mia, da un dono recentemente avuto da persona a me sconosciuta - che ringrazio!)
lunedì 26 gennaio 2015
Latino America!
Qui nel mio eremo ha appena iniziato a risuonare la Messa da requiem di Luigi Maria Cherubini. E' la sensazione di oggi, di ora. E capita di avere bisogno di questa musica che contatta il Cielo e la terra senza posa.
Tornando dal lavoro mi son trovato commosso, manco vedevo più la strada, e meno male che aveva smesso di piovere. Tante lacrime, ma non amare, solo d’amore.
Mio figlio e la sua sposa sono a Fiumicino, in partenza per nuova avventura. Stavolta nel profondo sud America, a dodicimila km da qui. Ricordo che iniziò lo studio dello spagnolo - dopo l'inglese e il francese - al pensiero che era la lingua più parlata al mondo, e quindi non poteva non conoscerla… pare avesse tutto già segnato.
Loro sono contenti, seguono la loro strada. Non facile, anche se motivo di soddisfazioni profonde. Io tifo per loro, ma certo le distanze ci sono. Anche se loro le hanno in qualche modo accorciate, già col loro sposarsi.
Figli di questa epoca, diversa dalla mia… ah! cosa ne direbbe mio padre, che era altro mondo ancora! Penso alla dedica che stò figlio ha apposto sulla tesi di dottorato. Prima giustamente ci stava una dedica in cinese, poi altre in italiano e pure in francese: ai genitori, e poi, inaspettata, che poco li ha conosciuti: “Ai miei nonni, che sono sempre con me”. Credo sia profondamente vero, per quanto gli volevano bene.
Sono stati qui una cinquantina di giorni, pochi ma tantissimi rispetto allo zero. Di passaggio, dopo gli anni in Giappone. Abbiamo vissuto un Natale davvero diverso, anche se ancora qualche tassello pare mancare al Natale stereotipo (beh, non siamo proprio una famiglia alla Mulino Bianco!).
Ma devo dire che la famiglia è sempre più vera. Sarà che ci ho lavorato, sarà che li ho visti contenti, sarà che ieri sera c’è stata forte commozione al saluto dei nipotini che già quasi dormivano nei loro lettini.
Ridendo mi hanno rimproverato che li vizio! Ma come esimermi? Ho insegnato loro che esiste il Campari, e quindi il suo grandioso derivato Negroni. Ho cucinato quanto e come potevo, e mi è stato assegnato un virtuale e affettuoso "5 stelle Michelin". Siamo stati a fare turismo, col gelo e con la pioggia. Abbiamo insieme preparato ricette orientali e nostrane, giocato a carte sino al sonno, anche.
In questa fase natalizia avrei voluto “essere”, in calma, meditazione. La parte essenziale. Il silenzio. Quello necessario, che scandisce il tempo. Dice che un altro Natale passa, un altro anno sta andando. Il tempo che allontana ed avvicina. Il tempo che conduce alla Verità. Il tempo che è la sola cosa che l’uomo ancora pare non dominare.
Ma non è stato possibile “essere”, c’era da fare. C’era il dare, e quindi il “non essere”, per i figli.
Un anno raro, con tutti qui. Per la loro e anche per la mia beatitudine. Loro hanno bisogno di questa famiglia, seppur non integra. Ma pure io ho bisogno di loro, di amarli.
Bisogno di riaffermare che questa è una famiglia, vera, per quanto addolorata, sventrata.
Riaffermare che questa nostra è forse più famiglia delle altre.
Nasce al momento delle promesse, specie quelle che presto si dimenticano: nel dolore e nella malattia.
Cresce poi nel sangue, nella spaccatura si consolida.
Siamo in crescita, il fine è altrove. La vita non termina.
Ho conferma che gli ultimi confini della terra, seppur lontanissimi, sono oggi qui, da me, che tutto posso com-prendere e racchiudere ed amare.
Nelle lacrime non-amare… il filo che tutto lega, seppur poca cosa, è il mio cuore e il mio impegno.
Il cuore, come sempre.
(foto mia, Barcelona 2014)
Tornando dal lavoro mi son trovato commosso, manco vedevo più la strada, e meno male che aveva smesso di piovere. Tante lacrime, ma non amare, solo d’amore.
Mio figlio e la sua sposa sono a Fiumicino, in partenza per nuova avventura. Stavolta nel profondo sud America, a dodicimila km da qui. Ricordo che iniziò lo studio dello spagnolo - dopo l'inglese e il francese - al pensiero che era la lingua più parlata al mondo, e quindi non poteva non conoscerla… pare avesse tutto già segnato.
Loro sono contenti, seguono la loro strada. Non facile, anche se motivo di soddisfazioni profonde. Io tifo per loro, ma certo le distanze ci sono. Anche se loro le hanno in qualche modo accorciate, già col loro sposarsi.
Figli di questa epoca, diversa dalla mia… ah! cosa ne direbbe mio padre, che era altro mondo ancora! Penso alla dedica che stò figlio ha apposto sulla tesi di dottorato. Prima giustamente ci stava una dedica in cinese, poi altre in italiano e pure in francese: ai genitori, e poi, inaspettata, che poco li ha conosciuti: “Ai miei nonni, che sono sempre con me”. Credo sia profondamente vero, per quanto gli volevano bene.
Sono stati qui una cinquantina di giorni, pochi ma tantissimi rispetto allo zero. Di passaggio, dopo gli anni in Giappone. Abbiamo vissuto un Natale davvero diverso, anche se ancora qualche tassello pare mancare al Natale stereotipo (beh, non siamo proprio una famiglia alla Mulino Bianco!).
Ma devo dire che la famiglia è sempre più vera. Sarà che ci ho lavorato, sarà che li ho visti contenti, sarà che ieri sera c’è stata forte commozione al saluto dei nipotini che già quasi dormivano nei loro lettini.
Ridendo mi hanno rimproverato che li vizio! Ma come esimermi? Ho insegnato loro che esiste il Campari, e quindi il suo grandioso derivato Negroni. Ho cucinato quanto e come potevo, e mi è stato assegnato un virtuale e affettuoso "5 stelle Michelin". Siamo stati a fare turismo, col gelo e con la pioggia. Abbiamo insieme preparato ricette orientali e nostrane, giocato a carte sino al sonno, anche.
In questa fase natalizia avrei voluto “essere”, in calma, meditazione. La parte essenziale. Il silenzio. Quello necessario, che scandisce il tempo. Dice che un altro Natale passa, un altro anno sta andando. Il tempo che allontana ed avvicina. Il tempo che conduce alla Verità. Il tempo che è la sola cosa che l’uomo ancora pare non dominare.
Ma non è stato possibile “essere”, c’era da fare. C’era il dare, e quindi il “non essere”, per i figli.
Un anno raro, con tutti qui. Per la loro e anche per la mia beatitudine. Loro hanno bisogno di questa famiglia, seppur non integra. Ma pure io ho bisogno di loro, di amarli.
Bisogno di riaffermare che questa è una famiglia, vera, per quanto addolorata, sventrata.
Riaffermare che questa nostra è forse più famiglia delle altre.
Nasce al momento delle promesse, specie quelle che presto si dimenticano: nel dolore e nella malattia.
Cresce poi nel sangue, nella spaccatura si consolida.
Siamo in crescita, il fine è altrove. La vita non termina.
Ho conferma che gli ultimi confini della terra, seppur lontanissimi, sono oggi qui, da me, che tutto posso com-prendere e racchiudere ed amare.
Nelle lacrime non-amare… il filo che tutto lega, seppur poca cosa, è il mio cuore e il mio impegno.
Il cuore, come sempre.
(foto mia, Barcelona 2014)
sabato 10 gennaio 2015
Essere e non essere
Essere o non essere
Falso problema, quello di Amleto.
Da quando il figlio di Dio si è fatto uomo,
in una grotta, circondato da bestie e letame
e con la madre e il padre
che padre suo non era,
ma poi lo era più che chiunque altro
sulla terra, mai.
Essere o non essere,
falso problema.
Un Dio che è Dio ma non è Dio, è uomo,
che è Signore dell’eterno, e muore
e muore nel modo più ignobile immaginabile,
nel suo tempo.
Essere Dio ed essere non Dio
essere uomo ed essere non uomo.
E da allora
milioni di umani che hanno invece vissuto
essere e non essere.
Questa la Verità.
Essere uomo ed essere Dio
Essere mortale e vivere l’eterno, già in terra
Essere di carne, e vivere nello spirito
Essere tutto e non essere tutto
E quindi essere nulla
Essere nulla, ma essere tutto,
il tutto di Dio
e poi, pure, essere sposato, e non esserlo.
Essere tutto e il suo contrario
Essere nulla e il suo contrario
Essere peccato ed essere redenzione
Essere morte ed essere vita
e via dicendo, tutto l’umano scibile.
Essere e non essere,
questo il dilemma,
questa la Verità…
(foto mia, Firenze 1978)
Falso problema, quello di Amleto.
Da quando il figlio di Dio si è fatto uomo,
in una grotta, circondato da bestie e letame
e con la madre e il padre
che padre suo non era,
ma poi lo era più che chiunque altro
sulla terra, mai.
Essere o non essere,
falso problema.
Un Dio che è Dio ma non è Dio, è uomo,
che è Signore dell’eterno, e muore
e muore nel modo più ignobile immaginabile,
nel suo tempo.
Essere Dio ed essere non Dio
essere uomo ed essere non uomo.
E da allora
milioni di umani che hanno invece vissuto
essere e non essere.
Questa la Verità.
Essere uomo ed essere Dio
Essere mortale e vivere l’eterno, già in terra
Essere di carne, e vivere nello spirito
Essere tutto e non essere tutto
E quindi essere nulla
Essere nulla, ma essere tutto,
il tutto di Dio
e poi, pure, essere sposato, e non esserlo.
Essere tutto e il suo contrario
Essere nulla e il suo contrario
Essere peccato ed essere redenzione
Essere morte ed essere vita
e via dicendo, tutto l’umano scibile.
Essere e non essere,
questo il dilemma,
questa la Verità…
(foto mia, Firenze 1978)
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