giovedì 31 luglio 2014

Santa Maria di Collemaggio

Sono a fare insolite vacanze.
Mancavo da tanti anni, qui, solo, nella casa che mi ha visto nascere.
Dopo la partenza di mamma, e oramai son quasi venti anni, le vicissitudini coniugali sempre più intrecciate, i figli che crescono e giustamente guardano altrove, mai era accaduto. Tante volte, ma sempre di corsa o comunque con i ragazzi.
Invece ora, quasi spinto da un bisogno inconsapevole, son qui, per tanti giorni e solo. Un nuovo equilibrio, ancora, urge.
Le motivazioni ci sono, e valide: questa casa necessita di una infinità di lavori di manutenzione “ordinaria” che sono sempre in arretrato.
In parecchi mi hanno dato del matto, che stavo qui solo e per tanto tempo. E poi già vivo tutto l’anno in campagna, nel mio eremo, nel mio consueto “silenzio e solitudine”!

Ma venire qui è stato affrontare ancor più l’ignoto, nel fondo, ritrovare le radici estreme. Qui il silenzio - specie notturno - è assoluto davvero, e sono dentro un paese. Il cielo è stracolmo di stelle ancor più, si toccano. Le mura sanno di mio padre, tutto sa di lui, come di mamma la cucina.
Il tempo si è fermato, e so che, quando sarà, debbo lasciare ai miei figli situazioni non ingarbugliate. Ci debbo lavorare, sto molto indietro.

Ho con me tanta musica lirica, alcuni film di Bergman, diversi libri. Tra questi un Montalbano terminato rapidamente, ed uno regalatomi dai miei amici Anna Maria e Berardo ai sessantanni dicendomi “In questa nuova stagione solo il presente ha valore, ed in ogni presente rimane solo quanto siamo capaci d’amare!”.

È un libro che solo ora apro e, guarda caso, parla proprio di me, oggi. Enzo Bianchi, dal suo monastero di Bose, dal suo eremo sempre così affollato, che invita a guardare “dentro”!
Ma era proprio quello che mi spingeva, evidente, ed era ciò che sentivo, vago forse, già scrivendo il precedente post.
In questa fase della vita, in cui sempre più vado dentro, mi trovo poi a proiettare fuori tanto, ovvero anche a scrivere, a proposito e forse pure eccessivo a volte, ma che comunque e sempre nasce dal bisogno di Verità.
Pare un disegno che si dispiega. Si farebbe prima a parlare, preferirei di molto. Ma con chi? La mia interfaccia naturale, la parte di me più bella, la mia sposa, non c’è.
Sono solo, scrivo. Molto faticoso e a volte doloroso, lo scrivere, credo sia esperienza comune in chi scrittore non è, come me. Però ineludibile a volte, specie quando accadono cose che ti interpellano da vicino.

Un esempio, la richiesta reiteratami da parte di una tale "RAI" che mi chiede di pagare un canone per una cosa che non conosco, non possiedo, detesto. Ovvero la televisione. Son stato costretto a scrivere, mio malgrado, una lettera per esternare la mia ripugnanza al loro arrogante assioma: “esisti, quindi hai il televisore”. Chissà se proprio non arrivano a capire, o fingono, che possa esistere gente libera, liberata dalla loro televisione?

Sono andato alla basilica di Santa Maria di Collemaggio, a L’Aquila.
Una delle meraviglie del mondo e molto poco conosciuta. C’è sepolto Celestino V, ci sta una delle poche Porte sante esistenti fuori la città di Roma.
Era chiusa, e con me tanti visitatori delusi. Pare abbia delle colonne pericolanti. Qui i lavori del dopo-terremoto sono molto indietro, come in tutta la città. Si è costruito (troppo e male: dà dolore vedere case viola quasi si fosse a Burano piuttosto che in pieno Appennino) fuori dalla città, cattedrali nei deserti, e si è lasciata morta una città stupenda. E pensare che trecento anni fa, dopo un analogo terremoto, e regnavano i famigerati Borboni, la città presto tornò alla sua antica bellezza.

Poi ho avuto invece una specie di grazia. Mi son trovato dentro una chiesa nuova, bella, accogliente, umana. Un giovane prete che era lo specchio della chiesa.
Ad una parete questo quadro.
C’è tutto, pure la mia vita. Maria presente, che tutto com-prende, nella notte del male.

(foto mia - L'Aquila, chiesa dei Santi Mario e Marta - coniugi e martiri) 

mercoledì 2 luglio 2014

Abbà, Padre!

Sono in discreto ritardo sui miei programmi, in tutto, non solo nello scrivere come e quanto vorrei. Il mondo mi si è fermato più volte, in questi giorni, e ancora si fermerà. Una sensazione strana, anomala.

Sabato notte, dopo una grigliata di carne con le mie figlie, sono andato in cerca di una tabaccheria per ricomprare Toscani Garibaldi, dopo circa una dozzina d’anni che ho smesso di fumarne. Poi uno me lo son fumato in terrazza, al fresco e al buio, contemplando l'indicibile mare di stelle di giugno. Qui sotto casa tantissime lucciole in volo e rane che gracidavano: tutti maschi in cerca di accoppiamento.

Non so cosa stia accadendo.
Sarà questa guerra a cui mi preparo (ancora non dichiarata fuori, ma poco manca) in difesa del matrimonio, sarà che non ne posso più delle cose approssimate, della vita che urge e vola, delle sere solitarie. Son diverse notti che quasi non dormo, il tempo fugacissimo, ed io sto diventando un baccaglione insopportabile, ma altro non posso, né debbo.
Devo dire e fare la Verità, almeno per quanto mi risulta. Non posso tacere più.
Stamani sono andato a cercare una persona che avevo mal-trattato (avendo comunque io delle valide motivazioni) per chiedergli scusa. C’è stato un ciack. Tutto cambiato, un rapporto nuovo.

Di recente la mia amica Anna, dicendo che partiva in vacanza col marito, ha affermato che non poteva immaginare le mie vacanze (mie e dei separati “soli”), che vacanze di riposo non sono. È vero. In questo squarcio di vita sento molta stanchezza sulle spalle, forse troppa.
Mi lamento, eppure ho tanti amici molto provati dall’esistenza. Talmente provati da non più riuscire a dire “Abbà Padre!”. E dinanzi a loro mi scopro inerme e senza parole più.

Non so come sarà il tempo che mi resta. Ma vorrei viverlo nel solo presente.

Ci sono sere che è meglio non guardare il cielo 
Troppa è la “tramontosa” luce che tutto inonda 
Troppa la brezza che evoca paradisi impossibili 
Troppo è il grano che cresce e cresce e cresce 
Troppo è nell’aere il profumo del cielo 
Troppo è lo sbando del cuore a tutto questo 

Alla nostalgia 

Al sogno della sposa 
Al sogno della sposa in Dio 
Al sogno di Dio tra gli sposi 
Al Cielo di un tempo 
conosciuto e dimenticato e superato
Al Cielo del tempo futuro 
sconosciuto e inimmaginabile e forse troppo e forse impossibile...

(foto mia, Dolomiti 1979)

lunedì 16 giugno 2014

Eroe o vittima?

Estate 1980.
Eravamo due innamorati impossibilitati ad una vacanza ensamble.
Lei partì per le Dolomiti con delle amiche.
Io alla fine accettai l’invito di amici e feci un lungo viaggio sino a Barcelona. In sei, con un furgone ed una macchina. Un viaggio avventuroso. E doloroso per una separazione non voluta.

Ricordo nitida una telefonata in Italia da un bar di Sitges, forse. Dopo un paio di settimane senza comunicazione alcuna.
C’era una piazza assolata, calda, il cuore alle stelle. Parole poche, sintetiche, timide, colme.
E la fretta di tornare in Italia, e finalmente rivederla.

Fu una grande bella vacanza. Una fase molto creativa per la mia fotografia. E tanti aneddoti da raccontare. Dal caffè fatto per sbaglio con l’acqua salata di una fontanella sul mare al trovarsi nel mezzo di un accoltellamento nel centro di Marsiglia. Alle pastasciutte cotte sui marciapiedi di un qualche parco cittadino, alle tantissime risate - ci si voleva bene davvero!

Uno di noi, studente di architettura appassionato, doveva assolutamente arrivare sino a Barcelona. C’era da vedere cose di un tale Gaudì. Ci condusse recalcitranti ad un parco - Parc Guell – e ci illustrò le grandezze… di un parco fatto con spezzoni di piastrelle, tutta roba di recupero, strana, anomala. Scoppiammo in infinite risate e lo prendemmo in giro per tutto il viaggio di ritorno. Sino in Spagna per vedere quelle cose?

Tanto tempo è passato. Il nostro amico è partito presto. Aveva un appuntamento in Cielo prima del nostro tempo. Forse aveva corso già tanto. Stava avanti da sempre.

Io son tornato a Barcelona negli scorsi giorni anche pensando a lui. Ci sta la mia piccola, architetto pure lei, per un lavoro temporaneo.

Barcelona è una città incredibile. Siamo andati al Parc Guell, e vi abbiamo mangiato panini con birra sul calar del sole. Ho respirato in parte l’aria di trentaquattro anni fa. Sempre senza la mia sposa, seppur molto diverso. Questa vita mi sta passando. Va bene. Non la cambierei né la cambierò con alcuno.

Al mio compleanno mi ha scritto un vecchio amico, provocatoriamente.
Ai sessanta si possono e debbono fare bilanci. Chiede: “Come ti senti, eroe o vittima?” 

Eroe proprio no, sono ben lontano.
Ma nemmeno vittima, che oltretutto vedo attorno a me tante realtà molto molto più dolorose della mia.

Mi sento come uno che fa quel che deve, semplicemente.
Che finalmente ha un po’ capito cosa deve. E si impegna a farlo, pur nei suoi limiti.

Certo, mi sento anche un miracolato che poi fa miracoli continui.
Perché dare fiducia, continuare a vedere il disegno di Dio sul proprio matrimonio dopo quattromila notti che dormi solo è un miracolo: non sono certo io, Paolo, non mi riconosco proprio…

Mi sento come uno che sta sul Golgota, nell’ora nona… come bene dipinge Igino Giordani:
“Bisogna stare davanti a lui, e quindi di fronte all’umanità che si ricapitola in lui, come Maria, la quale, mentre dintorno le folle irridono, contempla, senza crollare, il suo figlio unico, il figlio senza pari, che si strazia dissanguandosi. Ella non fugge, né sviene, per non lasciarlo solo: si fa attivamente una con lui. Ritte e ferme contro la tempesta, nell’ora decisiva, non stettero che Maria e la croce…”
Nell’ora decisiva, contro la tempesta: Maria e la croce.

(foto mia - Barcelona, giugno 2014 - Parc Guell e La Sagrada Familia)

domenica 11 maggio 2014

Sessanta e poi trentatré!

Nello scorso post ho fatto qualche accenno al mio tempo in terra.
Ed ora vengo a parlarne ancora… ebbene sì, forse si intuisce già dal titolo: siamo giunti ai sessanta anni.
Ai miei quaranta avevo preparato pure gli inviti, era una bella occasione per rivedere tanti amici: mi fu impossibile.
Ai cinquanta si festeggiò in famiglia con pranzo all’Isola Maggiore, al Lago Trasimeno. E nemmeno fu facile.
Ai sessanta avevo in animo di organizzare una bella festa. Tante idee, ma poi ho dovuto fare i conti col tempo, con l’ospedale, la convalescenza. Insomma, alla fine nulla in programma. Ma tutto senza ansie particolari, in fondo era un giorno come un altro, specie nel conto dell’eternità.
Invece il sabato sera mi son trovato dentro un “compleanno a sorpresa”, in una pizzeria in città. Mia figlia tornata appositamente dalla Spagna (!!!), mio fratello venuto dal nord con la famiglia. Bravissimi, mi son detto, una bella sorpresa, una bella festa!

Poi la domenica mi dicono: allora è bel tempo, si va a fare un po’ di turismo? Bene, cerco sulla guida del Touring qualcosa che ancora non conosciamo. Appuntamento alla Madonna del bagno (che sempre ritorna!).
Dai, spicciamoci che è tardi… Beh, arrivo lì e mi trovo, nascoste per bene dentro un salone già apparecchiato per il pranzo, una infinità di persone convenute per festeggiarmi! Alcuni da vicinissimo, altri da lontano: Friuli, Abruzzo, Roma, Castelli romani. E tanti altri hanno cominciato a telefonare, a scrivere (un grazie, ancora, a tutti, davvero!). Moltissimi assenti “giustificati” per impegni più grandi di me (e meno male!).
Qualcuno si aspettava una mia commozione che non c’è stata, immediata. Ridendo ho detto che le lacrime le ho esaurite, ma la verità è che in questi anni vivo praticamente dentro una commozione quasi perenne.

Una bella messa e poi un vero banchetto, organizzato alla grande in forme familiari con tantissime cose, porchetta, Recioto e una magnifica torta opera della mia consuocera. Solo poi saprò che tanti hanno contribuito, pure qualche insospettabile (un grazie immenso... e pure a mia nuora che dall'Estremo Oriente ha preparato il video della mia vita... e specie a mia figlia e al marito che, con bue bambini piccoli da gestire e me in casa loro per dieci giorni in convalescenza, son riusciti a tessere e tirare le fila del tutto senza farmi intuire nulla!!!)

A quel punto, a messa ho fatto una specie di omelia pure io. Laica, ma sul filo. Il cuore era la cosa che più sentivo. Il cuore mio, che palpitava forte - un principio di eternità (sarà così il paradiso? che convengono tutti da ogni dove ogni giorno a festeggiarti, e tu pure fai per tutti, uguale?) - ma pure quello che aveva portato lì tutte quelle persone da lontano, qualcuno anche nel tempo. Il cuore che salva (salva l’altro ma specie te che lo usi!), il cuore che ama “oltre”, come il cuore di Dio che non è ragioniere.

Non è ragioniere come noi che, specie quando facendo un banale due più due, diciamo che un matrimonio termina perché uno dei due si distrae, oppure ha una malattia. Ma non erano queste le promesse fatte un giorno: “prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”… Era già tutto previsto: perché quindi non rispettare gli impegni?

Sessanta gli anni di vita, trentatré gli anni di matrimonio.
Qui invece una giornata normalissima, anche se questo numero mi evoca di continuo realtà particolari. Nessuno si è accorto (sembra) della ricorrenza. O forse non si riesce a dire: "buon anniversario" per un matrimonio che vive una fase dolorosa?
Già a letto, faccio un conto della vita, come spesso accade. Riaccendo la luce, scrivo poche righe sul cellulare:

   E nel silenzio 
   Del cielo 
         E nel silenzio 
         Della terra 
               Ancora il nostro 
               Sì 

Le condivido con qualcuno... Mi risponde un amico che vive realtà assolutamente diverse dalle mie: “Carissimo anche per me tra qualche giorno (il 18) sono 33! Concordo pienamente con le tue parole!”. 
Realtà diverse: ma è solo apparenza, la forma è diversa. La sostanze è sempre quella di Dio, della creatura incamminata sulla Via.

(foto mia, Ciociaria 1978)

mercoledì 7 maggio 2014

Capisco, ma non mi adeguo

Tempo fa scrivevo di sentirmi sotto attacco concentrico. Una sensazione interiore che ritorna. Da più parti, più voci, autorevoli, blande, silenti, possenti. Dentro, un turbinio. Emozioni concentriche che si moltiplicano.
Perché questa follia del rimanere dentro il matrimonio so bene che stona, e che potrei fare "altro". Come fan tutti, o quasi.
Ho coscienza che potrebbe pure essere vero che sto sbagliando tutto, ancora. E poi alla mia età ho imparato che le certezze possono essere un grande male, quindi è bene dare il benvenuto a qualche sano interrogativo.
Avere il cuore tronfio, baldanzoso, è dei giovani, di chi ancora deve vivere e sbattere la testa, quasi direi. Onestamente, oggi ho timore di chi sfoggia certezze, chi sa tutto, chi divide sempre in bianco e nero. Con gli anni, amaramente anche, impari che la vita è ben altro. 

Debbo dire che tanta amarezza non me la sento. Un tempo sì, era un arrovellarsi senza pace, un girare attorno ai tanti errori, impensabili in gioventù. Parti con la vita, almeno per quanto ricordi, che sei pieno di speranze, di luci, di certezze. Poi l'esistenza prende altre direzioni. E ti senti pesi così gravi sulle spalle che rischi di rimanerci sotto.
Conosco persone eccezionali che non riescono più a liberarsi dei propri fardelli e spiccare in volo come nel profondo vorrebbero. Perché se “ti guardi” è inevitabile.

A me accadde che una donna sapiente, con l’esperienza della sua lunga e intensa vita, disse: “Ma se Dio ti ama come sei… tu perché non fai uguale?” E quindi, poi, la sola soluzione: vivere di presente. Svanisce la zavorra del passato, non temi l’incertezza del futuro.

Se oggi dovessi banalmente fare un conto del tempo che ancora mi compete, calcolando un’aspettativa di vita quanto mio padre, sono a tre quarti dell’esistenza. Se calcolo mia madre sono ancora più avanti.
La sola cosa che oggi so è di voler solo vivere delle cose giuste, ogni momento ancora. Certo, le cose giuste non è detto che siano divertenti, facili, subitamente appaganti. Capisco che è molto meno doloroso (anzi, pare “meno doloroso”) applicare i vecchi metodi del “morto un papa se ne fa un altro”, oppure “chiodo scaccia chiodo”.
Tanti anni fa in Italia avevamo un refrain in testa, da una bellissima trasmissione di Renzo Arbore: “Non capisco, ma mi adeguo”.
Io invece capisco, ma non mi adeguo.

(foto mia, Biennale Venezia 2012)

sabato 19 aprile 2014

Sabato santo

Piove di nuovo stamani, ho dovuto alzarmi di corsa dal letto, era presto e me ne stavo tranquillo leggendo del matrimonio cristiano. Ieri era bel tempo, avevo lasciato sul terrazzo una panca di legno in fase di restauro, e quindi esposta alla pioggia. Il tempo pare regredito, abbiamo vissuto giornate di primavera inoltrata, poi è giunta la neve sui monti, il freddo ovunque.
E intanto, in questo ciclo annuale in cui la Chiesa rivive tutti gli avvenimenti del Vangelo, siamo di nuovo all’evento cruciale della storia, in questi tre giorni che hanno cambiato tutto. La morte, la discesa agli inferi, la Resurrezione.

Lo scorso week end sono stato di nuovo male, con il mio malanno “solito”. Sabato in particolare, con febbre e dolori forti, ho solo potuto dormicchiare. Domenica un poco meglio. Lunedì sono poi andato al lavoro con la sensazione di resurrezione, di una nuova vigorosa forza dentro, l’ho pure detto. Dopo questa "morte", lo stare bene - che di solito non si riesce ad apprezzare sino in fondo - mi dà questa gioiosa sensazione di euforica resurrezione, quando torni a poterti muovere, piegare, agire, respirare, starnutire persino.
Questa resurrezione del corpo è evento assolutamente umano e certamente comprensibile a tutti, non necessita una fede per fare esperienza di "stare meglio".

Stamani, nel silenzio del mio eremo – in cui solo risuona lo Stabat Mater di Dvorak, in queste dinamiche e in sintonia col mondo cristiano odierno, ho ripescato parole perfette per questa giornata, e ve le condivido. Da "un'antica «Omelia sul Sabato santo»". (PG 43, 439. 451. 462-463), reperibile per intero sul sito http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010414_omelia-sabato-santo_it.html

La discesa agli inferi del Signore
Che cosa è avvenuto? 
Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. 
Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. 
Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. 
...
Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. 
...
A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! 
A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. 
Risorgi, opera delle mie mani! 
Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! 
Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura. 
Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. 
Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. 
Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. 
Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. 
...
Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. 
...
Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. 
Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. 
In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli.

(foto mia - Umbria 2011)

venerdì 11 aprile 2014

Trenta ore d'ospedale

Quanto tempo che non pubblico! Troppe cose, e importanti, sono accadute nella mia vita: vado con ordine, spero di riuscire a dire bene…

Era da forse tre anni che non facevo un po’ di ospedale. Questo era in aria da tempo, poi è rapidamente accaduto. Trenta ore in ospedale, ogni tanto, mi paiono salutari (e naturalmente parlo per me, come sempre)! Salutari perché rimettono la palla al centro, azzerano tante cose inutili, fanno un po’ di pulizia anche se lì per lì non ne senti l’esigenza.

Intervento in anestesia locale. Mi ha operato un chirurgo con cui c’erano conoscenze comuni. Nell’attesa si liberasse la sala operatoria ci siamo fatti delle grandi risate, insieme ad un altro chirurgo di passaggio, tanto che temevo uscisse qualcuno a farci un urlo. Poi all’anestesia una dottoressa molto umana, grande. Insomma, tutto col cuore leggero.
I problemi più grossi li ho avuti per via del letto, non proprio adatto alla mia schiena. Il dolore dell'intervento è giunto molto dopo, ma decisamente tollerabile.

Il mio collega di stanza, un uomo anziano e con diverse disavventure sulle spalle, aveva passato momenti difficili il giorno precedente. Mi ha raccontato di questo e di tanta sua vita. Lui e la moglie, quando son partito, si son resi conto che solo mi avevano visto giungere e solo mi vedevano partire, sbilenco. Certo, avevo avuto diverse visite, c’era chi faceva da autista (grazie!), ma loro mi vedevano solo. E sicuro lo star male e pure una convalescenza in questa solitudine non sono una passeggiata.

Poi sono stato a fare il terzo figlio da mia figlia, per parecchi giorni. Praticamente sequestrato: “In quella casa non puoi stare solo, e poi le scaleeee!” Mi ci vien da ridere un po’, ma pure questo è Vangelo: “Quando sarai vecchio altri ti condurranno!” Allora si parlava solamente di vecchiaia e non certo di matrimonio in solitudine, impensabile.

In ospedale e poi in convalescenza, con me diversi libri. Due ne ho letti, in alternanza. Samuel Beckett e don Primo Mazzolari. Sembrano lontanissimi tra loro, eppure si toccano. O almeno: io li faccio toccare.
Parlano dell’uomo, del suo esistere. Da angolazioni molto diverse ma alla fine tutto pare convergere. 

L’angoscia che toglie il respiro, in Beckett. Il teatro dell’assurdo (a volte manco troppo), situazioni esasperate che ben rendono la solitudine, il dolore del vivere, l’incomunicabilità, “un qualcosa circondato dal nulla”. Scritto tanti anni fa, ma quasi profetico. O forse: l’uomo è sempre l’uomo.

Don Mazzolari non lo conoscevo, un libro regalatomi da tempo. Un parroco di paese scrive nel 1940 dei discepoli di Emmaus, ma scrive intorno all’uomo di sempre, pure lui. Un’attualità incredibile nella visione della realtà, e specie della Chiesa, come se nulla fosse cambiato negli ultimi settant’anni.
E ci trovo molto che mi riguarda. Dovrò rileggerlo, in maniera più analitica.

“Bisogna avere occhio a Dio e all’uomo: raccogliere il gemito che sale e il raggio purissimo che discende, se vogliamo rispettare e aiutare il momento umano della verità, che è il momento che ci riguarda. Chi conosce bene se stesso è in condizione di capire il momento umano…” 

“La speranza è un credito fatto a Dio oltre ciò che l’uomo può vedere e capire. La beatitudine incomincia dove finisce il vedere: Beato chi crederà senza aver visto. I pazienti e gli audaci, che son poi i veri “umili di cuore”, preparano il Regno, rinunciando ai propri piani e sforzandosi di entrare nei piani divini.” 

I pazienti e gli audaci: bellissimo, pare di parlare dei separati, di questa mia "involontaria categoria”: “preparano il Regno, rinunciando ai propri piani e sforzandosi di entrare nei piani divini”!

(foto mia, Biennale Venezia 2012)