Tempo fa, avevo ospiti a cena. Uno dei presenti si guarda attorno, mi fa qualche domanda, poi sbotta: “Ma tu come fai a vivere? La sera non vai al bar, e stai pure senza televisione?!”
Beh, vivo meglio!
Da anni, senza televisione. Iniziai nel ‘94, tagliando i telegiornali che mi erano divenuti insopportabili. Qualcosa mi era sopravvissuto, tra intrattenimento e attualità. E mai la TV era accesa durante pranzo o cena. Abbiamo sempre privilegiato il colloquio, facendo crescere i ragazzi in questo clima. Quando poi si ruppe il televisore, riuscii a non ricomprarlo.
E furono anni in cui i ragazzi, in piena crescita, adoperarono il loro tempo, altrimenti passivo davanti ad un tubo catodico, in attività nuove e coinvolgenti. Chi lesse una settantina di libri in un anno, chi imparò e prese gusto a giocare a carte…
Io nel frattempo mi ero disintossicato del tutto, e da allora vivo benissimo senza il fastidio della TV. Sì, fastidio. Una cosa che ti toglie il tempo, la vita, vuole ridurti alla passività, inculcarti valori al contrario.
Certo, non tutto è così. E poi, in fondo la televisione è neutra di per sé, non è negativa né positiva: dipende da come la usa chi la produce e chi la subisce. Ma io vedo un imbarbarimento progressivo…
Per cui quando poi è nato il web mi ci son trovato in pieno. Sono io che decido cosa come quando e perché leggere, o udire o vedere. Mi son ripreso la mia libertà.
Stare soli non è facile, e certo capisco bene quanto la TV possa essere una compagnia, aiutare anche nella vita. Quando son venuto qui nell'eremo ben due amici volevano regalarmi un televisore! Ma io ho scelto la linea dura, controcorrente (per la verità non ci ho sofferto): niente TV per scelta.
Silenzio e solitudine. Non so se possono essere ricetta valida per chiunque, ovunque e comunque. Per me lo sono stati.
L’altra sera, tra una telefonata, una email e appunti per il blog, sono andato ad approfondire una notizia. Una "grande novità": un sito che propone incontri tra persone sposate! Sinora evidentemente si sapeva solo di siti per far incontrare single.
Ma la cosa interessante è lo slogan, che pare abbia fruttato già dodici milioni di utenti (non viene detto dove, ma credo sia negli USA): “La vita è breve, fatti un amante!”.
Ovvero: dodici milioni di persone sposate che stanno cercando un amante via web.
Persone coniugate, ma che evidentemente si sentono sole, insoddisfatte, scontente. Insomma, c’è un problema, altrimenti perché farsi un amante?
Certo, mai la vita matrimoniale realizza il sogno dei fidanzati.
Pur con sfumature diverse, sempre ci si scontra con la disillusione, la delusione dell’altro (è sempre l'altro!). Si viene sommersi dalla vita di tutti i giorni, muoiono romanticismi, sogni, progettualità, confidenza. Tanto è vero che è nato il detto: “Il matrimonio è la tomba dell’amore”.
In fondo, questo ragionamento me lo sento proporre quasi tutti i giorni: “Rifatti una vita, non vivere di sogno!” E io a spiegare che sono sposato, che sto vivendo appieno il mio matrimonio, seppur certo anomalo e non facile: la reciprocità è fondamentale in una coppia. Sennò che coppia è?
Di recente ho avuto un problema al ginocchio sinistro, molto dolore, impossibilità a piegarlo. Quindi claudicante, grande fatica nel camminare e specie nel fare le ripide scale, qui nel mio eremo. E mi son detto: “Meno male che il destro, che poi sembrava il più fragile, un po’ funziona, sennò!”.
Solo dopo mi son reso conto della verità che stavo scoprendo, stupefatto: questo è il matrimonio. Se uno dei due non funziona, l’altro funziona doppio! E se si fermasse pure il ginocchio destro?
Altro che tomba.
Il matrimonio, quello vero, è la tromba dell’amore.
E a volte la vita va oltre i sogni dei fidanzati, molto oltre…
(foto mia, Notte noir, L'Aquila 2006)
venerdì 20 gennaio 2012
venerdì 13 gennaio 2012
Capodanno
Le feste natalizie terminate rapidamente come non mai, quest'anno.
Un Natale eccezionale davvero. Giornate piene, di stanchezza anche, profonda. Turbinio, viavai, corse continue. Tutto oramai ruota attorno al mio nipotino, un “attira-baci” straordinario.
Dopo tanti momenti belli e intensi, in cui sono stato bene, in donazione grande, nel cuore del Padre mi sembra, son subito cominciati i distacchi. Vengono sempre, pare.
Per prima è partita la mia sposa.
Il giorno dopo è partito mio fratello con la sua famiglia.
Poi ancora mio figlio con la fidanzata.
Una sfilza di dolori. E si è tornati alla vita di tutti i giorni.
Poi la sera dell’ultimo dell’anno con le mie figlie. Son presto tornato a casa, stanco, con le ginocchia doloranti.
Poco dopo, in risposta ad un mio precedente, mi giunge un sms da persona cara: “Un bacio”.
Poi saprò che ha passato il fine anno al mare, in solitudine.
Al mattino del Capodanno, presto, un amico sacerdote mi scrive: “Maria ecco tuo figlio… Giovanni ecco tua madre… e da quel momento egli la prese nella sua casa. Prendiamo in questo 2012 Maria nella casa del nostro cuore e affidiamo al suo amore di mamma quest'anno con tutto ciò che ci succederà. Buon anno!”
Un bell’inizio, mi son detto. Dalla memoria ripesco il ritornello di una canzone: “Maria, vieni a casa mia…”. Poi vado a messa e trovo un sacerdote molto anziano che inizia la sua omelia citando quelle stesse parole dal Vangelo di Giovanni. Oggi è una festa di Maria ma in tutt’altro contesto, non è questo il Vangelo odierno. Un brivido: mi rendo conto che sto sotto attacco concentrico.
In questa chiesa di campagna mi accade qualcosa di molto bello. Negli istanti di silenzio il solo rumore è lo scrosciare dell'acqua del presepe. Le pareti, la luce, mi evocano momenti del mio passato. Ma è soprattutto questa sensazione stamani di serenità infinita, nelle mani del Padre, nel cuore della Madre. A volte pare tornare in cose già vissute, in sensazioni dell'infanzia che danno una silenziosa e profonda felicità. Quasi un tornare a casa, un dejà vu che acquista man mano nitidezza nell'animo.
Sai che il giro del mondo che hai fatto e che ti ha portato lontano è utile perché ti ha dilatato il cuore. Forse si poteva evitare, e soffrire di meno e generare meno dolore. Ma la dietrologia in questi casi diviene una stupida tentazione.
Tempo fa partecipai ad una tavola rotonda. Al termine, una signora dotata di anni e sapienza mi abbracciò dicendo “Sai Paolo, deve proprio essere vero che anche dalle permissioni Dio sa trarre grande bene!”.
È vero, siamo seguaci di un Dio in-credibile alle nostre povere menti.
La permissione, il male, può generare il bene.
Lasciando all'uomo la libertà assoluta del bene e del male, Dio sapeva che poteva avvenire di tutto, come infatti avviene. Raramente accade quel che Dio vuole, e ben più spesso ciò che Dio certo non vorrebbe, ma permette. Un quadro desolante.
Ma è questa l'epoca della tramutazione dell'acqua in vino.
Dare il nome giusto al dolore. E tutto può costruire, ricondurre all'Uno, al Bene supremo.
Mi giunge poi un messaggio di una cara vecchia amica, in questi giorni sola, senza figlia, che perentoria mi chiede quando la invito a cena.
Beh, inizio anno in grande stile davvero…
(foto mia, Umbria 2006)
Un Natale eccezionale davvero. Giornate piene, di stanchezza anche, profonda. Turbinio, viavai, corse continue. Tutto oramai ruota attorno al mio nipotino, un “attira-baci” straordinario.
Dopo tanti momenti belli e intensi, in cui sono stato bene, in donazione grande, nel cuore del Padre mi sembra, son subito cominciati i distacchi. Vengono sempre, pare.
Per prima è partita la mia sposa.
Il giorno dopo è partito mio fratello con la sua famiglia.
Poi ancora mio figlio con la fidanzata.
Una sfilza di dolori. E si è tornati alla vita di tutti i giorni.
Poi la sera dell’ultimo dell’anno con le mie figlie. Son presto tornato a casa, stanco, con le ginocchia doloranti.
Poco dopo, in risposta ad un mio precedente, mi giunge un sms da persona cara: “Un bacio”.
Poi saprò che ha passato il fine anno al mare, in solitudine.
Al mattino del Capodanno, presto, un amico sacerdote mi scrive: “Maria ecco tuo figlio… Giovanni ecco tua madre… e da quel momento egli la prese nella sua casa. Prendiamo in questo 2012 Maria nella casa del nostro cuore e affidiamo al suo amore di mamma quest'anno con tutto ciò che ci succederà. Buon anno!”
Un bell’inizio, mi son detto. Dalla memoria ripesco il ritornello di una canzone: “Maria, vieni a casa mia…”. Poi vado a messa e trovo un sacerdote molto anziano che inizia la sua omelia citando quelle stesse parole dal Vangelo di Giovanni. Oggi è una festa di Maria ma in tutt’altro contesto, non è questo il Vangelo odierno. Un brivido: mi rendo conto che sto sotto attacco concentrico.
In questa chiesa di campagna mi accade qualcosa di molto bello. Negli istanti di silenzio il solo rumore è lo scrosciare dell'acqua del presepe. Le pareti, la luce, mi evocano momenti del mio passato. Ma è soprattutto questa sensazione stamani di serenità infinita, nelle mani del Padre, nel cuore della Madre. A volte pare tornare in cose già vissute, in sensazioni dell'infanzia che danno una silenziosa e profonda felicità. Quasi un tornare a casa, un dejà vu che acquista man mano nitidezza nell'animo.
Sai che il giro del mondo che hai fatto e che ti ha portato lontano è utile perché ti ha dilatato il cuore. Forse si poteva evitare, e soffrire di meno e generare meno dolore. Ma la dietrologia in questi casi diviene una stupida tentazione.
Tempo fa partecipai ad una tavola rotonda. Al termine, una signora dotata di anni e sapienza mi abbracciò dicendo “Sai Paolo, deve proprio essere vero che anche dalle permissioni Dio sa trarre grande bene!”.
È vero, siamo seguaci di un Dio in-credibile alle nostre povere menti.
La permissione, il male, può generare il bene.
Lasciando all'uomo la libertà assoluta del bene e del male, Dio sapeva che poteva avvenire di tutto, come infatti avviene. Raramente accade quel che Dio vuole, e ben più spesso ciò che Dio certo non vorrebbe, ma permette. Un quadro desolante.
Ma è questa l'epoca della tramutazione dell'acqua in vino.
Dare il nome giusto al dolore. E tutto può costruire, ricondurre all'Uno, al Bene supremo.
Mi giunge poi un messaggio di una cara vecchia amica, in questi giorni sola, senza figlia, che perentoria mi chiede quando la invito a cena.
Beh, inizio anno in grande stile davvero…
(foto mia, Umbria 2006)
venerdì 6 gennaio 2012
Il dolore universale
La vigilia di Natale, a cena da mia figlia, eravamo undici. Ho cucinato dalla mattina, e poi portato tutto di corsa da lei: c’è il piccolo (cresce, eh! nove mesi oramai... prima o poi ne parleremo) e tutto si svolge lì da loro, inevitabilmente.
Dopo cena, mentre tutti erano ancora a tavola, lei è andata sul divano per dare il latte col biberon al piccolo, prima della nanna.
E io sono andato sulla poltrona di fronte a godermi lo spettacolo.
Lui beveva, felice in braccio alla mamma, con le sue braccia rilassate, serene, nel vuoto.
Una luce, a quella vista: "...e Suo è il dolore universale e quindi mio".
Quella scena, che in qualche modo mi evocava Michelangelo, La Pietà, pur in situazioni completamente differenti, mi ha illuminato sul sottinteso, che forse nemmeno io avevo colto appieno, del mio ultimo intervento sul blog: "Il nome del dolore".
Questo stare nelle braccia di chi ti ama...
Nel frattempo mi ha scritto Max, dopo aver parlato di lui nel post ultimo:
Io ho sempre paura quando si giunge a fare una "classifica" dei dolori.
Penso i bambini delle favelas che rovistano nell'immondizia non per cercare scarti da riciclare, ma per trovare qualcosa da mangiare .
Oppure a una amica molto robusta che, anni fa, viveva un momento di depressione per il suo stato fisico, nulla in confronto ad altri patimenti. Ma in quel momento, quello era per lei un dolore straziante e insopportabile, anche se insignificante per altri.
Mi chiedo sempre quale sia il punto più basso del dolore, quello che è al limite della sopportazione, che appena ti riesci a mantenere in vita.
Penso che la sola cosa che possa superare il dolore sia la dignità. Conservare la dignità è sapere che quel dolore, qualsiasi esso sia, ti nobilita e ti rende unico. Ecco, credo che oltre le parole e le "prediche" sentite in tanti anni, solo Gesù che muore in croce abbandonato dal Padre abbia dato dignità al dolore.
Mi viene in mente quando sono stato a Lourdes, due anni fa ormai. Difficile spiegare a parole, ma la sensazione, fortissima, è che "quel" mondo non si divide in fortunati (quelli che sono sani e in piedi sulle proprie gambe) e sfortunati (quelli sulle sedie a rotelle o allungati ai lettini, attaccati ai respiratori artificiali). Ma il dolore, la sua dignità, prevale su ogni cosa.
Davanti ad una ragazza, bellissima, con un sorriso dolcissimo, costretta su una sedia a rotelle, ti senti una nullità, non perché ti "vergogni" di essere sano, ma perché avverti che lei è tutto e tu sei niente.
Pensa, quando mia madre mi invita a pranzo la domenica, lei lo fa per offrirmi, oltre ad un pasto completo, un momento di spensieratezza, eppure io rinuncerei all'invito solo perché, da 20 anni, per mettere un giacchino a mio figlio o anche solo per vestirlo, con la sua disabilità psicomotoria, è una lotta che ti lascia senza forze. Mangerei pane e acqua, pur di evitare per una volta di vestirlo. Eppure è un "dolore" insignificante, ma ormai lo tollero sempre meno, perché è così e così sarà sempre. Non ha fine, non ha consolazione.
Sarà l'età che avanza, lo stato fisico non più efficiente come un tempo, ma questa solitudine fisica (e psicologica) la avverto pesantissima in questo ultimo periodo. Forse sto idealizzando, le realtà sono sempre diverse dai nostri sogni (in fin dei conti la mia esperienza matrimoniale dovrebbe dimostrarmi il contrario) ma per tenermi in vita devo poter pensare a qualcosa di positivo, anche se irrealizzabile.
Il guaio è quando comincio a pensare che è irrealizzabile, che mi viene lo scoramento.
Grazie del tuo pensiero e della tua condivisione, Paolo.
Il fatto di restare senza parole dinanzi alle questioni che ti pongo, non lo intendo come leggerezza o disinteresse, anzi, mi sento più compreso di quanto tu possa pensare. ;)
Un abbraccio!
Max
(foto mia - febbraio 2011)
venerdì 23 dicembre 2011
Il nome del dolore
È il quinto inverno, qui nel mio eremo.
È tornato il freddo, anche quest’anno. E devo prendere atto che il mio corpo non è entusiasta. Sarà la stanchezza, sarà che invecchio. Lo sto soffrendo più del passato.
Di recente, momenti difficili. Anche la solitudine fa la sua parte, la vita non è sempre uguale.
Una sera, in fila alla cassa del discount, accanto a me un uomo, uno qualsiasi. È stato un attimo, un lampo di luce. Mi sono sentito patetico, accanto a lui. Un uomo che veniva da lontano, un uomo che ho presunto avesse storie di dolore molto più grandi della mia. Un uomo che vedevo sereno, superiore, nella sua dignità piena. Forse erano solo i miei occhi. Ma è stato un rendermi conto della mia pochezza, del ridicolo del mio dolore. A volte mi lamento con Dio, mi appare impossibile vivere la mia storia. E buona parte dell’umanità vive in dolori ben più grandi dei miei.
Chi non ha famiglia, chi non ha lavoro, chi figli, chi affetti, chi salute, chi casa. Chi vive nelle guerre, chi nelle devastazioni. Chi nella miseria assoluta. Chi nella solitudine disperante.
E soprattutto, il dolore più grande: chi vive, sopravvive, senza Dio. E senza poter dare nome al dolore.
Io ho tante cose, seppur fortunatamente in misura ridotta (mi vergognerei, altrimenti). Vivo nell’emisfero nord del mondo, ho comunque un lavoro, una casa, un’automobile. Una famiglia bella, anche se forse non appare. La salute: ho tanti acciacchi, ma non va proprio male.
Un’amica, abbandonata dal marito, con figli minorenni. Venuta dall’est in Italia per dare un futuro ai figli. Una volta mi ha rimproverato, paragonando le nostre vite: la mia "agiatezza" e il suo pochissimo.
Un’altra amica, del sud del mondo, innamorata dell’Italia, mi pose un quesito irrisolvibile: “Perché sono nata in Brasile, e non qui in Italia, come voi?”
Un caro amico che vive una situazione familiare davvero difficile, col figlio che necessita attenzioni continue e pazienti, mi narra del suo dolore esausto, della sua fatica ormai senza speranza, e mi lascia muto.
Cosa dire?
Certo, pensavo, il mio dolore non è poco. La separazione, “questa” separazione, con la conseguente solitudine, è un dolore grande.
Ma poi mi pareva che non è nemmeno tanto, il mio dolore: tanti sulla terra ne hanno ben di più.
Ma allora il mio dolore com’è? Né poco, né tanto. Ma allora è giusto!?
Deve essere così: Dio sa e dosa, a ognuno il dolore “giusto”.
Ma come non chiedermi, allora, di quanti vivono situazioni terribili e nemmeno immaginabili: ma chi sono davanti a Dio, chi sono? Ma che forza hanno? Questa domanda spaventa.
Sempre più spesso mi accade di empatizzare, in maniera atipica forse, con persone che incontro, mi chiedo che dolore avranno, cosa le erode dentro. Qualcuno persino mi rimprovera che cerco sempre di andare oltre, di capire cause e problemi. Ma davvero credo che si debba sempre mettersi nei panni altrui, usare la sola misericordia come esclusivo metodo di analisi. Per comprendere, non necessariamente per giustificare.
E questa pratica, continua, oltre te e la tua umanità, ti porta poi a penetrare, a dare un nome al dolore, al dolore di ognuno sulla terra.
Se sai cosa è il grido del Golgota, e ci sei passato dentro, puoi capire: il nome del dolore universale è quello, sempre, da millenni.
Partecipi al dolore e collabori alla redenzione, per quanto puoi.
E tutto cambia dimensione, e tutto si spiega, e nasce e rinasce la luce che illumina qualunque oscurità.
Mi rendo conto che sono partito ragionando di dolore, son giunto alla rinascita perpetua. Ma questo è: legati intimamente e misteriosamente.
Ed ecco che già, di nuovo, arriva Natale: la nascita!
Voglio augurare a voi tutti un Natale vero, di rinascita perpetua, appunto.
Anche condividendo questo racconto ( --> Christmas) che nasce da una mia esperienza reale vissuta a Roma, nei pressi della stazione Tiburtina, alla vigilia del Natale 1997, praticamente un anno dopo la partenza di mia madre.
Rileggendolo oggi mi accorgo che, oltre le forme forse acerbe, ci si può leggere molto di me allora e dedurne un pò come vivevo dentro. Una esperienza romanzata, col solo epilogo di fantasia.
(Una versione ridotta ne è stata pubblicata su Città Nuova 24 del 2003.)
(foto mia, Roma, anni '70)
È tornato il freddo, anche quest’anno. E devo prendere atto che il mio corpo non è entusiasta. Sarà la stanchezza, sarà che invecchio. Lo sto soffrendo più del passato.
Di recente, momenti difficili. Anche la solitudine fa la sua parte, la vita non è sempre uguale.
Una sera, in fila alla cassa del discount, accanto a me un uomo, uno qualsiasi. È stato un attimo, un lampo di luce. Mi sono sentito patetico, accanto a lui. Un uomo che veniva da lontano, un uomo che ho presunto avesse storie di dolore molto più grandi della mia. Un uomo che vedevo sereno, superiore, nella sua dignità piena. Forse erano solo i miei occhi. Ma è stato un rendermi conto della mia pochezza, del ridicolo del mio dolore. A volte mi lamento con Dio, mi appare impossibile vivere la mia storia. E buona parte dell’umanità vive in dolori ben più grandi dei miei.
Chi non ha famiglia, chi non ha lavoro, chi figli, chi affetti, chi salute, chi casa. Chi vive nelle guerre, chi nelle devastazioni. Chi nella miseria assoluta. Chi nella solitudine disperante.
E soprattutto, il dolore più grande: chi vive, sopravvive, senza Dio. E senza poter dare nome al dolore.
Io ho tante cose, seppur fortunatamente in misura ridotta (mi vergognerei, altrimenti). Vivo nell’emisfero nord del mondo, ho comunque un lavoro, una casa, un’automobile. Una famiglia bella, anche se forse non appare. La salute: ho tanti acciacchi, ma non va proprio male.
Un’amica, abbandonata dal marito, con figli minorenni. Venuta dall’est in Italia per dare un futuro ai figli. Una volta mi ha rimproverato, paragonando le nostre vite: la mia "agiatezza" e il suo pochissimo.
Un’altra amica, del sud del mondo, innamorata dell’Italia, mi pose un quesito irrisolvibile: “Perché sono nata in Brasile, e non qui in Italia, come voi?”
Un caro amico che vive una situazione familiare davvero difficile, col figlio che necessita attenzioni continue e pazienti, mi narra del suo dolore esausto, della sua fatica ormai senza speranza, e mi lascia muto.
Cosa dire?
Certo, pensavo, il mio dolore non è poco. La separazione, “questa” separazione, con la conseguente solitudine, è un dolore grande.
Ma poi mi pareva che non è nemmeno tanto, il mio dolore: tanti sulla terra ne hanno ben di più.
Ma allora il mio dolore com’è? Né poco, né tanto. Ma allora è giusto!?
Deve essere così: Dio sa e dosa, a ognuno il dolore “giusto”.
Ma come non chiedermi, allora, di quanti vivono situazioni terribili e nemmeno immaginabili: ma chi sono davanti a Dio, chi sono? Ma che forza hanno? Questa domanda spaventa.
Sempre più spesso mi accade di empatizzare, in maniera atipica forse, con persone che incontro, mi chiedo che dolore avranno, cosa le erode dentro. Qualcuno persino mi rimprovera che cerco sempre di andare oltre, di capire cause e problemi. Ma davvero credo che si debba sempre mettersi nei panni altrui, usare la sola misericordia come esclusivo metodo di analisi. Per comprendere, non necessariamente per giustificare.
E questa pratica, continua, oltre te e la tua umanità, ti porta poi a penetrare, a dare un nome al dolore, al dolore di ognuno sulla terra.
Se sai cosa è il grido del Golgota, e ci sei passato dentro, puoi capire: il nome del dolore universale è quello, sempre, da millenni.
Partecipi al dolore e collabori alla redenzione, per quanto puoi.
E tutto cambia dimensione, e tutto si spiega, e nasce e rinasce la luce che illumina qualunque oscurità.
Mi rendo conto che sono partito ragionando di dolore, son giunto alla rinascita perpetua. Ma questo è: legati intimamente e misteriosamente.
Ed ecco che già, di nuovo, arriva Natale: la nascita!
Voglio augurare a voi tutti un Natale vero, di rinascita perpetua, appunto.
Anche condividendo questo racconto ( --> Christmas) che nasce da una mia esperienza reale vissuta a Roma, nei pressi della stazione Tiburtina, alla vigilia del Natale 1997, praticamente un anno dopo la partenza di mia madre.
Rileggendolo oggi mi accorgo che, oltre le forme forse acerbe, ci si può leggere molto di me allora e dedurne un pò come vivevo dentro. Una esperienza romanzata, col solo epilogo di fantasia.
(Una versione ridotta ne è stata pubblicata su Città Nuova 24 del 2003.)
(foto mia, Roma, anni '70)
lunedì 5 dicembre 2011
E la tua sposa?
Mi è stato chiesto perché uso sempre il termine “sposa”, e mai altri. Infatti non è casuale…
Dal diario di bordo del mio “pellegrinaggio” a Santiago de Compostela, pag. 37.
. . . . . . .
3 aprile 2007,
da Palas de Rei a Melide.
Praticamente sono l’ultimo a partire. Per un fraintendimento, con Brigitte non ci ritroviamo... io credevo fosse partita, invece era al bar che mi aspettava!
Freddo polare: ghiaccio tutto intorno. Altra giornata da solo, e sono molto malridotto fisicamente. Arrivo al rifugio di Melide che è presto, ma non ce la faccio a proseguire come programmato. Sistemo alla meglio e poi vado in cerca di un bancomat, barcollante.
Mi sento chiamare da dentro la Pulperia Ezechiele. Sono Joke e Leen! Mi siedo con loro e mangio pulpo gallego (polipo cucinato alla maniera della Galizia) in questo locale che è un mito nella zona. Sono tavolate come nelle nostre osterie, a mangiare ci sono persone distinte e popolani. Due spagnoli che avranno la mia età fanno i galanti con le due giovani fiamminghe. Poi spiegherò loro la teoria, appena elaborata, del “latin dreamer”, che ha soppiantato il “latin lover”. Grandi risate!
Incontriamo poi Brigitte che prosegue, si fermerà più avanti. Anche Joke e Leen proseguono, io devo fermarmi, non ce la faccio. Ci salutiamo sulla piazza. Io sono in lacrime. Mi sento solo!
Che scemo… alle 15,42 sono sulla piazza di Melide a piangere come bambino! Ma son contento. Una bella ragazza spagnola mi sorride: è anche lei nel Cammino e forse comprende quanto provo.
Il mio cuore è inanellato di dolori. Grandi, piccoli... nulla manca. Son qui, in terra straniera, solo, in attesa del domani, sto male fisicamente, mi sento la febbre.
Leen a pranzo mi ha chiesto, candida, in italiano: “E la tua sposa?” e io “I don’t know… i am here for her!”
Ho sprazzi di grande luce, camminando. Capisco che devo crescere nella misericordia. Per anni sono stato un giustiziere. Ma Dio, il Dio del Nuovo Testamento è venuto a morire. Poteva farne a meno. E soprattutto, è morto ingiustamente.
Vedere coppie… di ogni età mi porta a pensare alla bellezza della vita in due. Da quanti anni sono solo?
In questo autunno della vita: che possiamo testimoniare che Tu sei Amore, e solo Tu puoi fare di due un corpo e un’anima sola!
Torno a dormire. Mi sento la febbre. Mi alzo in tempo per andare a messa. Il mio corpo è disfatto, il mio cuore esulta!
Cantava De Andrè: “Dai diamanti non nasce nulla, dal letame nascono i fior!”
Son qui ad offrire il mio cammino, il mio dolore stasera moltiplicato.
Tu hai un progetto, Signore: che si realizzi. Son solo come sempre, ma ancor più stasera.
E Tu solamente sei... Io vengo a Santiago da Te, questo è un pellegrinaggio vero.
Sono in una quasi apoteosi del dolore: solo, col corpo in disfacimento, addome dolorante, influenza, tendiniti varie, talloni e piedi doloranti, ernia inguinale pure… cammino gobbo, barcollo. Prende a piovere. Sono commosso, Signore Dio!
Stasera mi sento proprio nulla, e Ti sento profondamente vero: che questo nulla sia per la Redenzione!
. . . . . . .
Per la cronaca: dopo una notte molto agitata, e attorno tutti nella camerata russavano, il mattino dopo mi son svegliato che stavo meglio. Dovevo raggiungere la mia “famiglia temporanea”... ed ho percorso 33 km, piccolo record personale!
Per chi volesse saperne di più, ho già scritto del mio pellegrinaggio qui.
(foto mia - sulla via di Santiago - aprile 2007)
Dal diario di bordo del mio “pellegrinaggio” a Santiago de Compostela, pag. 37.
. . . . . . .
3 aprile 2007,
da Palas de Rei a Melide.
Praticamente sono l’ultimo a partire. Per un fraintendimento, con Brigitte non ci ritroviamo... io credevo fosse partita, invece era al bar che mi aspettava!
Freddo polare: ghiaccio tutto intorno. Altra giornata da solo, e sono molto malridotto fisicamente. Arrivo al rifugio di Melide che è presto, ma non ce la faccio a proseguire come programmato. Sistemo alla meglio e poi vado in cerca di un bancomat, barcollante.
Mi sento chiamare da dentro la Pulperia Ezechiele. Sono Joke e Leen! Mi siedo con loro e mangio pulpo gallego (polipo cucinato alla maniera della Galizia) in questo locale che è un mito nella zona. Sono tavolate come nelle nostre osterie, a mangiare ci sono persone distinte e popolani. Due spagnoli che avranno la mia età fanno i galanti con le due giovani fiamminghe. Poi spiegherò loro la teoria, appena elaborata, del “latin dreamer”, che ha soppiantato il “latin lover”. Grandi risate!
Incontriamo poi Brigitte che prosegue, si fermerà più avanti. Anche Joke e Leen proseguono, io devo fermarmi, non ce la faccio. Ci salutiamo sulla piazza. Io sono in lacrime. Mi sento solo!
Che scemo… alle 15,42 sono sulla piazza di Melide a piangere come bambino! Ma son contento. Una bella ragazza spagnola mi sorride: è anche lei nel Cammino e forse comprende quanto provo.
Il mio cuore è inanellato di dolori. Grandi, piccoli... nulla manca. Son qui, in terra straniera, solo, in attesa del domani, sto male fisicamente, mi sento la febbre.
Leen a pranzo mi ha chiesto, candida, in italiano: “E la tua sposa?” e io “I don’t know… i am here for her!”
Ho sprazzi di grande luce, camminando. Capisco che devo crescere nella misericordia. Per anni sono stato un giustiziere. Ma Dio, il Dio del Nuovo Testamento è venuto a morire. Poteva farne a meno. E soprattutto, è morto ingiustamente.
Vedere coppie… di ogni età mi porta a pensare alla bellezza della vita in due. Da quanti anni sono solo?
In questo autunno della vita: che possiamo testimoniare che Tu sei Amore, e solo Tu puoi fare di due un corpo e un’anima sola!
Torno a dormire. Mi sento la febbre. Mi alzo in tempo per andare a messa. Il mio corpo è disfatto, il mio cuore esulta!
Cantava De Andrè: “Dai diamanti non nasce nulla, dal letame nascono i fior!”
Son qui ad offrire il mio cammino, il mio dolore stasera moltiplicato.
Tu hai un progetto, Signore: che si realizzi. Son solo come sempre, ma ancor più stasera.
E Tu solamente sei... Io vengo a Santiago da Te, questo è un pellegrinaggio vero.
Sono in una quasi apoteosi del dolore: solo, col corpo in disfacimento, addome dolorante, influenza, tendiniti varie, talloni e piedi doloranti, ernia inguinale pure… cammino gobbo, barcollo. Prende a piovere. Sono commosso, Signore Dio!
Stasera mi sento proprio nulla, e Ti sento profondamente vero: che questo nulla sia per la Redenzione!
. . . . . . .
Per la cronaca: dopo una notte molto agitata, e attorno tutti nella camerata russavano, il mattino dopo mi son svegliato che stavo meglio. Dovevo raggiungere la mia “famiglia temporanea”... ed ho percorso 33 km, piccolo record personale!
Per chi volesse saperne di più, ho già scritto del mio pellegrinaggio qui.
(foto mia - sulla via di Santiago - aprile 2007)
domenica 13 novembre 2011
La spina nel cuore
Sono qui davanti al pc e vorrei scrivere, ho molto da dire. Manco oramai da diverso tempo, e nel frattempo ho scritto tanto, ma poi alla fine pare sempre mancare il momento coagulante, il tocco finale che mi consente di pubblicare.
Credo di essere sostanzialmente deconcentrato. Una delle fasi della vita.
Ieri stavo facendo conti dei miei consumi energetici, verificavo la bolletta dell’energia elettrica. Mi son reso conto che la luce si paga: tutta la “luce” si paga. Tutta, specie quella che viene dall’alto. Si paga in sangue, in desolazione. In solitudine. Ed è un bene. È il modo per ricambiare un po’ il Cielo che scende in terra.
. . . . . . .
Domenica sono stato a camminare in montagna con un folto gruppo di amici. Un clima bellissimo, tra noi e fuori: sole, un cielo meraviglioso, tanto vento.
Un vento gelido, impietoso. Un vento che evoca paradisi lontani, pur in questo che comunque vivo nel mio presente.
Ho fatto il servizio militare nelle vicinanze di Udine, era il 1975, poco prima del terremoto. Come buona parte dei giovani italiani si finiva ai confini della patria, ove poteva sorgere il pericolo. Uno dei periodi tra i più belli della mia vita. Constatare che Dio è vero, lontano da casa, in una situazione surreale. In una terra, tra gente che ho amato e tanto amo.
E lì, in Friuli, il vento che veniva giù dalle Alpi orientali era un vento gelido, si diceva proveniente dagli Urali. Un vento che ti entrava nel cuore e faceva circolare il sangue accelerato. La nostalgia. La vita pareva dover ancora prendere il suo inizio. A vent’anni hai la storia davanti. Sei giovane, ottimista. Hai tutto nella mente, nel cuore: tutto è possibile. Poi tutto davvero accade, ben oltre la tua immaginazione. Quanto di terribile e inaspettabile.
Anni dopo, rientrato nella vita civile, ad un certo punto, e lo rivedo qui negli occhi come ieri, quel vento parve raggiungermi persino a Roma. Momenti di nostalgia, il Padre nel cuore gelido, l’Amore. Ne scrissi una specie di poesia: “Questo vento mi ricorda Udine…”.
Ecco, camminando avevo il Friuli nel cuore, qui nella mia cara Umbria di oggi. Un vento che entrava nel cuore ed evocava nostalgie, oblii, paradisi. Il sangue che scorreva rapido.
La tramontana, il vento del gelo, sempre mi apre all’Eterno, mi richiama incessante al centro del tutto, alla causa e al fine ultimo. Essì che non ho più vent’anni, sono nonno, la salute scema, è iniziata la discesa. Quasi da dire che ho la vita alle spalle. Ma nel mio presente ogni volta ritrovo la giovinezza di Dio. Le ragioni del mio ancora essere qui, in terra.
Rientrando a casa, era già notte, una luna indicibile si faceva largo tra i monti. Grande, bella, luminosa. Straziante.
Scrivo, ascolto un grande jazz. Cosa di più struggente, a sera, di un magistrale sax. È arrivato il freddo e questo sassofono mi suona dentro, nelle profondità remote.
La tramontana, la nostalgia. La spina nel cuore.
“Quanto a me, ho una spina nel cuore” dice Paolo, l’apostolo delle genti, il grande Paolo.
Anch’io ho una mia piccola spina nel cuore. La mia sposa, lontana.
Nostalgia grande, tutto canta di lei. Come non pensarla, come non desiderare il suo, il "nostro paradiso"?
Tutto talmente lontano, irrealizzabile. Un sogno? Forse un miracolo?
Parlando di miracoli, tempo fa un caro amico mi fece presente che Iddio ha le mani legate, con gli umani. Nulla può. Ci ha donato la libertà, il dono più grande, questa benedetta libertà di cui tutti qui in terra si approfitta.
Penso a Paolo che cade da cavallo sulla via di Damasco, che pare smentire il mio autorevole amico.
Non so, non capisco di teologia.
Mi limito a vivere l’oggi. Nell’attesa amante.
Un po’ come il Padre, sulla torre, col cuore dilaniato e dilatato...
(foto mia, Umbria 2006)
martedì 1 novembre 2011
Non ho parole
Son rientrato da una giornata piena, coinvolgente, bella. Di donazione direi totale (non ero il solo: in tanti, ciascuno faceva la sua parte). Un convegno con tante persone, mi si è chiesto di fare delle foto da fruire subito, appena terminato. Insomma, in tempo reale. Col digitale oggi si può fare bene.
E pensare che trentatre anni fa, in situazioni analoghe che duravano più giorni, allestii una camera oscura negli spogliatoi di un palazzetto dello sport, per lavorare in tempi rapidissimi le foto scattate in giornata. Si sviluppava e stampava di notte quanto ripreso di giorno. Le foto servivano al giornale quotidiano che veniva stampato nottetempo e poi confezionato e pronto per la distribuzione il mattino seguente alle 8. Chissà come facevamo?
Una signora mi ferma per dirmi che è stata ad osservarmi, e ha visto una luce speciale nei miei occhi, mentre ero occupato nel fotografare. Me ne ringrazia. Deve aver ragione, in qualche modo, perché sto veramente bene. Certo, il tempo fugge via, indefinibile, e io lo fermo, lo passo alla storia in un "click". Ogni foto un atto d’amore, un attimo che rendo eterno.
D'altronde so cosa vivo, come lo vivo. E non mi riconosco quasi più. O forse: comincio finalmente a conoscermi. E solo posso dire: "Abbà Padre, grazie!"
Rientro a casa, ho un istante di tristezza, un piccolo istante. Sono comunque solo.
Penso a quante volte devo aver detto nella vita, sin da giovane: “Signore dammi tutti i soli!”, ri-vivendo altrui esperienze che in me hanno lasciato segno profondo. Preso in parola! E come si potrebbe entrare nel pieno del dolore del cuore degli uomini, che in fondo sono soli tutti, se non attraverso il buco nero del proprio? Ecco, ci siamo.
Quattro anni fa, appena arrivato qui nell’eremo, nel momento più drammatico, in solitudine estrema, con casa spoglia da mettere su, senza telefono né web, con freddo terribile e col tetto che ogni tanto veniva trafitto dalla pioggia… accadde di leggere su Città Nuova di un signore che viveva solo, ma asseriva di non esserlo affatto, in realtà. Diceva che erano almeno in sei, nella sua solitudine "apparente".
Lui, la Trinità, Maria, l’angelo custode.
A me poi piace pensare che nei paraggi capiti pure qualche santo di passaggio.
Ho tanti amici oramai lissù. Se loro mi hanno in cuore come li ho io, qui c’è un traffico incredibile!
Vado a vedere la posta della giornata. Da stamani diverse mail importanti, che mi toccano.
Un’amica mi scrive: “GRAZIE ! ... del tuo esserci, del tuo crederci, del tuo offrirti!”
Da un amico lontano, e solo anch’egli, lo scritto di una sua esperienza di vita. Una storia bellissima, Iddio che si manifesta nei modi più incredibili.
Mi commuovo, inevitabile.
E non posso non chiedermi, ancora: chi sono io, per tutto questo?
Non ho parole, non ho risposte.
Forse è il nulla che avanza, quello sì, che lascia spazio al Cielo...
(foto mia, Umbria, 2006)
E pensare che trentatre anni fa, in situazioni analoghe che duravano più giorni, allestii una camera oscura negli spogliatoi di un palazzetto dello sport, per lavorare in tempi rapidissimi le foto scattate in giornata. Si sviluppava e stampava di notte quanto ripreso di giorno. Le foto servivano al giornale quotidiano che veniva stampato nottetempo e poi confezionato e pronto per la distribuzione il mattino seguente alle 8. Chissà come facevamo?
Una signora mi ferma per dirmi che è stata ad osservarmi, e ha visto una luce speciale nei miei occhi, mentre ero occupato nel fotografare. Me ne ringrazia. Deve aver ragione, in qualche modo, perché sto veramente bene. Certo, il tempo fugge via, indefinibile, e io lo fermo, lo passo alla storia in un "click". Ogni foto un atto d’amore, un attimo che rendo eterno.
D'altronde so cosa vivo, come lo vivo. E non mi riconosco quasi più. O forse: comincio finalmente a conoscermi. E solo posso dire: "Abbà Padre, grazie!"
Rientro a casa, ho un istante di tristezza, un piccolo istante. Sono comunque solo.
Penso a quante volte devo aver detto nella vita, sin da giovane: “Signore dammi tutti i soli!”, ri-vivendo altrui esperienze che in me hanno lasciato segno profondo. Preso in parola! E come si potrebbe entrare nel pieno del dolore del cuore degli uomini, che in fondo sono soli tutti, se non attraverso il buco nero del proprio? Ecco, ci siamo.
Quattro anni fa, appena arrivato qui nell’eremo, nel momento più drammatico, in solitudine estrema, con casa spoglia da mettere su, senza telefono né web, con freddo terribile e col tetto che ogni tanto veniva trafitto dalla pioggia… accadde di leggere su Città Nuova di un signore che viveva solo, ma asseriva di non esserlo affatto, in realtà. Diceva che erano almeno in sei, nella sua solitudine "apparente".
Lui, la Trinità, Maria, l’angelo custode.
A me poi piace pensare che nei paraggi capiti pure qualche santo di passaggio.
Ho tanti amici oramai lissù. Se loro mi hanno in cuore come li ho io, qui c’è un traffico incredibile!
Vado a vedere la posta della giornata. Da stamani diverse mail importanti, che mi toccano.
Un’amica mi scrive: “GRAZIE ! ... del tuo esserci, del tuo crederci, del tuo offrirti!”
Da un amico lontano, e solo anch’egli, lo scritto di una sua esperienza di vita. Una storia bellissima, Iddio che si manifesta nei modi più incredibili.
Mi commuovo, inevitabile.
E non posso non chiedermi, ancora: chi sono io, per tutto questo?
Non ho parole, non ho risposte.
Forse è il nulla che avanza, quello sì, che lascia spazio al Cielo...
(foto mia, Umbria, 2006)
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